L'UDIENZA

Caso Romandini, nuova bagarre in aula al Csm su deposizione ex giudice popolare

La testimone conferma le sue deposizioni ma non vuole rispondere alle domande

Redazione PdN

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Caso Romandini, nuova bagarre in aula su deposizione ex giudice popolare

Il momento della sentenza del 2014

ROMA. Alla fine l’ex giudice popolare del processo Bussi, Letizia Martini, a Roma davanti al collegio disciplinare del Csm ci è andata con le sue gambe, accompagnata dal marito e non dai carabinieri.

Per tre volte la donna, testimone chiave dell’accusa nel procedimento disciplinare al presidente della corte d’Assise di Chieti, Camillo Romandini, non si era presentata per problemi di salute la prima volta e anche la seconda, ha confermato ieri in aula, senza produrre certificato medico.

Messa a suo agio, anche quest’ultima deposizione del lungo e travagliato dibattimento non si potrà definirla una escussione ordinaria, pacata, serena poichè caratterizzata da numerosi spunti peculiari e originali.

Questo ha dato lo spunto a procuratori, avvocato della difesa e presidente del collegio giudicante ad esternazioni poco in linea con la pacatezza o la sobrietà della situazione.

Come poco consone sono risultate, del resto, le esternazioni e le richieste della teste Letizia Martini che -probabilmente edotta da qualcuno- è sembrata arrivare in aula con la convinzione che la sua escussione potesse ridursi alla semplice e generalizzata conferma di tutti i verbali di sommarie informazioni rese alla procura di Campobasso e alla procura generale della Corte di Cassazione per l’istruzione del procedimento disciplinare.

Quando le hanno spiegato più volte che era obbligata a rispondere sono saltati gli schemi: la donna è crollata emotivamente, pressata dal difensore di Romandini, Gianfranco Iadecola, che ha velatamente fatto accenni ad eventuali azioni giudiziarie di risarcimento o almeno è quello che ha percepito la teste durante l’escussione asserendo di sentirsi minacciata.

Insomma un clima tutt’altro che sereno sottolineato persino dal presidente Leone che ha notato come ci fosse un clima di esasperazione ingiustificato. Il presidente ha dovuto tranquillizzare la donna, spaventata e in lacrime, e ricordarle che era in una posizione ampiamente tutelata ma che era tenuta a rispondere secondo verità e secondo quello che ricordava.

Non un caso isolato se si ricordano le inusuali, inspiegabili e inspiegate deposizioni dei giudici popolari già ascoltati che sono arrivati a disconoscere -tre anni dopo- le dichiarazioni rese a sei mesi dai fatti o a prodursi in reiterati “non ricordo”, anche di circostanze generiche, tanto da indurre i procuratori ad inviare gli atti alla procura per l’apertura di un fascicolo per falsa testimonianza.

Atteggiamenti dettati, forse, da paura ma nessuno ha saputo spiegare di cosa, pure incalzati dallo stesso avvocato di Romandini che si è più volte alterato per gli atteggiamenti poco collaborativi.

Come è successo nell’udienza di ieri quando ha cercato di rivolgere domande alla Martini, cercando risposte che o non sono arrivate o sono arrivate col contagocce.

 

«CONFERMO TUTTE LE MIE DICHIARAZIONI»       

Alla prima domanda in esordio di escussione la donna ha voluto precisare -quasi come se seguisse il consiglio di qualcuno- di essere disposta «a riconfermare tutto quello che ho già dichiarato per due volte».

Il procuratore, dopo averne preso atto, ha continuato con le domande cercando di avere conferma su alcuni fatti inerenti la cena nel suo locale,  pochi giorni prima della camera di Consiglio (16 dicembre 2014)

«Poco dopo l’arrivo del presidente Romandini ricorda di aver sentito la frase sulla responsabilità dei giudici “a lei le va di giocarsi tutta questa roba?”»  

«Sì»

«Chi era presente a quella cena?»  

«Mi attengo a quello che ho dichiarato»

«di 8 giudici ne erano presenti 7… disse»

Silenzio di Martini

«La cena è stata organizzata tutti insieme?»

Silenzio

«Deve rispondere alle domande, signora»

«Eravamo 6 giudici, il presidente e l’altro magistrato…. mancavano due supplenti»

«Suo marito c’era?»    

«Mio marito ha partecipato»

 

La parola poi è passata all’avvocato difensore di Romandini che ha cercato di capire il ruolo del marito di Martini durante la cena.

 

«Mio marito andava e veniva... stava là…  aveva altre cose da fare... non era una cosa che gli riguardava»

«Ebbe un posto  a tavola?»

«Sì»

«Dove era?»  

«Senta avvocato ho già dichiarato?»  

