LA RISPOSTA

Giovane morta di anoressia a Chieti, la Asl si difende: «non abbiamo rifiutato di curarla»

Il direttore sanitario spiega: «rispetto per il dolore ma accuse non giuste»

Redazione PdN

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CHIETI. «Non corrisponde al vero l’accusa secondo cui la giovane donna di Chieti affetta da anoressia sia morta nell’indifferenza o, peggio ancora, per colpa della nostra Azienda che le avrebbe negato le cure».

Interviene il direttore sanitario della Asl di Chieti, Vincenzo Orsatti, sul caso sollevato dal fratello della paziente, il quale ha denunciato attraverso una intervista a La Repubblica una presunta condotta negligente da parte dei vertici aziendali.

 

Orsatti racconta la vicenda in questo modo: «dopo essersi rivolta al nostro Centro di salute mentale - afferma Orsatti - la ragazza ha seguito un percorso riabilitativo, autorizzato e pagato dalla Asl, presso una struttura della Toscana. All’aggravarsi delle sue condizioni fisiche si era reso necessario un ricovero presso un ospedale toscano dove le erano state riscontrate alterazioni metaboliche che ne modificavano il profilo assistenziale: in sostanza era emersa la necessità che fosse seguita in una struttura a vocazione clinica più che riabilitativa. Tornata in Abruzzo, ha avuto nuovamente bisogno di un ricovero nell’ospedale di Chieti. Una volta dimessa, è stata seguita con un articolato programma di assistenza domiciliare che prevedeva anche la nutrizione artificiale».

Una soluzione, questa, diceva il fratello, che non andava assolutamente bene perchè la ragazza continuava a svuotare le sacche alimentari.

Ma l’Asl va avanti: «tutto questo mentre il Centro di salute mentale di Chieti era alla ricerca della struttura più appropriata, dopo che la famiglia aveva rifiutato un centro locale specializzato nella cura dei disturbi dell’alimentazione, autorizzato e accreditato».

Secondo la famiglia, invece, quel centro  «non è riconosciuto dal ministero della Salute per la cura di questa patologia».

 

IL PROBLEMA ECONOMICO

 Quanto ai problemi di ordine economico che, secondo la famiglia, avrebbero ostacolato il ricovero fuori regione, Orsatti spiega: «è necessario specificare che la somma giornaliera che l’Azienda è a sua volta autorizzata a spendere per la degenza in tale genere di struttura è pari a 210 euro. Nel caso specifico la struttura individuata ne chiedeva 279, una cifra di gran lunga superiore al tetto consentito per fare fronte alla quale la Asl aveva chiesto una documentazione che attestasse l’indispensabilità del ricorso a quel centro. Come noto, il corretto utilizzo delle risorse economiche a disposizione è un preciso obbligo dell’Azienda, che ne risponde davanti alla magistratura contabile. Pertanto, pur avendo il massimo rispetto per la vicenda e per il dolore dei familiari, non possiamo accettare di essere stati inerti, indifferenti o colpevoli rispetto a quanto è accaduto. Né può essere addebitato come colpa all’Azienda il fatto di avere chiesto doverosamente di documentare, sotto il profilo clinico, la necessità di un ricovero più costoso fuori regione».