IL FATTO

Arresti eccellenti in Sicilia: l’antimafia nella polvere

Montante, da paladino antimafia all'arresto. E c’è anche il caso Saguto

Redazione PdN

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PALERMO. Non è la prima volta che presunti paladini dell’antimafia vengono arrestati con l’accusa di reati odiosi. Quello che emerge sempre più spesso è la doppiezza di certi personaggi che pubblicamente sfruttano il sentimento dell’antimafia per fare presa ma in privato utilizzano a pieno quella cultura che dicono di combattere.

Ieri ad essere arrestato dopo una lotta al pizzo e le minacce che gli sono valse persino una scorta è stato Antonio Calogero Montante, 55 anni - erede di una fabbrica di bici di lusso fondata nei primi del '900 da suo nonno a Serradifalco e poi trasferita ad Asti e proprietario dell'Msa, un'azienda di respiro mondiale che progetta e produce ammortizzatori per veicoli industriali - è diventato in 13 anni, dal 2005, un imprenditore oltre che ricco anche importante e con tante cariche.

Poi, negli ultimi anni, una repentina inversione di rotta, col coinvolgimento in indagini per concorso esterno con la mafia e, oggi, l'arresto per altri reati.

Dopo aver sfondato negli affari, Montante si è dato da fare in Confindustria appoggiando nel 2007 la cosiddetta "rivolta degli imprenditori onesti" guidata da Ivan Lo Bello, che per la prima volta caccia dall'associazione chi non denuncia le richieste di estorsione. Nel 2005 è presidente di Sicindustria Caltanissetta, nel 2006 è vicepresidente di Confindustria Sicilia, presidente è Ivan Lo Bello.

Nel 2008 viene nominato cavaliere del lavoro dal capo dello Stato Giorgio Napolitano per essersi "impegnato nella lotta contro le organizzazioni mafiose".

Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia dà a Montante la delega alla lotta a ogni forma di criminalità e nel 2009 l'imprenditore entra nella giunta nazionale dell'associazione.

Poi una pioggia di cariche: Montante diviene presidente degli industriali siciliani (2012), presidente della Camera di commercio nissena, presidente di Unioncamere Sicilia, membro dell'agenzia nazionale dei beni confiscati alla mafia.

 

10 ANNI PER LA SCALATA

Insomma nel giro di una decina d'anni anni entra nel gotha decisionale dell'imprenditoria ma anche della politica siciliana "consigliando" anche qualche assessore da inserire nella giunta regionale e diverse iniziative a favore delle imprese (governi Lombardo e Crocetta) come la zona franca della legalità nel nisseno.

L'ascesa di Montante è accompagnata dall'etichetta di esponente dell'antimafia supportata dai tanti protocolli d'intesa con questure, prefetture e associazioni antiracket col placet trasversale della politica da Beppe Lumia ad Angelino Alfano, da attestati di stima di tanti magistrati e con la risonanza sui media.

E' potente, influente, elargisce favori, in tanti si rivolgono a lui per chiedere raccomandazioni. Ed è cosi, si legge nelle carte dell'inchiesta di Caltanissetta, che riesce a "fidelizzare" i suoi interlocutori e a "creare una vasta rete di rapporti (...) da poter all'occorrenza sfruttare per la tutela dei propri interessi".

 

LE PRIME ACCUSE

Montante è ormai leader osannato della svolta legalitaria degli imprenditori siciliani quando nel 2014 l'ex assessore regionale all'Energia Nicolò Marino lancia il primo sasso che rompe la quiete che lo avvolge: denuncia interessi non limpidi della Confindustria di Montante e Lo Bello nella gestione dei rifiuti. Passano pochi mesi e questa volta su Montante piomba un macigno: viene fuori la prima notizia di un'indagine della procura nissena per mafia. Alcuni pentiti parlano di lui.

L'ordine dei giornalisti avvia un'indagine conoscitiva sui rapporti tra Montante, alcune testate e singoli professionisti. A fine 2015 un altro ex assessore regionale Marco Venturi si dimette da Confindustria e attacca Montante: è doppiogiochista, dice.

Venturi incassa l'appoggio dell'ex presidente Irsap Alfonso Cicero. Nel gennaio 2016 la casa e gli uffici di Montante vengono perquisiti e viene scoperto un maxi-archivio di dossier creato con la complicità di poliziotti, finanzieri e carabinieri.

Il presidente di Confindustria è ufficialmente indagato per concorso esterno (indagine cominciata nel giugno 2014) in associazione mafiosa: relazioni con uomini d'onore fin dagli anni '90, interventi per fare avere ad imprese mafiose lavori e appalti o assunzioni di personale, gestione opaca di alcune società e la creazione di risorse economiche occulte.

 

Ieri l’arresto.

 

 

LA LUNGA LISTA

Ma c’è un’altra figura di spicco che deve essere ricordata quella del giudice Silvana Saguto, travolta dall'inchiesta che ha alzato il velo su un "sistema" di gestione disinvolta e interessata dei beni confiscati. Poi, come nel gioco del domino, un birillo ha trascinato dietro di sé tutta la filiera.

E ha prima bruciato Pino Maniaci, bandiera dell'informazione "coraggiosa e minacciata", accusato di chiedere denaro per ammorbidire le sue inchieste.

Poi ha scosso Antonio Ingroia, l'ex pm del processo sulla "trattativa" finito nel cono d'ombra delle inchieste della magistratura che gli contesta spese ingiustificate come amministratore di "Sicilia e servizi", una partecipata regionale.

E infine ha spazzato via Roberto Helg, il presidente della Camera di commercio di Palermo che mentre tuonava contro la mafia del pizzo chiedeva tangenti per fare aprire un punto vendita all'aeroporto di Punta Raisi.

Le prime avvisaglie del terremoto che ha investito l'antimafia popolata da molti paladini di una Sicilia incorruttibile erano arrivate con la caduta di Massimo Ciancimino e con lo smantellamento delle sue prove taroccate su cui hanno alzato il velo prima il processo per calunnia e infine le condanne.

 

IL GIUDICE CHE GESTISCE I BENI DELLA MAFIA

Il caso più paradossale è quello del giudice Saguto, anzi ex giudice.

Non è stata arrestata ma il Csm l'ha destituita prima ancora che arrivasse la sentenza del processo in corso a Caltanissetta.

Era già abbastanza chiaro lo spaccato ricostruito dalla polizia tributaria: Saguto aveva messo su, mattone su mattone, un modello di consulenze, incarichi e favori che rispondeva, dice l'accusa, più a logiche di arricchimento che a esigenze di giustizia.

Il caso è diventato la punta emergente di un movimento antimafia finito nella polvere per avere sacrificato la propria credibilità con condotte che rovesciano il senso di un impegno proclamato ma non coerentemente praticato.

 

 

Sono le contraddizioni che affiorano tra le pieghe di casi emblematici e che sono segnalate dal fondatore di Libera, don Luigi Ciotti, con giudizi molto severi: "L'antimafia - ha detto don Ciotti - è ormai una carta d'identità, non un fatto di coscienza. Se la eliminassimo, forse sbugiarderemmo quelli che ci hanno costruito sopra una falsa reputazione. L'etichetta di antimafia oggi non aggiunge niente. Anzi".