LA SENTENZA

Cassazione: «sequestrare il tesoro illecito di Bossi ovunque sia»  

Salvini: «sentenza politica, quei 49 milioni non ci sono»  

Redazione PdN

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Cassazione: «sequestrare il tesoro illecito di Bossi ovunque sia»  

 

 

 

 

 

ROMA. "Ovunque venga rinvenuta e presso chiunque" qualsiasi somma di denaro riferibile alla Lega Nord - su conti bancari, libretti, depositi - deve essere sequestrata fino a raggiungere 49 milioni di euro, il provento della truffa allo Stato per la quale e' stato condannato in primo grado l'ex leader leghista Umberto Bossi.

A ordinarlo e' la Cassazione nelle motivazioni che accolgono il ricorso del pm di Genova contro Matteo Salvini, contrario ai sequestri a 'tappeto'.

L'udienza si era svolta lo scorso 12 aprile a porte chiuse.

Il Tribunale del Riesame adesso deve seguire le indicazioni degli 'ermellini' che hanno dato piena ragione alla Procura ligure che per quattro volte si era sentita dire 'no'.

Finora sono stati bloccati un milione e mezzo di euro: complessivamente sono stati trovati 3 milioni e 150 mila euro.

 

La caccia grossa e' aperta, la strada e' lunga, ma si può fare con il via libera della Suprema Corte.

Tuttavia il leader del Carroccio avverte: "quei 49 milioni di euro non ci sono, posso fare una colletta, ma è un processo politico che riguarda fatti di 10 anni fa su soldi che io non ho mai visto, si pensi a quelli che c'erano 10 anni fa. Stanno cercando conti in Svizzera, in Lussemburgo... non ci sono! E' una sentenza politica - ripete - vogliono metterci fuorilegge per via giudiziaria, ma non ci riusciranno».

 

La sentenza della Cassazione è invece una vittoria morale per lo scrittore anticamorra sotto scorta Roberto Saviano, da tempo in guerra totale con Salvini. Ricambiato: da vicepremier e ministro dell'Interno, Salvini ha ventilato di togliergli la protezione prendendosi del 'buffone'. Più volte Saviano lo ha incalzato al #RestitutionDay per ridare agli italiani i milioni scomparsi. Richiesta ribadita oggi dalle file Dem, anche a Palazzo Madama, dove Umberto Bossi ha protestato platealmente contro il collega del Pd Dario Parrini, che aveva sollevato la questione dei soldi "scomparsi".

 

Il presidente del Partito Democratico Matteo Orfini si è invece rivolto a Di Maio, in un affondo all'alleanza gialloverde: "è un problema per il M5s o non fa niente? Una volta urlavi onestà, ora sei alleato con chi ha truffato gli italiani". "Secondo l'Espresso, da dicembre 2013, quando Salvini prende il posto di Maroni, al maggio 2014 - scrive su Fb il dem Anzaldi - il patrimonio della Lega crolla da 14,2 milioni a 6,6: come sono stati usati questi milioni?".

 

Dal Carroccio però fanno quadrato: "Forse l'efficacia dell'azione di governo della Lega dà fastidio a qualcuno, ma non ci fermeranno certo così", ha detto a caldo Giulio Centemero, tesoriere leghista, sottolineando la "trasparenza e onestà con cui abbiamo gestito il movimento, con bilanci da anni certificati da società esterne, e non avendo conti segreti all'estero ma solo poche lire in cassa visti i sequestri già effettuati: sarà nostra premura portare in monetine da 10 centesimi al tribunale di Genova tutto quello che abbiamo raccolto come offerte da pensionati, studenti e operai durante il raduno di Pontida".

 

Il sequestro dei conti, disposto il 4 settembre dopo la condanna di Bossi, e' stato "emesso in osservanza dei presupposti di legge e non e' stato oggetto di impugnazione da parte della Lega Nord", evidenzia la Cassazione. Segnalando come la Lega, dopo la condanna del 'Senatur' per aver incamerato tra il 2008 e il 2010 il 'tesoro' illecito, non abbia a botta calda contestato il sequestro, ma solo in seguito il partito a guida Salvini ha cercato di 'frenare' sul blocco dei soldi che in futuro potrebbero riemergere. Per truffa ai danni dello Stato, Bossi, rieletto al Senato, e' stato condannato a due anni e sei mesi, l'ex tesoriere Francesco Belsito a quattro anni e dieci mesi, a un anno e nove mesi Stefano Aldovisi, a due anni e otto mesi Diego Sanavio e Antonio Turci, tutti e tre revisori dei conti. Le condanne più elevate sono quelle a cinque anni per riciclaggio inflitte a Paolo Scala e Stefano Bonet, sospettati di aver trasferito parte del 'bottino', attinto a piene mani dalla famiglia Bossi, verso Cipro e la Tanzania.