IL FATTO

Inchiesta Eni, perizia falsa: Giovanni Damiani prosciolto dal gip

Conferenza stampa per denunciare il «linciaggio mediatico»

Redazione PdN

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ABRUZZO. Imputazioni troppo vaghe, pochi riscontri e prove insufficienti a supporto, inutile andare ad un processo.

Così il 10 ottobre 2017  i due Pubblici Ministeri che hanno indagato per 40 mesi a partire dal 2014, Giovanni Damiani, nell’ambito dell’inchiesta di Potenza sull’Eni hanno avanzato al Giudice per le Indagini Preliminari la richiesta di archiviazione del procedimento.

Il Giudice per le Indagini Preliminari il 18 gennaio 2018 ha disposto l’archiviazione in quanto ha ritenuto che «il fatto di reato non sussista sul piano materiale con la conseguenza della non sostenibilità dell’Accusa in dibattimento nei confronti di entrambi gli indagati. Trattasi di argomentazione di natura assorbente e, quindi, dirimente».

 

Ed il pm aggiunge anche: «In ogni caso, ove mai volesse sostenersi una contraria interpretazione, andrebbe comunque evidenziato che il reato di falsa perizia sussiste, nel contesto di accertamenti valutativi, in presenza di un enunciato mendace riconducibile, sotto il profilo oggettivo, a canoni di certezza non controvertibili, e, sotto il profilo soggettivo, ad una divergenza intenzionale tra il convincimento reale del consulente o del perito e quello manifestato nell’elaborato tecnico».

 

Si chiude così una vicenda che aveva avuto echi nazionali e locali per il coinvolgimento -con accuse gravissime- di Damiani, storico ambientalista, professore universitario e direttore tecnico dell’Arta.

Questa mattina in una conferenza stampa Damiani ha dato libero sfogo alle parole spiegando che l’occasione era imposta, non tanto per una serie di superficialità investigative, i tempi lenti, ipotesi non suffragate da prove, ma perchè la notizia era apparsa su Il Fatto Quotidiano in un articolo di Antonio Massari, contro il quale l’accademico si scaglia senza freni, riproponendo argomentazioni e temi ormai in voga e sfruttati da personaggi noti e amministratori pubblici a tutti i livelli.

E Damiani lo dice chiaramente pur con critiche gentilissime e vellutate alla procura: «nulla avrei avuto da obiettare e non avrei avuto alcun risentimento se un magistrato, anche a seguito di sospetti vaghi, avesse voluto, com’è avvenuto, indagarmi, farmi intercettare, pedinare, svolgere accertamenti su ogni aspetto della mia vita.   Vale il detto: “Male non fare…paura non avere”. Il problema (che motiva questa conferenza stampa) è che tutto questo non è rimasto in un ambito riservato ma è stato oggetto di un linciaggio mediatico, che ha provocato un processo mediatico, incurante della mia onorabilità, della mia storia, della mia pratica nel sociale, della sofferenza apportata anche alla mia famiglia e ai miei cari oltre che a me personalmente».


Quindi anche per l’erudito accademico il problema non sono indagini fatte -eventualmente- male ma chi le racconta «con articoli infami» adempiendo ad un preciso dovere costituzionale e Damiani, pur avendo rivestito ruoli rilevanti nelle istituzioni, non si è dimostrato sensibile ai temi della libertà di informazione che va bene sempre ma non quando si è al centro della notizia.

 

«Solo in questi giorni», ha aggiunto Damiani, «sono venuto a conoscenza del provvedimento del GIP che chiude una vicenda che mi ha segnato profondamente in questi ultimi 5 anni. Dal provvedimento di archiviazione ho potuto constatare comunque la presenza di errori, di illazioni e di inesattezze gravi e sostanziali che hanno connotato il procedimento», ha detto oggi in conferenza stampa, «senza che mi sia stata data la possibilità di rappresentarli agli inquirenti. Infatti la richiesta di essere ascoltato, inoltrata attraverso l’avvocato di fiducia, Veronica Dini del foro di Milano (che ha patrocinato per Bussiciriguarda nella causa di Bussi), per poter evidenziare l’estraneità assoluta ai fatti che mi sono stati addebitati, non ha mai avuto seguito».

 

 

 

«Se fossi stato ascoltato», ha spiegato, «oltre a palesi e assai rilevanti errori in cui è incorso anche il giornale nell’articolo, avrei potuto fare presente che quando sono stato chiamato ad assumere l’incarico di Perito  ( di “fiducia”) del Tribunale per assicurare un campionamento di rifiuti e analisi degli stessi, non ero a conoscenza di che cosa si trattasse né quale fosse la controparte e dove si andava ad operare: cose che ho appurato al momento in cui sono arrivato a Potenza , dalla voce dei pm.  Io non ho mai redatto quella perizia. Non vi ho aggiunto o tolto nulla nella stesura, né dato suggerimenti per la stessa all’estensore: essa è stata redatta per intero e in autonomia da un Ingegnere dell’ISPRA. Il mio ruolo è stato di predisporre campionamenti e analisi – effettuate dall’ARTA-  ad uso del redattore della perizia.

Inoltre non ho neppure svolto materialmente i prelievi che sono stati effettuati da due Tecnici dell’Arta (di cui ero Direttore Tecnico) da me invitati ad eseguire i prelievi dei campioni».

Insomma Damiani ricorda che la direzione del lavoro era demandata ad altri e che non ha mai nemmeno partecipato allo svolgimento delle analisi.

«In pratica, come ha rilevato sostanzialmente il gip», conclude, «non mi sono stati contestati fatti precisi, ovvero cosa sarebbe stato “falsificato”, o magari “omesso” ma è stata formulata solo un’accusa generica. «Se fossi stato ascoltato dalla Procura avrei potuto dimostrare non solo la mia assoluta estraneità ai fatti e l’infondatezza dell’accusa, ma anche che sono stato accusato di un reato impossibile ad essere commesso per come sono andate le cose alla luce del sole».