NEL PIATTO

Mense Pescara, una dozzina di inadempienze gravi prima del contagio dei bambini

La lista delle contestazioni è lunga due pagine. Tutto accaduto in meno di due anni

Redazione PdN

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Nas in casa di cura di Città Sant’Angelo e nelle mense di Ortona

 

 

PESCARA. Alla fine è arrivata la risoluzione di diritto del contratto di appalto del servizio mensa di Pescara da parte del Comune.

Alla fine, però.

E dopo l’incredibile caso di avvelenamento da campylobacter di quasi 300 bimbi delle scuole materne ed elementari.

Prima, invece, le tante sollecitazioni e le notizie di criticità sono sempre cadute nel vuoto.

E’ come se la devastante tossinfezione avesse risvegliato la stazione appaltante (il Comune) che si è trasfigurato nel controllore severo, intransigente e inclemente.

L’esatto opposto di quello che era stato all’inizio di questo secondo appalto, aggiudicato all’Ati Cir Food e Bioristoro Italia mentre era (ed è tutt’ora) in corso un procedimento penale nel quale si contestano gravi reati nella gara precedente tra cui corruzione e turbativa d’asta.

In realtà il Comune ed il settore competente -almeno a giudicare dalle carte- non sono mai stati distratti o disattenti, il controllo della ditta nell’esecuzione del servizio di refezione c’è stato.

Anzi, sono stati molti i richiami, le diffide, le sanzioni e persino una denuncia alla procura della Repubblica (che ha aperto un secondo procedimento penale ad inizio 2017) per violazioni di norme del contratto d’appalto.

 

TUTTE LE ACCUSE DEL COMUNE ALLA DITTA

Il dirigente Fabio Zuccarini ha, ad inizio agosto, motivato la rescissione del contratto mentre si è ancora in attesa di avviare il nuovo servizio con la seconda classificata nella gara.

Nel frattempo per il servizio che dovrebbe partire ad ottobre ci sono grossi ritardi ed incognite. Le iscrizioni sono sospese.

Sono già molti i genitori che chiedono informazioni senza riceverle e tra pochi giorni sarà il caos se non verranno emanate direttive chiare sul punto.

E’ bene ricordare che il capitolato d’appalto prevedeva la risoluzione dopo «tre inadempienze anche non consecutive o inosservanza di regole».

Nella determina di Zuccarini sono segnalate almeno 15 episodi di cui il primo risale al 4 ottobre 2016, praticamente il primo giorno di servizio… come dire: chi ben comincia…

In quell’occasione il Comune contestò il ritardo del trasporto pasti, la mancanza di cibo per gli utenti allergici, l'uso di mezzi non autorizzati, il menù non esposto, l’inottemperanza del protocollo di sicurezza nei nidi.

Non esattamente aspetti secondari.  

Il giorno dopo venne emanata dal Comune una nota nella quale si richiedeva il rispetto tassativo dell'orario dell'inizio dei pasti.

A novembre 2016 c'è stata la prima diffida formale per modifiche della composizione del menu giornaliero non segnalate al Comune.

A metà dicembre 2016 è stata contestata la presenza di scaffalatura non idonea al deposito delle derrate, di armadietti spogliatoi non idonei e la non rispondenza delle derrate alimentari alle caratteristiche merceologiche.

Ad aprile 2017 è stato emanato un ordine di servizio per completare il kit per i celiaci, mentre a giugno 2017 è scattata la prima ammonizione per ritardo di alcuni giorni nella realizzazione delle prestazioni migliorative.

E poi c’è stata la strigliata per la somministrazione di una tipologia di pasta differente da quella indicata dal menù (altra questione ostica dove il Comune di è dimostrato molto tollerante..)

Poi un'altra diffida «per la promiscuità di alimenti del personale della concessionaria con le derrate destinate agli utenti»; una ulteriore diffida (novembre 2017) per il ritardo nell'avvio del piano di manutenzione programmata; e ancora una contestazione sulle tipologie di preparazione dei pasti cotti non conformi agli obblighi di legge

Ad aprile 2018 è stata emanata una disposizione per l'inserimento dei limiti microbiologici da applicare alle analisi che vengono effettuate nei piani di autocontrollo dalla ditta.

