LE CARTE

Inchiesta depuratore. Il gip: «balneabilità compromessa da chi gestisce e controlla servizio idrico»  

E’ inquinamento istituzionale: omissioni a tutti i livelli, controllori complici

Redazione PdN

Reporter:

Redazione PdN

Letture:

2965

Inchiesta depuratore. Il gip: «balneabilità compromessa da chi gestisce e controlla servizio idrico»  

PESCARA. Sono 40 i capi di imputazione, cioè i fatti contestati, ai 12 indagati più due società, di cui una è l’Aca, la società pubblica da sempre occupata e governata dalla politica chiamata  gestire il servizio idrico e la depurazione.

Quella chiusa ieri, con sequestri di 26 scolmatori, è una inchiesta corposa e lenta che però mette punti fermi, chiari, inconfutabili e confermati sia direttamente che indirettamente.

Tutti punti fermi che dovranno essere vagliati durante il processo e reggere alle contromosse delle difese, inchiodati per ora dalle carte.

Primo punto fermo messo ieri nero su bianco dal gip Gianluca Sarandrea: gli scarichi fognari finiscono in mare senza depurazione sia quando piove tanto, sia quando piove poco ma anche quando non piove ed i livelli fognari si alzano poco sopra la media.

Questo accade per gravi carenze strutturali dell’impianto depurativo e per l’inerzia dei responsabili del servizio che non sono mai intervenuti.

Questo ha comportato una compromissione seria alle acque del fiume e dunque della balneabilità del mare.

Una inchiesta enorme che si basa tuttavia solo su atti pubblici, rilievi e due consulenze tecniche. Dentro i faldoni solo atti, verbali, testimonianze, delibere e determine che ricostruiscono la storia ufficiale e pubblica.

Non ci sono intercettazioni e non sono mai state fatte perquisizioni e nemmeno sequestri.

Il quadro che emerge è di un sistema omogeneo e compatto a più livelli che parte dei tecnici dell’Aca, passa per gli amministratori della società e arriva ai dirigenti e commissari regionali che avrebbero dovuto controllare la società di gestione.

La politica che sovrintende il sistema rimane fuori.

 

GLI INDAGATI

Lorenzo Livello, 56 anni, direttore tecnico dell’Aca;

Bartolomeo Di Giovanni, 65 anni, direttore generale dell’Aca e responsabile del settore depurazione e progettazione;

Alessandro Antonacci, 66 anni, dirigente tecnico dell’Ato 4 pescarese;

Giovanni Di Vincenzo, 65 anni, legale rappresentante dell’Ati Di Vincenzo Biofert Srl gestore del depuratore fino al 2016;

Mario Adorante, 59 anni, responsabile tecnico della Di Vincenzo &C;

Giuliano D’Alessio, 73 anni, presidente del cda della società Macellatori teatatini soc coop arl che ha gestito il mattatoio pubblico di Pescara fino a marzo 2016;

Francesca Gagliardi, 43 anni, amministratore unico della società l’Arte della Macellazione;

Giuliano D’Alessio, 42 anni; legale responsabile della soc. “ Macellatori Teatini Società Cooperativa a.r.l.

Ezio Di Cristoforo 62 anni, ex presidente dell’Aca dal 2008 al 2013;

Pierluigi Caputi, 66 anni, commissario unico straordinario degli Enti d’Ambito fino al 2016;

Luciano Di Biase, 71 anni, commissario straordinario Enti d’Ambito dal 2016;

Vincenzo Di Baldassarre, 56 anni, amministratore Aca dal 2013 al 2016.


Le due società coinvolte:

Aca spa

l’Arte della Macellazione D’Alessio &C

 

 

LE CONTESTAZIONI DELLA PROCURA

L’inchiesta ha inizio dopo il crollo della tubatura fognaria che correva parallela all’asse attrezzato. Fatto avvenuto il 5 aprile 2015 che provocò un imponente sversamento di liquami in mare provocando reazioni e proteste (già agli atti di cronaca e giustizia). Da allora si è voluto approfondire e capire come e perchè il fiume alla foce fosse così inquinato. Le indagini sono andate avanti per un anno e mezzo poi hanno subito uno stop (atti e analisi a cui si fa riferimento risalgono alla primavera estate del 2017).

 Agli indagati a vario titolo viene, tra le altre cose, contestato il non aver assicurato «il corretto funzionamento della rete fognaria, adottando e avallando condotte elusive delle prescrizioni e cautele imposte per il rilascio dell’autorizzazione allo scarico del Depuratore di Pescara».

