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Giustizia. Fuoco incrociato sul Csm: dal «metodo mafioso», al «silenzio assordante» su Di Matteo

Fioccano le polemiche sulla partigianeria dell’organo supremo di controllo della magistratura

Redazione PdN

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Giustizia. Fuoco incrociato sul Csm: dal «metodo mafioso», al «silenzio assordante» su Di Matteo

ROMA. Solo nell’ultima settimana si sono registrate due accuse pesantissime a carico dell’organo supremo di controllo della magistratura.

Il Consiglio superiore della magistratura è organo di ordine costituzionale che super partes dovrebbe garantire l’indipendenza dei magistrati, controllare il loro operato (punendoli se necessario), evitando discriminazioni e partigianerie in nome della Giustizia con la “g” maiuscola.

Eppure dal pm più in vista di questi giorni, per la sentenza sul processo trattativa Stato-Mafia, arriva la bordata che non può passare sotto silenzio anche perchè proprio di “silenzio” si parla.

 

Così non rinuncia alla polemica Nino Di Matteo, memoria storica del pool che ha istruito il processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia e parla di «silenzio assordante».

Ma la risposta risentita del sindacato delle toghe, tramite il presidente Francesco Minisci che ha respinto l'accusa, non si è fatta attendere. Dopo la sentenza che ha inflitto pene pesantissime a ex vertici del Ros come Mario Mori e all'ex senatore Marcello Dell'Utri, condannati a 12 anni e accusati di aver rafforzato Cosa nostra scegliendo la via del dialogo coi clan durante le stragi del '92 e del '93, Nino Di Matteo si toglie qualche sassolino dalla scarpa.

E sceglie la trasmissione "1/2ora in più" di Lucia Annunziata per ricordare chi, a suo dire, negli anni delle polemiche non difese la Procura.

«Quello che mi ha fatto più male è che rispetto alle accuse di usare strumentalmente il lavoro abbiamo avvertito un silenzio assordante e chi speravamo ci dovesse difendere è stato zitto. A partire dall' Anm e il Csm», dice.

«L'Associazione Nazionale Magistrati ha sempre difeso dagli attacchi l'autonomia e l'indipendenza dei magistrati: lo ha fatto - ha replicato Minisci - a favore dei colleghi di Palermo e continuerà sempre a difendere tutti i magistrati attaccati, pur non entrando mai nel merito delle vicende giudiziarie».

Di Matteo rilancia l'importanza del verdetto e la tesi dell'accusa: mentre esplodevano le bombe mafiose pezzi delle istituzioni scendevano a patti con i clan.

«Gli ufficiali dei carabinieri sono stati condannati per avere svolto un ruolo di mediazione delle richieste della mafia nel '92 quindi rispetto ai governi della Repubblica presieduti da Amato e Ciampi, mentre Dell'Utri è stato condannato per avere svolto il medesimo ruolo nel periodo successivo a quando Berlusconi è diventato premier. È un fatto oggettivo», spiega.

«È ovvio che noi abbiamo agito verso soggetti che ritenevamo coinvolti sulla base di un quadro probatorio solido, ma non pensiamo che i carabinieri abbiano agito da soli. Non abbiamo avuto prove concrete per agire contro livelli più alti ma pensiamo che i carabinieri siano stati mandati e incoraggiati da altri», dice.

Chi furono i mandanti della trattativa, almeno prima del '93, è ancora oscuro.

«Servirebbe un pentito di Stato che facesse chiarezza piena», auspica Di Matteo.

Di certo, per il pm «la sentenza è precisa e ritiene che Dell'Utri abbia fatto da cinghia di trasmissione nella minaccia mafiosa al governo anche nel periodo successivo all'avvento alla Presidenza del Consiglio di Berlusconi. In questo c'è un elemento di novità. C'era una sentenza definitiva che condannava Dell'Utri per il suo ruolo di tramite tra la mafia e Berlusconi fino al '92. Ora questo verdetto sposta in avanti il ruolo di tramite esercitato da Dell'Utri tra 'Cosa nostra' e Berlusconi».

