SEGRETI BANCARI

Banca Popolare di Bari, sindacati temono tagli e non escludono mobilitazione

«Rapporti sindacali degenerati»

Redazione PdN

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Banca Popolare di Bari, sindacati temono tagli e non escludono mobilitazione

BARI. Una degenerazione dei rapporti aziendali che secondo i sindacati sarà difficile fermare.

Dopo gli ultimi spostamenti di alcuni lavoratori della Banca Popolare di Bari, costretti al trasferimento Ancona-Teramo, con soli 5 giorni di preavviso, i sindacati tornano a farsi sentire.

Il gruppo negli anni scorsi ha acquisito, tra i tanti istituti di credito, anche le abruzzesi  Caripe e Tercas e oggi Fabi, Cgil Fisac e Unisin ricordano le parole del presidente della Banca dell’aprile del 2018: «disse: ‘anche se ci dovremo trasformare in S.p.A., resteremo sempre una banca popolare!”. Cosa volesse dire davvero non lo sappiamo, di certo non ci aspettavamo l’attuale degenerazione nei rapporti dell’Azienda nei confronti del proprio Personale, il motore produttivo e quello che, ad oggi, insieme ai Soci, sta pagando il prezzo più alto di una crisi della quale è vittima, non certo origine».

Da settimane le sigle sindacali denunciano un «clima di intollerabile vessazione»  senza prospettive che regnerebbe in tutto il Gruppo.

La loro sensazione è che la Banca, ignorando le ragioni dell’accordo dell’agosto del 2017,  avrebbe avviato tutti i meccanismi che la porterebbero comunque ad avere i famigerati 500 esuberi, o nel suo lessico edulcorato, 500 risorse “liberabili”.

Il timore è che  partendo dalla installazione di sportelli automatici evoluti – «spesso malfunzionanti»  – con riduzione del personale allo sportello, passando per gli accorpamenti di uffici, non meglio quantificate chiusure di filiali qua e là per l’Italia, con individuazione di personale da adibire al Customer Center, si stiano rapidamente mettendo insieme i pezzi di un mosaico che, completato, porterà fatalmente a dimostrare che sì, ci sono gli esuberi, nonostante i sacrifici.

«La vicenda delle recenti chiusure di filiali», continuano le sigle, «mostra un cinismo, una ferocia mai vista prima d’ora in  questo Gruppo Bancario. Le colleghe e i colleghi interessati alla mobilità che presupporrebbe, di fatto, un cambio di residenza, in quanto a servizi di banca telefonica, potrebbero svolgere benissimo la medesima attività negli stessi siti di provenienza e/o altri limitrofi al luogo originario, sempre della Banca. Non lasceremo campo libero all’Azienda: il motivo per cui non abbiamo firmato l’accordo propostoci in materia è stato proprio quello di non compensare l’inutile e darwinisticamente selettivo stravolgimento delle vite con duecento euro lordi per dodici mesi, oggi per otto persone, domani per chissà quant’altre».

I sindacati avevano chiesto, per lo meno, di porre un limite chilometrico ai trasferimenti ma la proposta non è neanche stata presa in considerazione dalla Delegazione Aziendale.

«Si tratta di scelte, da parte della Banca, inopportune, ingiustificate e inaccettabili, in particolare modo perché prese nei confronti di persone provate da malattia o in regime di legge 104», insistono le sigle sindacali. «Siamo solo al cospetto di una cura dimagrante per indossare l’abito della festa? Il fatto vero è che sono ormai tre anni che la gestione caratteristica del Gruppo è in perdita e si va avanti con operazioni straordinarie, gli sforzi al limite dell’umana sopportazione, da parte della rete in primis e delle strutture tutte poi, vengono vanificati dalle continue rettifiche sui crediti e il management aziendale non riesce a trovare soluzioni per uscire da questa spirale negativa e dunque si accanisce sui dipendenti spremendoli come un limoni e provando a decimarli, nonostante il costo del personale incida del 51,85% sul 90,15% (cost/income, dati bilancio 2017) e il costo unitario dei dipendenti sia in linea con banche analoghe. Di fronte a tutto questo è necessario mobilitarsi».