Gli scolmatori, che sono sostanzialmente il mezzo attraverso il quale si è commesso il reato di inquinamento, erano anche abusivi essendo stati attivati, dice l’ipotesi accusatoria, «nonostante la carenza di preventive autorizzazioni allo scarico e in modo pressoché costante e, comunque, incontrollato e scorretto, senza un monitoraggio delle effettive portate scolmate e della loro durata e senza il rispetto degli obiettivi di qualità dei corpi idrici indicati nel citato Piano di Tutela Delle Acque e, in particolare, anche in assenza di precipitazioni atmosferiche e senza il rispetto, prescritto per lo scarico tramite scolmatori, del rapporto di diluizione tra acque bianche e acque nere pari a 3-5 volte le portate nere medie» .

 

Gli scolmatori sequestrati ieri sono

1) SC-Q/S1/B0 che si trova nei pressi della Banchina Nord nella zona della ”Madonnina” del lungomare nord di Pescara;

2) SC-L/S2–S3 nei pressi della Banchina Nord del lungomare nord;

3) SC-H/S4 nei pressi della Banchina Nord del lungomare nord;

4) Sc-D/S8/IS 24 nei pressi di Via Le Mainarde;

5) Sc-C/S9/IS17 nei pressi del Ponte Villa Fabio/Capacchietti;

6) Sc-C’ nei pressi del Ponte Villa Fabio/Capacchietti;

 7) Sc-F/S12/IS 22 nei pressi di Via Aterno/Circolo nautico Il Gabbiano;

8) Sc-M/S16/IS PR11 presso la Banchina Sud nella zona del “Ponte del Mare”;

9) Sc-N nei pressi di Via Cagliari in zona Villa Raspa in Spoltore (complessivamente 25 scolmatori presenti sulla rete fognaria golenale di cui, alla data del 13.7.2017, almeno 13 su 25 attivi)

 

LIVELLO E DI GIOVANNI, ANCORA

Gli indagati con più capi di imputazione sono Lorenzo Livello e Bartolomeo di Giovanni, i vertici tecnici e amministrativi dell’Aca «funzionari-responsabili dell’ente gestore della rete fognaria anche del comune di Pescara, delegati e nominati responsabili di tutte le funzioni, incarichi e attività influenti sulla tutela ambientale».

In posizione di vertice da oltre 20 anni hanno attraversato e superato indenni la stagione del “partito dell’acqua”, indagati decine di volte sono sempre usciti puliti.   

 A loro questa volta viene contestato il non aver impedito o mitigato «i rischi di sversamento incontrollato di reflui nel fiume Pescara a seguito del crollo del collettore denominato “DN1100” – avvenuto nella notte tra il 5/4 e il 6/4 del 2015 - tubazione principale (di fatto unica praticabile) della rete di adduzione dei reflui fognari al depuratore consortile di Pescara, né procedure di monitoraggio costante delle condotte della rete fognaria né sistemi di blocco automatico delle pompe né sistemi/collettori di bypass automatico d’emergenza in prossimità del depuratore di Pescara (pur in presenza di note raccomandazioni dell’ARTA Abruzzo)» .

Si tratta dei famosi sversamenti seguiti al crollo della tubazione dell’asse attrezzato.

 

LA RIATTIVAZIONE ILLECITA DEL VECCHIO COLLETTORE

Per arginare il problema, nell’aprile 2015, l’Aca ha anche riattivato senza autorizzazione né preventivo collaudo di verifica, il collettore da tempo dismesso denominato “DN 600”, «gravemente usurato e, comunque, abbandonato senza essere neppure oggetto di attività di manutenzione da oltre un decennio (...)»

Secondo l’ipotesi accusatoria si sarebbe così determinato «a seguito delle inevitabili ripetute rotture (almeno tredici accertate tra il 7 aprile 2015 e il 30 settembre 2015) e fino alla ripresa in esercizio del collettore DN 1100 avvenuta nel novembre 2015, l’immissione diretta nel corpo idrico ricettore di un rilevantissimo quantitativo di reflui non trattati (circa 439.791 metri cubi di cui almeno 46.410 sversati in occasione della rottura del 28 luglio 2015)».

Si contesta pure l’assenza «delle doverose comunicazioni e informazioni sui concreti rischi, anche per la salute umana, derivanti dai continui sversamenti nel fiume Pescara e nei pressi del limitrofo litorale marino, di reflui non trattati a seguito delle (prevedibili) rotture dei principali collettori fognari della stessa città».

 

 

 

SCARICHI ABUSIVI NON SOLO A PESCARA

La procura ha verificato scarichi abusivi di reflui non trattati anche dagli impianti di depurazione di Lettomanoppello, Manoppello, Rosciano-Villa Badessa e Cepagatti-Via delle Contrade negli affluenti del fiume Pescara, Lavino e Nora nonché nello stesso fiume Pescara «in assenza delle prescritte autorizzazioni allo scarico».

