IL PROCESSO

Ubi. Bazoli, agito per interesse esclusivo della banca

"Sfido chiunque ad affermare il contrario, io ideatore fusione"

Redazione PdN

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BERGAMO.  Ha difeso a spada tratta il suo operato nell'operazione di fusione da cui nacque Ubi, ma anche tutta la sua vita da banchiere, il presidente emerito di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, nell'aula del Tribunale di Bergamo in cui si sta svolgendo l'udienza preliminare che lo vede imputato con altre 30 persone (tra cui Ubi stessa come persona giuridica). Bazoli ha rivendicato di essere stato, nella creazione di Ubi, "ideatore e protagonista" e che questa operazione consentì di mantenere italiana una banca che ora è tra i gruppi più solidi dell'intero sistema bancario. Ha voluto essere in aula, davanti al gup Ilaria Sanesi, per lanciare una sfida: "Sfido chiunque a dimostrare che il mio fine non è stato esclusivamente il bene della Banca".

E ancora: "Nessuno potrà mai dimostrare l'indimostrabile: che io abbia agito per fini personali". Il banchiere ha ricordato come Santander avesse 'puntato' Banca lombarda e piemontese ipotizzando un'Opa amichevole e, memore di quante banche italiane fossero state 'fagocitate' da gruppi stranieri, si prodigò subito per la fusione di Blp e Bpu (Banche popolari unite) in Ubi. Operazione non facile per via delle due anime, quella bresciana e quella bergamasca. Da qui i colloqui ritenuti indizi di un 'patto occulto' dagli investigatoti che per il banchiere erano invece il tentativo di smussare gli spigoli di due diverse, orgogliose tradizioni.

L'operazione di fusione, così come le norme che regolavano la governance furono rese note e approvate dagli organismi di vigilanza. Argomenti solidi, ad avviso dei legali di Bazoli, Stefano Lojacono e Guido Alleva, tant'è che hanno rinunciato alla discussione.

"Quanto ha detto il professore e quanto c'è agli atti è sufficiente per una decisione", hanno spiegato. Decisione che, per loro, non può essere diversa da un non luogo a procedere (a supporto della loro richiesta hanno depositato una memoria). Non è scesa nel merito delle contestazioni di ostacolo all'esercizio dell'attività degli organi di vigilanza e di presunte irregolarità nella raccolta delle deleghe in vista dell'assemblea del 2013 la professoressa Paola Severino che difende invece Ubi come figura giuridica, imputata in base alla Legge 231 del 2001.

Non era quello il suo compito, bensì quello di dimostrare che Ubi aveva adottato sin dai primi anni dall'entrata in vigore della Legge 231 del 2001 "tutti i modelli organizzativi" che la norma imponeva per prevenire gli illeciti e, per dimostrarlo, ha analizzato tutti i provvedimenti presi dalla banca sin dal 2004 in conformità alla legge 231 del 2001 che, in una pausa dell'udienza, ha definito "la più avanzata" tra quelle previste dalla legislazione anche di altri Stati.