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Csm. L’accusa chiede sospensione di sei mesi per il giudice Romandini

E’ la richiesta dei procuratori della Cassazione. Venerdì 14 la difesa e poi il verdetto

Redazione PdN

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Csm. L’accusa chiede sospensione di sei mesi per il giudice Romandini

Il momento della sentenza di Bussi

 

 

ROMA. «Fatti di particolare gravità per aver tenuto comportamenti scorretti. Per questo chiediamo sei mesi di sospensione dal ruolo di magistrato e dello stipendio».

E’ quanto hanno chiesto i procuratori Pietro Gaeta e Alfredo Pompeo Viola per gli illeciti disciplinari contestati al giudice di Chieti, Camillo Romandini, presidente della Corte d’Assise nel processo sulle mega discariche di Bussi.

A lui sono contestati tre comportamenti: «scorretti»  nei confronti dei giudici popolari per averli fatti sentire «meno liberi»; per non essersi astenuto dal commentare il processo nella cena con D’Alfonso poco prima della sentenza e per aver svolto incarichi vietati e senza autorizzazione  (impresa agricola).

Il codice deontologico (siamo in un procedimento disciplinare davanti al Csm) prevede la sanzione della sospensione da 3 mesi a due anni e ritenendo i comportamenti «molto gravi» la richiesta si è attestata sui 6 mesi (sanzione più grave del richiamo e della censura, pure previsti).

Qui si tratta solo di valutare gli illeciti disciplinari mentre per eventuali ipotesi di reato la procura di Campobasso, dopo le indagini, ha chiesto ed ottenuto l’archiviazione da ogni capo di imputazione.

Nella prossima udienza sarà la difesa a spiegare per quale ragioni Romandini non dovrebbe essere sanzionato disciplinarmente e questo succederà venerdì 14 settembre, quando il collegio finalmente concluderà questo lungo e travagliato procedimento.

     

«HA SVOLTO PER ANNI ATTIVITA’ CHE NON POTEVA SVOLGERE»  

Il procuratore Pietro Gaeta per poco più di 30 minuti, in maniera analitica e precisa, ha esposto le ragioni dell’accusa.

 Gaeta ha ricordato come Romandini svolgesse attività imprenditoriale con partita iva che è stata chiusa, dopo molti anni, solo dopo l’inizio degli accertamenti.

 «I magistrati non possono assumere pubblici o privati uffici, non possono nemmeno esercitare industria o commercio o qualsiasi  libera professione», ha detto, chiarendo che ci sono poi alcuni incarichi che possono essere autorizzati ma le attività vietate rimangono vietate sempre.

«Se manderete assolto Romandini stabilirete che avere una partita iva per vendere  e commerciare olive è assolutamente lecito».

«E’ irrilevante che sia in forma di impresa, organizzata oppure no, che abbia dipendenti oppure no. Questa attività è vietata per il solo fatto di essere svolta».

E’ stato poi citato un precedente (“caso Panariello”): un giudice che in casa aveva organizzato una scuola di formazione per aspiranti magistrati, senza dipendenti ma continuativamente.

 

«Anche quel tipo di attività non rispecchiava una parvenza imprenditoriale eppure è stata giudicata non compatibile con la funzione di magistrato».

Il magistrato dell’accusa ha spiegato che tra le attività che sono escluse dal divieto ci sono le attività singole, anche se finanziarie e lucrativa, ma devono essere singole e non continuative.

«Il senso è che viene data la priorità a preservare l’apparenza del magistrato» .

 

«Abbiamo sentito che Romandini pagò l’Irap “per evitare problemi”. L’Irap non si paga per evitare problemi», ha detto Gaeta, « si paga perchè si deve pagare e si paga quando ci sono i presupposti (...) Possiamo dire che Romandini abbia pagato per scrupolo e non perchè fosse tenuto? Sappiamo che nel 2008 sono stati venduti 964 litri di olio che ad una percentuale standard del 15% comporta una produzione di 6500 chilogrammi di olive conferite. E’ verosimile e credibile che una raccolta di 6,5 quintali venga svolta dal solo titolare e da un solo ausilio? Il raccolto, però, comportava un commercio ed una dazione in cambio del denaro (46mila euro, ndr)  e questo per noi basta ai fini della violazione».

Il magistrato ha concluso, dunque, che attività commerciale è stata svolta.

 

 

CENA CON IL PRESIDENTE D’ALFONSO

L’accusa ha dimostrato attraverso le testimonianze che un punto certo c’è: la cena alla quale hanno partecipato Romandini e D’Alfonso c’è stata.

Sono state messe in evidenza anche le tantissime incongruenze testimoniali che devono per forza far presumere che qualcuno, o più di qualcuno, abbia mentito.

