OBIETTIVO MANCATO

Nulla di fatto per web tax italiana, manca il decreto

Tempo fino al 30 aprile per disposizioni attuative, palla a Ue

Redazione PdN

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Nulla di fatto per web tax italiana, manca il decreto

 

ROMA. Nulla di fatto per la web tax italiana. Dopo il gran clamore suscitato dall'introduzione nella scorsa legge di bilancio dell'imposta al 3% del fatturato, a pochi giorni dalla scadenza prevista per le disposizioni attuative non c'è ancora traccia del necessario decreto del Ministero dell'Economia.

La norma della manovra prevede l'avvio della tassazione a partire dal primo gennaio 2019, con un incasso previsto di 190 milioni di euro, ma demanda ad un decreto del Mef da pubblicarsi entro il 30 aprile la definizione degli ambiti di applicazione dell'imposta. Senza un nuovo governo pienamente in carica, il Ministero sembra però intenzionato a soprassedere, in attesa che una decisione condivisa sia presa dall'Unione europea.

E proprio su questo ci si confronterà, fra l'altro, durante il prossimo Ecofin a Sofia venerdi' e sabato prossimi.

Così come scritta nella legge di bilancio la web tax, colpisce le transazioni digitali "relative a prestazioni di servizi elettronici rese nei confronti di società di capitali e di persone, di imprenditori individuali, di artisti e professionisti, nonché delle stabili organizzazioni di soggetti non residenti, indipendentemente dal luogo di conclusione della transazione".

Senza altre specifiche esplicite, per esempio riguardo all'e-commerce, la legge di fine anno prevede quindi che le prestazioni di servizi effettuate tramite mezzi elettronici siano "individuate tramite decreto del Ministero dell'Economia e delle Finanze, da emanare entro il 30 aprile 2018". Ma il Dipartimento delle Finanze sembra orientato a non procedere. Le problematiche emerse intorno alla norma non sono del resto poche. A ridosso dell'approvazione in Commissione Bilancio della Camera di un testo introdotto al Senato e modificato più e più volte, l'Ufficio parlamentare di bilancio aveva già espresso le sue perplessità, evidenziando che per le aziende italiane la web tax si sarebbe rivelata un boomerang, sommandosi alle normali imposte, e quindi di fatto aumentando il prelievo fiscale, mentre per le multinazionali si sarebbe trasformata in un micro-balzello del 3% capace di metterle comunque in regola con l'ordinamento italiano senza interferire con la possibilità legittima di continuare a beneficiare delle aliquote ridotte applicate altrove. Proprio il molteplice trattamento fiscale in Europa e a livello globale è del resto uno scoglio enorme da superare. All'interno dell'Unione europea, che pure a marzo ha dato le sue linee guida su un'analoga tassa del 3% sui ricavi, i pareri non sono a caso unanimi.

I Paesi più colpiti dall' 'elusione online', Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito sono d'accordo con l'idea di una tassazione sui giganti del web, mentre Irlanda e Lussemburgo, quartier generali in molti casi delle multinazionali in Europa grazie ad una politica fiscale ad hoc, non vedono l'idea di buon occhio. Il problema è che senza una soluzione comune, ma con legislazioni singole nei vari Stati membri, le soluzioni 'fai da te' renderebbero la situazione ancora più caotica e controproducente per le imprese nazionali dei vari Paesi. C'è poi da considerare anche il delicato equilibrio con gli Usa, maldisposti verso una tassa che penalizzerebbe molte delle aziende americane. I tempi anche in Europa non si annunciano quindi brevi.