LA DIFESA

Romandini al Csm: «realtà ripugnante creata ad arte da giornali per delegittimarmi»

Il giudice del processo Bussi ha rilasciato dichiarazioni spontanee prima della decisione del Collegio disciplinare   

Redazione PdN

Reporter:

Redazione PdN

Letture:

908

Romandini si difende davanti al Csm: «mai fatto imprenditore, vivo calvario da 3 anni»  

Camillo Romandini

ROMA. E’ ripreso ieri il processo disciplinare davanti alla sezione disciplinare del Csm a carico di Camillo Romandini, giudice e presidente della Corte di Assise di Chieti nel processo sulla mega discarica di Bussi.

Si tratta della penultima udienza nella quale il giudice è tornato a parlare e a rendere dichiarazioni spontanee e nella quale vi è stata la requisitoria finale della procura.

Venerdì 14 settembre, invece, vi sarà l’arringa della difesa e subito dopo Camera di Consiglio e la decisione finale sulle presunte violazioni disciplinari.

Al giudice vengono contestate presunte pressioni verso i giudici popolari e aver svolto attività di imprenditore agricolo.

Romandini ha parlato per circa 20 minuti, concentrando molti argomenti e spiegando diversi punti che lui ha ritenuto rilevanti e nevralgici.

«Mi sono trovato a leggere di una realtà completamente diversa da quella che in verità mi sono trovato a vivere durante e dopo il processo», ha esordito il giudice di Chieti, «frutto di quel racconto e interpretazione mediatica che è stata data soprattutto da qualche giornale e mi riferisco a Il Fatto Quotidiano. Sia ben chiaro non è un attacco al corretto diritto di critica e giornalismo di inchiesta ma è una constatazione che devo fare».

Solo qualche minuto dopo spiegherà tuttavia di aver inoltrato denuncia per diffamazione contro il giornale di Travaglio finita al tribunale di Roma e di cui nulla sa. Romandini tuttavia ha denunciato anche PrimaDaNoi.it per gli articoli che ha ripreso da Il Fatto, indagine finita alla Procura di Campobasso che ha avuto bisogno di una proroga di sei mesi per indagare ancora...


LE ACCUSE AL GIORNALE  

E Romandini ha espresso tutto il suo sdegno e la sua riprovazione verso il giornalista Antonio Massari e la serie di inchieste giornalistiche che ha realizzato negli anni sull’argomento.

«Tutto nasce da una telefonata», ha spiegato, «che io ricevo una sera da parte di un certo Antonio Massari, a me totalmente sconosciuto, che invito per un incontro per conoscere io i fatti che sarebbero stati pubblicati. Mi rispose che non era necessario e mi informava della pubblicazione di un articolo violento il giorno successivo. Molti altri ne sono seguiti e sono agli atti e li potete leggere. Alcuni pubblicati poco tempo prima della sentenza della corte d’Assise d’Appello».

«Titoli roboanti: si parlava di “pressioni”, “anomalie del processo”, si parlava di “camere di coniglio”, “toghe tossiche” e alla fine di “3 mln per comprare la sentenza di Bussi”. Questa è stata l’apoteosi, perchè sarebbe bastato che gli zelanti giornalisti prendessero contezza della richiesta di archiviazione della procura di Campobasso ed il provvedimento di archiviazioni del gip o di rigetto delle intercettazioni telefoniche per capire che la vicende era già stata  definita laddove era rimasta sgombrata ogni questione relativa a questa questione di soldi. Il gip di Campobasso parla infatti di “chiacchiere di paese”».





«I SOLDI DOVEVANO CREARE UN MOVENTE»  

«Questa vicenda dei 3 mln di euro», ha proseguito nella sua difesa Romandini, «doveva servire per creare un movente alle anomalie a quelle condotte ascritte, cioè presunte pressioni ai giudici popolari a cui avrei sottratto anche atti. Non ero io a dover mettere a disposizione atti.  Non ho mai organizzato cene».

«Avrei proferito frasi che contesto fermamente alla presenza di tutti.

Se avessi voluto fare pressioni», ha detto Romandini al collegio, «le avrei fatte in maniera più intelligente, nelle sedi più opportune, dove nessuno avrebbe potuto dirmi alcunchè. Frasi pronunciate financo alla presenza del giudice a latere che, si badi bene, è stato relatore e giudice estensore di questa famosa sentenza».