 

DENUNCIA PENALE MA NON RESCISSIONE

Sono state applicate anche penali, come quella del 20 gennaio 2017 «per la somministrazione di derrate non conformi alle caratteristiche merceologiche indicate dal contratto di servizio».

Da questa vicenda ne è scaturita anche una denuncia penale ed un susseguente procedimento penale che vede coinvolto l’amministratore delegato della società bioristoro Italia Srl per ipotesi di reato inerenti l’inadempimento di contratti di Pubbliche forniture e frode nelle pubbliche forniture.

Un’altra multa è stata irrogata dal Comune a febbraio 2018 per operazioni di preparazione e cottura dei pasti non conformi alle normative vigenti.

Ma nemmeno questo è bastato al Comune per fermare la ditta.

 

 IL PASTICCIO SULLE ANALISI CHE POTEVANO EVITARE IL PEGGIO

Tutto questo è avvenuto circa due anni prima dello scandalo dell'infezione di inizio giugno 2018.  

Sempre “prima” il consigliere grillino, Massimiliano Di Pillo, aveva chiesto più volte per quale ragione -se il capitolato prevedeva la risoluzione del contratto dopo tre inadempimenti-  il Comune non avesse fermato l’appalto.

Il perchè rimane ancora un mistero.

“Dopo”, nel pieno dello scandalo nazionale, sono saltate fuori anche altre irregolarità molto gravi,  tutte riportate nella nota del Rup del 10 agosto scorso che irroga altra sanzione di 5000 euro alla ditta.

Tra gli adempimenti contestati, al primo punto, c’è «l'inottemperanza dell'obbligo di effettuare le analisi per il controllo igienico sanitario almeno una volta ogni due mesi per ogni scuola così come previsto dal contratto».

I dirigenti del Comune, dunque, solo dopo il clamoroso contagio, si accorgono che «dalla documentazione visionata» le visite ispettive ed i campionamenti effettuati «risultano inferiori rispetto a quelli previsti».

Insomma, nonostante tutti i precedenti, non c’è stata attenzione massima nemmeno da parte del Comune.

E la cosa grave è che i rapporti delle analisi della ditta sul cibo  dovevano essere inviate al Comune entro 7 giorni lavorativi, invece, non pervenivano con regolarità.

Alcuni referti sarebbero giunti in ritardo altri mai inviati come quello proprio della caciotta che sarebbe alla fonte dell’infezione.

Non risultano, però, richiami o diffide alla ditta per l’invio non tempestivo dei referti.

La ditta, tra gli altri, aveva l'obbligo di intervenire, di verificare e di correggere eventuali risultati non conformi sul cibo.

In pratica la ditta avrebbe dovuto verificare se il cibo non conforme fosse stato contaminato presso le proprie cucine o, invece, presso le ditte fornitrici e regolarsi di conseguenza; il tutto per evitare la somministrazione.  

Dalla documentazione in possesso del Comune questo non si evince.

 

GESTIONE DISASTROSA

Dalla documentazione, invece, il dirigente comunale evince una gestione della prevenzione «non rispettosa delle modalità di controllo»  che è soggetta a standard codificati di sicurezza.

Peraltro, si è scoperto, diverse analisi non includevano tra la ricerca i cosiddetti coliformi, cioè quei batteri particolarmente virulenti che devono essere assolutamente assenti nel cibo che si ingerisce.

 

Tra le accuse che il Comune rivolge alla ditta c'è anche  la violazione dell'obbligo di rendersi garante delle materie prime e degli ingredienti utilizzati.

Il punto non è secondario perché irregolarità sarebbero state riscontrate proprio sulla fornitura di caciotte, quelle prodotte nel caseificio Leone & C, perchè  questa ditta non risulta tra quelle obbligatoriamente comunicate al Comune come subfornitore e censito nelle schede tecniche.

Dunque, fornitore “irregolare” e pasticci sulle analisi preventive: così il mix è diventato micidiale.

Contro la risoluzione dell’appalto la ditta può proporre ricorso al Tar mentre parallelamente si sviluppa l'inchiesta penale della procura di Pescara.

La vicenda insomma è tutt'altro che  finita.