Interviene il presidente Leone: «deve rispondere alla domanda che le fa l’avvocato»

 «Allora mi avvalgo della facoltà di non rispondere»

 

Qui è scattata la prima bagarre in aula con sovrapposizione di voci e toni alti. Qualcuno ha spiegato che non era prevista l’assistenza dell’avvocato perchè la donna è testimone e non imputata o indagata.

 

Il fuoco delle domande è andato avanti con risposte tentennanti.

 

«Nel febbraio del 2015 non vi fu nessun incontro presso la sua pizzeria con altri giudici popolari?»   

«Non mi ricordo di aver avuto cene»  

«Non si parla di cene»  

«Non me lo ricordo»

«Non si ricorda neppure di un incontro con Gerardis e il giornalista Prosperi. Chi promosse questo incontro?»  

«Non me lo ricordo»

 

 

Ancora scompiglio in aula mentre la donna ha tentato di richiamare ancora le vecchie dichiarazioni, senza rispondere.

Il procuratore ha contestato l’avvocato e questi ha preteso domande come da procedura.

 

«Perchè c’erano il giornalista e la Gerardis? »  

«Non me lo ricordo»

Poi l’avvocato, ancora: «di fronte ad un atteggiamento ostruzionistico come questo invito a diffidare la testimone a dire la verità»

lI presidente Leone ha spiegato alla donna che doveva dire solo la verità e quello che ricordava, senza timore: «signora non può dire sistematicamente che conferma… qualcosa deve pur ricordare»

«Mi avvalgo di quello che ho già detto»

«Non è possibile»  

  

Iadecola: «la testimone non può tecnicamente dire “conferma”. Qui siamo ad acquisire la prova»

I procuratori: «l’avvocato continua a fare commenti sul valore delle dichiarazioni della testimone…»

 

Iadecola ha insistito per sapere chi convocò a febbraio 2015 Gerardis, il giornalista e due giudici popolari e per fare cosa.

«Si parlò un pò di tutto»

«Che vuol dire? Si parlò del tempo di come andassero i suoi affari? o si parlò del processo che si era concluso?»  

Silenzio lungo di Martini…. «si parlò anche del processo. Si parlò della stesura della sentenza e di nient’altro».

 

«Si parlò anche delle espressioni pronunciate da Romandini?»  

«No»

«In quella occasione fu esibito e mostrato un esposto?»   

«No»

«Non capisco le ragioni: perchè il giornalista e Gerardis sono venuti di loro iniziativa?»   

«Posso essere risentita con un mio avvocato?»

«No, non può lei per ora è testimone»

 

Nuovo parapiglia. Il presidente ha sospeso l’udienza ma i microfoni sono rimasti accesi e registrano.

 

Si sente una voce che dice:

«non la minacci avvocato»

E Martini che dice: «mi sta minacciando da come mi interroga, non è possibile…»

«Nessuno la sta minacciando»

E Martini «ha detto “altrimenti io la denuncio” »  

E Iadecola: «questa è l’alta dimostrazione della capacità manipolativa riferendo cose mai pronunciate»

 

Il presidente Leone:

«E’ una cosa stranissima mi sembra che ci sia un pò di tensione inutile, l’atteggiamento della testimone può essere stigmatizzato ma anche il suo, avvocato, lo è. Lei avvocato non deve rappresentare la sua sorpresa, non interessano le sue emotività in andamento alla testimonianza».

A fatica l’udienza è andata avanti per pochi altri minuti nei quali Martini ha confermato che l’incontro dopo la sentenza fu casuale, sia con Gerardis che con il giornalista dell’Ansa Prosperi.

Difficile anche capire se tra giurati fosse consuetudine parlare dei propri convincimenti o di aspetti tecnici del processo come fece Romandini alla cena.

Martini ha solo confermato che quella fu l’unica volta che si parlò del processo fuori dalla camera di consiglio.

 

Il consigliere Clivio ha poi domandato:

«signora questo è il primo processo che ha fatto?»  

«Sì»

«Di questo disastro ambientale ne aveva mai sentito parlare?»  

«No»

«Lei a che punto del processo ha avuto una idea precisa?»  

«Verso la fine del processo quando sentivamo gli avvocati e quando ho sentito di direttori che non sapevano di pavimenti rotti, che non venivano riparati, di soldi che non si potevano spendere perchè era in deficit e quando l’avvocato… non ricordo il nome (Severino ndr)  disse il fatto della mela…. »

 

Così il testimone -tra i più importanti- è stato liquidato in meno di 30 minuti e quella che doveva essere l’ultima udienza si è invece trasformata in una “interlocutoria” in vista dell’11 settembre, quando Romandini rilascerà ancora dichiarazioni spontanee per poi passare alle conclusioni delle parti e arrivare alla decisione finale.

 

a.b.