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Pellet nel mirino: stufe bandite e «polvere cancerogena»  

Redazione PdN

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PELLET

ABRUZZO. Sembra “green” ma non è. Il Pellet da alcuni anni è finito nel mirino degli studiosi che ne certifica la pericolosità legata alle sue polveri sottili che si sprigionano con la combustione. Ma anche la semplice polvere, prima della combustione, potrebbe essere molto pericolosa.

 In Lombardia, ad esempio, il 4% di PM primario ovvero la polvere, la fuliggine, la caligine e la nebbia proviene dalla stufa a legna e a pellet.

Per questo dal 2018, in alcune regioni italiane, scatterà l’obbligo delle tre stelle per camini e stufe.

La stufa a legna produce 480 grammi di polveri sottili, il camino chiuso 380 grammi e la stufa automatica a pellet 76 grammi di polveri sottili.

Un camino aperto emette, infine, 860 grammi per unità di energia consumata e può essere pericolosissimo per la salute.

Secondo l’ISPRA, che è l’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale, il 65% delle emissioni viene dalla combustione della legna. Quando però le emissioni superano una certa soglia, scattano i blocchi. Se si vogliono continuare a tenere accesi camini e stufe, quindi, si devono rottamare i prodotti vecchi e acquistarne di nuovi con almeno tre stelle.

 

Le stufe si differenziano per la quantità di stelle che esse hanno. Una a due stelle, ad esempio, ha su segmento polveri di 60 milligrammi al metro cubo mentre una a quattro stelle ne ha 20 milligrammi per cui inquina di meno e fa meno male alla salute.

 

PELLET NATURALE MA...

Il pellet è naturale a meno che al suo interno non finisca del veleno come la resina industriale. Vi è però anche del pellet certificato con numero identificativo sul sacco. Esso emette fino a dieci volte emissioni minori rispetto alla legna.

Bisogna anche tenere d’occhio la legna quando la si compra. La legna per il fuoco deve essere stagionata e secca. Sarebbe necessario acquistarla l’anno prima per quello dopo, metterla all’esterno in un luogo ben arieggiato e coprirla ma in modo che non ammuffisca.


Nel 2013 in Italia sono state acquistate 280.000 stufe a pellet, e, a oggi, risultano attive quasi 3 milioni di unità, metà delle quali si trova al nord. Oltre il 90% delle stufe viene utilizzato come mezzo di riscaldamento domestico esclusivo e viene montato dentro le mura domestiche.

Oggi l’Italia importa oltre l’85% del pellet che consuma e i principali fornitori sono Austria, Croazia, Lituania e Canada. Il mercato italiano del pellet (dati dell’anno 2014) è costituito da poco meno di 3 milioni di tonnellate annue.

 

 

ATTENZIONE ALLA POLVERE

Pasquale Cioffi, farmacista dirigente Ospedale Civile di Pescara, ricorda tuttavia come il pericolo possa derivare anche dalla semplice polvere di pellet non ancora combusto e che si trova sul fondo dei sacchi in commercio.  

 

«Nessuno direbbe che la polvere di legno, dall’aspetto naturale e innocente, è classificata dalla IARC (Agenzia Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro), una delle più importanti fonti di informazione scientifica e di ricerca del settore a livello mondiale, come un agente cancerogeno (gruppo 1) alla stessa stregua dell’amianto a partire dal 2012», dice Cioffi, «in passato l’esposizione continuata nel tempo a polveri di legno dei lavoratori impiegati in alcuni settori della lavorazione del legno ha fatto registrare un aumento significativo del rischio di insorgenza del tumore dei seni nasali e paranasali e delle vie aeree inferiori. In definitiva, la polvere di legno è un potente agente cancerogeno a cui si è esposti quotidianamente, quando si versa il pellet dal sacco di plastica nella tramoggia della stufa, generando una “nube tossica”, che permane dentro casa e si accumula giorno dopo giorno per mesi. E non si tratta di polvere di legno qualsiasi, ma di particelle anche piccolissime che sono entrate in contatto con la plastica dell’imballo e quindi potrebbero aver assorbito sulla loro superficie una percentuale di interferenti endocrini anche significativa».

Per lo studioso il punto è che se i lavoratori delle segherie vengono tutelati, nulla si fa, invece, per «il povero inconsapevole signor Rossi e la sua famiglia (oggi circa due milioni e mezzo di famiglie italiane), che respirano la polvere dentro casa per sei mesi l’anno, senza essere stati neppure informati riguardo a questo veleno potenziale né dal venditore né dagli enti pubblici preposti».

 

Inoltre, molti costruttori di stufe a pellet riportano scritto, nel manuale d’uso, di setacciare il pellet prima di caricarlo nella stufa, perché le polveri potrebbero, se inumidite, far inceppare la coclea, il sistema ruotante di alimentazione della camera di combustione e questo rappresenta uno dei problemi più frequenti che si risolve solo con l’intervento di un tecnico specializzato.

 

«Purtroppo, secondo me», aggiunge Cioffi, «nel caso del pellet ci sono tutti i presupposti per scatenare un nuovo caso di allarme definibile “Amianto verde” che esploderà tra una decina di anni su scala nazionale perché il 70% delle stufe a pellet vendute in Europa sono state acquistate dagli italiani».

 

Tra i consigli per “proteggersi” lo studioso Cioffi individua:

 

Installare una caldaia a pellet all’esterno dell’abitazione, in modo tale da evitare di effettuare il carico della tramoggia in ambiente domestico.
Prevedere lo sviluppo di una nuova tecnologia ampiamente collaudata in altri settori, che permetta di ridurre la dispersione delle polveri durante la delicata fase di caricamento del pellet con sistemi di aspirazione e raccolta-polveri ad alta prestazione.

Attenzione anche alla ciclica operazione di pulizia delle ceneri.


«Anche in questo caso quindi consiglio», conclude Cioffi, «ai possessori di stufe a pellet, di effettuare questa operazione all’aria aperta per evitare di respirare queste polveri sottili che potrebbero contenere idrocarburi policiclici aromatici e altri veleni prodotti dalla combustione. Inoltre consiglio di non utilizzare mai l’aspiracenere, ma di versare la cenere dal cassetto direttamente nel contenitore dei rifiuti o del compost».