Parole che indispettiscono il legale di Dell'Utri, l'avvocato Giuseppe Di Peri: «con la sentenza che ha condannato Dell'Utri per il periodo precedente al 1992 ne è stata pronunciata anche una di assoluzione piena per i fatti successivi a quell'anno che riguardavano tutta la stagione politica e i rapporti tra Dell'Utri, la mafia, Berlusconi e Forza Italia. Rapporti che sono stati assolutamente esclusi».

Una nota dei legali di Mori, parla di «sentenza ingiusta e incoerente».

Parla anche l'ex ministro dc Nicola Mancino. «Mai saputo di una trattativa. Mi rifiutai di trattare ai tempi del sequestro Moro, figuriamoci se avrei tollerato di farlo con la mafia». Per l'ex guardasigilli Claudio Martelli, «come al solito ci stiamo aggirando tra le macerie della Prima Repubblica, un esercizio sportivo che dura da 25 anni».

Se si attendono le motivazioni della sentenza ed i gradi successivi di giudizio per la conferma delle accuse, rimangono quelle contro il Csm.




«METODO MAFIOSO»

Ed un’altro caso ha fatto discutere nei giorni scorsi: le accuse di un magistrato che ha parlato persino di «metodo mafioso del Csm».     

Dichiarazioni del giudice di Verona, Andrea Mirenda.

La frase "incriminata" è riportata nel libro, appena uscito, di Riccardo Iacona, "Palazzo d'ingiustizia": «il Csm ormai non e' affatto un padre amorevole per magistrati, non e' piu' l'organo di autotutela, non e' piu' garanzia dell'indipendenza, ma e' diventato una minaccia, perche' non vi siedono soggetti distaccati, ma faziosi che promuovono i sodali e abbattono i nemici, utilizzando metodi mafiosi». Un' «espressione di colore», per far capire «la drammatica potenza e la pervasività condizionante delle correnti della magistratura», aveva precisato il magistrato dopo le prime polemiche.

Dopo il parlamentare di Forza Italia ed ex consigliere di Palazzo dei marescialli, Pierantonio Zanettin, che nei giorni scorsi aveva sollecitato il ministro della Giustizia a valutare un'iniziativa disciplinare nei confronti del magistrato, l'Associazione nazionale magistrati è insorta per prendere nettamente le distanze da quelle parole.

«Paragonare le attività del Csm, organo di rilevanza costituzionale, ai metodi utilizzati dalle organizzazioni criminali, che rappresentano uno dei mali maggiori del nostro Paese, contro cui lo Stato combatte da sempre ed ha pagato un altissimo prezzo in termini di vite umane anche tra i magistrati, è inaccettabile ed inappropriato», accusa la giunta del sindacato delle toghe.

Non è in discussione «la libertà di manifestazione del pensiero e di critica anche aspra»: il punto è che quelle affermazioni gettano «discredito sul Csm, instillando nei cittadini l'idea che non garantisce l'indipendenza e l'autonomia della magistratura».

Ma il dibattito non sembra affatto destinato a chiudersi. A luglio andranno alle urne i magistrati per scegliere i consiglieri togati del prossimo Csm. E la campagna elettorale è cominciata da un pezzo. Non è un caso che all'Anm replicano i candidati alle votazioni di luglio del gruppo di Piercamillo Davigo, Autonomia e Indipendenza, con un invito alle altre correnti e a tutti i magistrati «a confrontarsi apertamente sul merito delle questioni denunciate piuttosto che sulla forma delle espressioni utilizzate»; anche per evitare il rischio che «la pubblica sollecitazione di iniziative disciplinari si traduca in una sostanziale intimidazione nei confronti di chi ha esercitato o di chi dovrebbe esercitare il diritto di critica».