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Rigopiano, ‘Le voci dal gelo’: ecco il film sulla tragedia

Testimonianze e filmati dei sopravvissuti e di chi non ce l’ha fatta

Redazione PdN

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PESCARA. La gioia di una vacanza attesa, bagni in piscina sotto la neve, l’atmosfera magica del Natale in quell’hotel addobbato con migliaia di luci colorate, alberi, palline.

Nel documentario ‘Voci del gelo’ trasmesso ieri su canale 9 è stata ricostruita, attraverso le testimonianze dei sopravvissuti e i filmati originali di chi non c’è più, la tragedia di Rigopiano.

Il film documentario di Marco Visalberghi (produttore del pluripremiato Sacro GRA di Gianfranco Rosi) è stato prodotto da DocLab per Discovery Italia.

La prima parte del documentario è stato realizzato esclusivamente con i video girati dalle vittime, dai superstiti, ritrovati sui cellulari o inviati ai parenti. Sono stati utilizzati anche gli audio dei messaggi WhatsApp per ricostruire le ore precedenti la tragedia. I primi minuti raccontano la gioia di una vacanza in un posto esclusivo e splendido anche se con tantissima neve che creava problemi e qualche timore.

«Servivano le gomme termiche ci dissero dall’hotel», ha ricordato Giampiero Matrone, sopravvissuto, che ha perso la moglie Valentina. «La strada era interrotta su vari punti, c’erano muri di neve», ha ricordato invece Giorgia Galassi, estratta dalla macerie dopo oltre 50 ore.

In molti vennero scortati da spazzaneve e da auto della polizia provinciale. Credevano di andare incontro ad alcune giornate di relax e non sapevano che, per molti di loro, la vacanza sarebbe diventata una tragedia.

Nel documentario sono state ricostruite le telefonate di aiuto partite da Giampaolo Parete e Quintino Marcella e anche il manutentore Fabio Salzetto ha ricordato quelle infinite ore d’attesa.

«Eravamo in macchina, faceva freddo. Marcella ci chiamava dicendo che nessuno voleva crederci».

Drammatica la ricostruzione di quelle due ore di telefonate a vuoto per cercare di lanciare l’allarme inascoltato.

Poi il racconto altrettanto drammatico e disperato della colonna dei soccorsi che ha impiegato oltre 12 ore per giungere all’hotel. Muri di neve e turbina in tilt hanno rallentato la lentissima marcia verso le vittime fino a far decidere ad una decina di soccorritori di avviarsi con gli sci.

Sono stati loro ad arrivare per primi alle 4.30 ma per molte ore non hanno potuto fare molto perchè non c’erano le condizioni per iniziare un lavoro di recupero tra buio, gelo, devastazione e pochi mezzi.

Nel frattempo i superstiti sotto le macerie rimangono isolati:  i cellulari si spengono, non c’è più batteria. E la paura continua a crescere.

Poi quando sono arrivati i soccorritori «una gioia indescrivibile», ha detto Salzetta. E’ stato proprio lui che conosceva bene l’hotel ad aiutare i Vigili del Fuoco a trovare i superstiti.

Con l’aiuto di una piantina ha dato indicazioni su dove scavare, su come fosse disposto l’hotel prima dei crolli. Il suo è stato un aiuto determinante. Per 5 giorni non si è mai mosso da lì. Solo quando hanno trovato il corpo di sua sorella, Linda, è risceso. «Ho abbracciato tutti per quello che avevano fatto e sono andato via senza guardarla».

Toccante anche il racconto dei soccorritori che hanno ammesso il forte scoramento nel momento dell’arrivo nei pressi dell’hotel: «ci aspettavamo un albergo di 4 piani e invece non c’era più niente. Non sapevamo da dove partire, cosa fare. Non eravamo preparati per una tragedia del genere».

Prima si entra nella zona della spa, l’unica ancora visibile, ma lì non c’è nessuno. Poi si comincia a scavare. Solo dopo oltre 20 ore si raggiungono le prime persone vive. «Che gioia», hanno raccontato i soccorritori ripercorrendo la fatica.

Matrone ha ricordato invece la sete che lo attanagliava in quelle ore, passate tra sonno e veglia, con il braccio destro incastrato. «Ho sognato mia moglie, di tornare nella mia pasticceria e di bere 13 bottiglie d’acqua».

E poi il dolore del padre di Stefano Feniello, prima la notizia che il figlio fosse vivo e, dopo giorni di attesa, la conferma della morte: «non mi ricordo niente di quel momento. Mi ricordo solo di essermi risvegliato al pronto soccorso con mia moglie su una barella».

Quelle interminabili ore, all’ospedale di Pescara, in attesa di conoscere i nomi di superstiti le ha ricordate anche Paola Ferretti la mamma di Emanuele Bonifaci, receptionis che due anni prima aveva incredibilmente sfiorato la stessa tragedia: «è stata la lotteria più macabra di tutta la mia vita. C’era gente che gioiva e altri disperati. Ci avevano preparati all’idea, inaccettabile per una madre. Dopo 9 giorni lo abbiamo potuto rivedere».

«Io faccio l’insegnante», ha detto ancora la mamma, «sono 35 anni che insegno ai miei bambini i principi della lealtà, correttezza, della legalità. Adesso mi vergogno quando sento l’Inno d’Italia. Non riesco più a cantarlo. Spero che la giustizia mi dia almeno questo, l’onore di appartenere ad un paese che merita».