«Cosa ho fatto io in realtà?», ha proseguito, «mi sono reso disponibile e non essere un “giudice Borbone”, di mettermi a disposizione il più possibile dei giudici popolari che si sentivano inadeguate ed in ansia per una precedente ricusazione ed una istanza di ricusazione su cui si è pronunciata la Cassazione. Mai ho proferito parole sulla responsabilità dei giudici».



I DUE RIMPROVERI

«Concludo con due rimproveri a me stesso con molta onestà. Il primo è stato quello di essermi fidato. Se fossi stato un giudice Borbone non sarei andato a cena. Il secondo è stato quello di non essere stato capace -insieme all’altro giudice- di far comprendere un fatto estremamente importante che il ruolo del giudice popolare è importante e significava approcciarsi non con “spirito rivoluzionario” ma con serenità e spirito di capire bene ciò che veniva detto».

«L’ultima cosa: questo è stato un modo per delegittimare una sentenza attraverso la mia delegittimazione. Mi sono oberato anche di questo processo per rendere un servizio alla giustizia, vissuto con la serenità che ho dimostrato anche in questo contesto. Rivendico la serenità, trasparenza e obiettività di quella sentenza solo frutto di una valutazione oggettiva…Ho sentito cose che mi ripugnano».

Romandini ha poi precisato che l’Appello non ha affatto «ribaltato» la sentenza di primo grado  ma è stata «parzialmente più favorevole» per l’accusa certamente perchè c’è stata condanna per disastro colposo «ma per 10 degli imputati la Corte d’Assise d’appello li ha mandati assolti mentre a Chieti erano stati prescritti».

«Accetterò ogni verdetto e mi rifaccio alle parole di papa Francesco: la verità è silenziosa e non parlerò più come ho fatto sempre».  

 

 



PS. GLI OSTACOLI CHE INCONTRANO I “GIORNALISTI ZELANTI”

In quanto tirati dentro questa oscura vicenda (se non altro per l’ostinato silenzio di tutti) sentiamo l’obbligo di precisare alcuni punti.

Secondo Romandini i “giornalisti zelanti” non avrebbero dovuto scrivere nulla e non avrebbero dovuto intraprendere una inchiesta giornalistica perchè sui fatti si era già espressa la procura di Campobasso.

A parte il curioso concetto del “divieto di cronaca per intervenuta archiviazione”, ricordiamo sommessamente che le norme concedono ancora oggi a procure e tribunali di essere assolutamente  blindati e opaci (unici enti pubblici rimasti) negando qualunque forma di controllo dell’opinione pubblica sui giudici.

Questo Romandini lo sa ma non ha fatto in tempo a spiegarlo.

I provvedimenti archiviati che i “giornalisti zelanti” avrebbero dovuto leggere sono stati chiesti e negati perchè non è concesso loro il diritto di averli direttamente dalla fonte ufficiale. Questo non ci ha impedito, molti mesi dopo i fatti, di poter comunque leggere pochissime carte, faticosamente ottenute per le odiose “vie traverse” e darne ampio conto.

Rimangono, per esempio, ancora segreti tutti i verbali delle testimonianze rese e persino tutte le carte che parlerebbero dei 3 mln di euro.

Nessuna delle parti interessate ha avuto interesse a tirarle fuori e anche questo non infonde serenità.

 

Non possiamo tuttavia minimamente accettare il concetto che, siccome la procura di Campobasso avesse chiesto e ottenuto l’archiviazione, ai giornalisti sia preclusa la possibilità di indagare ancora -e magari meglio- facendosi altre domande e trovando altri testimoni (come è successo) e dare un quadro diverso e alternativo alla verità giudiziaria che, come Romandini sa, troppo poco spesso coincide con la verità dei fatti.

Detto questo non facciamo fatica a comprendere il disagio ed il dolore sopportato in questo caso dal giudice (come per tutti gli altri che si trovano al centro di fatti di cronaca) ma è sbagliato credere di individuare il proprio nemico in chi cerca di raccontare, con fatica e grosse ripercussione, la verità a beneficio di tutti.

E’ sbagliato e male si concilia con concetti come la Democrazia, la Libertà e la Giustizia.

 

a.b.