 Sono state effettuate «illecite immissioni in corpi idrici superficiali di rifiuti liquidi (con  codice CER 200304) provenienti dalle fosse biologiche/imhoff di Cepagatti Vallemare, Cepagatti Palozzo, Cepagatti Cantò, Cepagatti Molino, Cepagatti Ciarra, Cepagatti Corneto, Cepagatti Rapattoni 1 e Cepagatti Rapattoni 2, negli affluenti del fiume Pescara, Nora e fosso del Lupo, nonché depositando in modo incontrollato i rifiuti liquidi immettendoli nelle acque superficiali anzidette».

 

 

LA FRODE DEL PROJECT FINANCING

Tra i capi di imputazione che coinvolgono l’Aca, l’Ato, Di Vincenzo e i dirigenti regionali anche quello derivante dal project financing (del 2006) non completamente onorato dalle ditte private che hanno gestito il depuratore di Pescara fino al 2016 «così impedendo all’impianto di depurazione del Comune di Pescara, di Via Raiale, di dotarsi di tutti i presidi ambientali ritenuti necessari per la salvaguardia del corpo recettore e per il suo adeguamento alla normativa ambientale».

 

Gli indagati hanno «abdicato del tutto ai loro compiti e doveri istituzionali, dolosamente omettendo di esercitare il dovuto controllo e la dovuta sorveglianza sull’andamento della Convenzione per la concessione degli interventi di costruzione e gestione per 23 anni degli impianti del depuratore di Pescara».

Una convenzione stipulata il 29 marzo del 2006 tra l’Ato 4 e l’Ati  Di Vincenzo – Biofert S.r.l..

La procura contesta la frode nell’esecuzione del contratto, dal momento che, questa è l’ipotesi accusatoria centrale che la difesa sarà chiamata a smontare, non sono stati realizzati «gran parte degli interventi previsti in progetto né eseguite opere e lavori gravanti sull’Appaltatore (ATI DI VINCENZO – BIOFERT S.r.l.), costituenti parte integrante della Convenzione».

 

OPERE NON REALIZZATE MA INSERITE NEL PROGETTO

L’accusa stila anche la lista di tutto quello che il privato gestore non ha realizzato, tutte opere inserite nel project financing:

 - pozzetto di sollevamento IS. 9, con revisione delle tre pompe;

- nuova sezione di grigliatura;

- nuova vasca di dissabbiatura;

- attivazione delle vasche di sedimentazione primaria come accumulo delle acque di prima pioggia;

- due nuovi comparti di denitrificazione nitrificazione/ossidazione aventi un volume di 17.700 mc ciascuno;

- centrale di cogenerazione per il recupero del biogas;

- telecontrollo;

- vasche di prima pioggia esterne.

 

Tutte queste omissioni -oltre a produrre un vantaggio privato ed un enorme svantaggio pubblico- ha cagionato «la compromissione o il deterioramento significativi e misurabili degli affluenti del Pescara, Lavino, Nora e Fosso del Lupo, dello stesso fiume Pescara nonché del litorale marino dell’omonima città».

Un inquinamento che ha prodotto anche lesioni personali a piccoli bagnanti (due individuati con certezza dalla procura)   «consistite in infezione batterica per il primo e gastroenterite batterica ed infezione batterica per il secondo, tutte, comunque determinati una malattia con prognosi non superiore a venti giorni». 

 

ESULTANO GLI AMBIENTALISTI

 Il Forum H2O da sempre reclama «azioni forti e risolutive» firmando numerosi esposti e dossier, e avendo organizzato anche una manifestazione con corteo.

«E’ il fallimento epocale dell’intera classe dirigente», commentano oggi l’associazione, «la Magistratura non può fare le veci della pubblica amministrazione anche per la gestione di questioni ordinarie come la depurazione. Dovrebbe intervenire solo in casi estremi, mentre in Abruzzo quasi tutti gli agglomerati sono fuori norma non gestendo il carico di liquami prodotto dalla popolazione e dalle attività economiche che, quindi, in buona parte si riversa nei fiumi non depurati».

 Anche dall’associazione “Pescara - mi piace” si dicono soddisfatti: «Seguiamo la vicenda ormai dal luglio 2015, quando per primi abbiamo denunciato il primo sversamento di 30milioni di litri di liquami in appena 17 ore, episodi che, purtroppo, si sono ripetuti in modo costante per l’apertura degli sfiori degli impianti di sollevamento a ogni acquazzone, e gli ultimi quattro episodi datano 8 e 22 giugno, 17 e 23 luglio».

 Già perchè gli sversamenti continuano e continueranno nonostante i sequestri. Non si può fare altro se non attendere che le opere promesse vengano realizzate al più presto.

Solo così la fogna non finirà più in mare.