LA STORIA

«Asl Chieti nega cure fuori regione». A 26 anni muore di anoressia

La rabbia del fratello: «dimessa quando era ancora in fin di vita»

Redazione PdN

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«Asl Chieti nega cure fuori regione». A 26 anni muore di anoressia

CHIETI. Maria Elena muore a 26 anni a causa dell'anoressia: «L'Asl di Chieti, dove viveva, le ha negato le cure fuori dalla regione. Voleva curarsi ma glielo hanno impedito due volte».

La storia è stata raccontata oggi da Repubblica in un articolo firmato da Valentina Ruggiu.

Maria Elena è morta mentre aspettava di essere curata. Aveva 26 anni e pesava appena 28 chili, soffriva da tempo di anoressia e le sue condizioni erano ormai al limite.

Era in attesa del via libera da parte della regione, un permesso che le avrebbe consentito di ricoverarsi in una struttura situata lontano dalla sua casa a Chieti, dove forse avrebbe potuto intraprendere il percorso di guarigione.

La burocrazia troppo lenta però non le ha offerto questa possibilità.

Le sue condizioni erano troppo gravi ed è morta prima che potesse anche provare a uscire dall'incubo.

A gennaio la ragazza era stata costretta a interrompere un trattamento iniziato in Toscana perché la Asl di Chieti non aveva risposto alla domanda di proroga delle cure richiesta dal centro per i disturbi alimentari.

Secondo la ricostruzione di Repubblica  la Asl di Lanciano Vasto Chieti suggeriva un centro abruzzese che però non è riconosciuto dal ministero della Salute per la cura di questa patologia.

Adesso Alessandro Pompilio, il fratello di Maria Elena, non si dà pace per quanto successo e denuncia: «Aveva sempre boicottato ogni tentativo di cura, ma ora aveva deciso di provarci», racconta a La Repubblica.  «Ci dissero che il problema erano i soldi, perché i ricoveri fuori regione costano di più».

Dopo anni di ricoveri finiti male, questa volta sembrava che Maria Elena volesse veramente guarire, dopo una serie di trafile burocratiche la famiglia era riuscita a far entrare la 26enne al centro Madre Cabrini di Pontremoli, da lì trasferita all'ospedale di Massa dove avrebbe dovuto prendere un po' di peso prima di tornare alla clinica e seguire un percorso che le era già stato studiato dai vari esperti che lavorano all'interno della struttura.

I primi due mesi erano scaduti però e la proroga non arrivava, la ragazza è stata costretta a tornare a casa e poco dopo è morta.


«DIMESSA QUANDO ERA ANCORA IN PERICOLO DI VITA»  

«Pesava 28 kg e l’ho dovuta portare via dall’ospedale. Arrivato a Chieti sono corso al pronto soccorso pregando che la ricoverassero», continua il fratello che spiega come sia stata dimessa però dopo due giorni, anche se effettivamente era ancora in pericolo di vita.

Maria Elena viene ricoverata, ma dopo un paio di giorni la dimettono. «Ancora non capisco perché – si tormenta il fratello –. Ricordo quando chiesi ai medici se mi potevano assicurare che mia sorella era fuori pericolo e risposero di no» .

A casa la situazione era ingestibile, l’aiuto messo a disposizione prevedeva solo un’assistenza domiciliare. «Era alimentata con il sondino nasogastrico – spiega Alessandro–. Ma stare lì non la aiutava: svuotava le sacche dell’alimentazione per far vedere a chi controllava che la assumeva. La cosa assurda è che mia madre la assecondava».

Come soluzione temporanea, intanto, i familiari avevano fatto trasferire la giovane in un reparto di lungodegenza a Ortona e mentre il fratello proseguiva la sua battaglia tra i vari enti però Maria Elena moriva.

Ad ucciderla è stata un'infezione partita da un ago che aveva al braccio, che in un corpo debole come il suo è stato fatale.

Sul caso si esprime anche Laura Dalla Ragione, responsabile della rete di cura per i disturbi alimentari dell’Umbria e referente al Ministero sul tema, che su Facebook ha scritto: «Non è morta di anoressia, ma perché le sono state rifiutate le cure, a cui tutti hanno diritto. È assurdo morire così, sapendo che avremmo potuto salvarla. Lottiamo tutti contro questa disparità ingiusta».