«Entrano in rotta di collisione D’Alfonso e Dogali sulle origini della cena. Per D’Alfonso fu una sua iniziativa dovendo scegliere un componente di una commissione e pregando il Dogali di fargli incontrare Romandini per il conferimento di questo ulteriore incarico. Dogali invece dichiara “la organizzai io, era una conviviale in famiglia con Romandini e la signora che considero un familiare”. Chi mente e chi dice la verità?  Non vi sarebbe motivo per mentire da parte dei due su un motivo così futile. E’ presumibile che mentano entrambi anche perchè quella di Dogali è contraddittoria e inverosimile. Qui abbiamo una perfetta replica di Benjamin Button: nella prima dichiarazione, fatta poco tempo dopo i fatti, Dogali dice di non ricordare la data della cena, mentre interrogato dal difensore nel 2016 è categorico: “si tenne il 7 novembre” senza ombra di dubbio. Queste dichiarazioni sono contraddittorie e intimamente non credibili».

E’ emersa anche l’ulteriore contraddizione di due persone invitate (Romandini e D’Alfonso) che secondo Dogali non sapevano l’uno dell’altro.

«Perchè tacere a Romandini la presenza di D’Alfonso?»  

 

E sui colloqui avvenuti?

Il magistrato dell’accusa ha ricordato che Dogali è stato preciso: «Ho ascoltato tutte le conversazioni in quel contesto e posso sotto giuramento affermare che si parlò soltanto della capacità dell’avvocato Gerardis che D’Alfonso voleva prendere in Regione».

«D’Alfonso smentisce e Romandini smentisce D’Alfonso», ha fatto notare il magistrato.

«Per Romandini infatti “si parlò delle parti processuali in termini generali”, “Gerardis brava,  i pm preparati e le difese efficaci”. Ma gli interlocutori D’Alfonso e Romandini la raccontano diversamente. Allora Dogali spiega “è possibile che non abbia sentito tutto”. E poi Dogali dice di non sapere del processo Bussi, nè che la Regione fosse parte civile, eppure D’Alfonso era personalmente alle udienze e aveva richiamato una visibilità mediatica enorme».

Gaeta ha poi detto chiaramente che dopo il colloquio Romandini -D’Alfonso : «le conseguenza sono state devastanti. Dopo la notizia (della presunta anticipazione della sentenza, ndr)  accade di tutto, si diffonde il panico, si teme per il corretto svolgimento del futuro processo quasi concluso e si pensano i rimedi delle eventuali ricusazioni non adottate».

 

«Allora vi domando: è  lecito e legittimo che il presidente Romandini, quasi alla vigilia della sentenza, si rechi ad una cena a cui sa che c’è una delle parti nel processo ed interloquisca con essa sul passato svolgimento del processo?

Quello di Bussi non era un processo qualunque ma il più importante processo mai celebrato in terra d’Abruzzo. Non era una storia qualunque. Quello che è certo è che il giudice esprime un giudizio sulla partita che si è svolta a prescindere dal risultato. (...) Una esternazione così non è forse una scorrettezza, non ha il giudice obbligo di astenersi?»

 

 

 

LA CENA GIUDICI POPOLARI

 L’altro procuratore, Alfredo Pompeo Viola, in altri 30 minuti, ha spiegato le ragioni della colpevolezza di Romandini per aver partecipato alla cena con i giudici popolari e proferito parole che avrebbero limitato la libertà e la loro serenità.

 «Le dichiarazioni dei giudici popolari collimano e si confermano», dice Viola, «mentre anche nell’archiviazione di Campobasso si dice che Di Geronimo non era presente nel momento in cui Romandini fa riferimento alla responsabilità civile dei magistrati e non può fornire un contributo. Ora è  impossibile che tutte le giudici popolari abbiano capito male la frase. E’ impossibile anche un complotto: avete visto tutti i testimoni e la debolezza della Martini».

Poi il magistrato ha citato le stesse dichiarazioni di Romandini vergate in una memoria al presidente del tribunale Spiniello e nelle sue dichiarazioni al pm di Campobasso.

Romandini ammise che non erano state pronunciate quelle frasi, in maniera così categoriche come è stato raccontato, ma si era fatto richiamo alla possibile responsabilità civile del giudice (cioè al fatto che in qualche modo il giudice  potesse risponderne con il proprio patrimonio in caso di errore giudiziario).

Nel 2015 (8 mesi dopo i fatti)  Romandini al pm di Campobasso spiegò che «è anche possibile che in quel contesto abbia potuto pronunciare frasi simili. Rammentando che nella mia  memoria sostanzialmente contesto l’interpretazione del mio tono. Rappresento che posso anche aver ammesso, su domanda, che le responsabilità risarcitorie possono rappresentare anche profili di incidenza immobiliare…

ma non ritengo o non ricordo di aver fatto riferimento agli immobili della signora Martini. In ogni caso l’interlocuzione fu brevissima».

Viola ha fatto notare anche che Romandini ha detto cose diverse da quelle dette nella udienza a dichiarazioni spontanee «lascio a voi del collegio ogni valutazione sul caso».

a.b.