(D)ISTRUZIONE

Università L’Aquila, il 35% dei docenti vive fuori. Udu: «inconcepibile»

«La legge è chiara», protestano gli studenti, «e ci sono problemi organizzativi»

Redazione PdN

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L’AQUILA. Al senato accademico dell’Università de L’Aquila di oggi ben 197 sono state le richieste di autorizzazione a risiedere fuori sede da parte di professori e ricercatori, circa il 35% dell’intero corpo docente.



L’Udu, il sindacato degli studenti, protesta e ricorda che la legge 311/58 specifica chiaramente che i professori hanno l’obbligo di risiedere stabilmente nella sede dell’Università cui appartengono. In casi del tutto eccezionali, i professori possono, tuttavia, essere autorizzati dal Ministro per la pubblica istruzione, «su proposta del rettore o direttore, udito il Senato Accademico, a risiedere in località prossima, ove ciò sia conciliabile col pieno e regolare adempimento dei loro doveri di ufficio”.
Il dato del 35% trova il suo picco tra il i professori ordinari. Infatti, mentre i ricercatori e i professori associati fuori sede risultano essere circa il 30% del totale, tra i professori ordinari è il 47% dei docenti a chiedere il riconoscimento dell’eccezionalità e l’autorizzazione a risiedere fuori.
Per far “esplodere” questa situazione, oggi in senato accademico i rappresentanti dell’Udu, sulla delibera di autorizzazione, hanno prima chiesto l’uscita di tutti gli interessati alla deliberazione e poi hanno abbandonato la seduta «per dimostrare fisicamente che il fenomeno è così diffuso che neanche il numero legale del senato accademico poteva essere garantito».
Si sono dovute così “spacchettare” le proposte e far entrare e uscire separatamente i docenti interessati, per poter arrivare a votare la deliberazione senza incappare nelle incompatibilità e nella mancanza di numero legale.
«Una scenetta da film», raccontano i rappresentanti dell’Udu, «sul filo del “io voto la tua, tu voti la mia”, che dovrebbe provocare un sussulto e il ripensamento della politica dell’Ateneo sulle autorizzazioni a risiedere fuori sede».
Tra i richiedenti ci sarebbero una ventina di professori che risiedono in realtà in comuni limitrofi all’Aquila e gli studenti contestano il fatto che non si sia ancora costruita un’interpretazione inerente il concetto di “sede” ai fini delle autorizzazioni stesse, come peraltro altri Atenei hanno fatto negli anni. Così almeno si potrebbe distinguere tra i pochi docenti che sono “fuori sede” solo formalmente, ma che in realtà sono residenti in comuni limitrofi (Scoppito, Pizzoli, Lucoli, San Demetrio, Poggio Picenze e simili) e i tanti che
risiedono sostanzialmente fuori sede.

«PROBLEMI PER NOI STUDENTI»
«La gran parte di questi docenti», protesta l’Udu, «reitera la domanda di autorizzazione da anni e anni, da ben prima del sisma, senza alcuna caratteristica di eccezionalità, e parecchi degli stessi dichiarano come luoghi di residenza comuni talmente distanti da non poter essere considerati in nessun modo “prossimi” all’Aquila».
Per gli studenti questo tema non è solo una questione formale, ma attiene anche alla qualità dell’organizzazione didattica e all’ottimizzazione dell’uso delle strutture.
«L’enorme numero di docenti fuori sede e pendolari, provoca», spiegano gli studenti, «diffusi fenomeni di concentrazione delle lezioni, degli esami e una bassa ottimizzazione nell’uso delle sedi. E’ infatti frequente ritrovarsi con giorni in cui è impossibile trovare un’aula libera, tanto da far ritenere sempre insufficienti le sedi a disposizione, e giorni in cui invece le aule risultano ampiamente sottoutilizzate. Inoltre questa diffusione del fenomeno provoca evidenti difficoltà nelle attività di tutorato e di ricevimento verso gli studenti».
C’è poi una valutazione strategica che riguarda l’Ateneo dell’Aquila, spesso “vittima” di massicce, non sporadiche, aspirazioni dei docenti a trasferirsi in altre sedi, per lo più Roma. «Ovviamente queste aspirazioni sono legittime», dicono dall’Udu, «ma è la grandezza del numero che rende le potenzialità delle strategie di sviluppo dell’Ateneo, di investimento nella qualità e il grado complessivo di attaccamento al futuro dell’Ateneo aquilano su livelli non ottimali».