LA REPLICA

Rigopiano, De Vico: «non ho mentito ma sono già stato condannato dal giornale

L’ex sindaco ricostruisce le fasi dell’interrogatorio e contesta PdN (che novità)

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Rigopiano, De Vico: «non ho mentito ma sono già stato condannato dal giornale

Antonello De Vico

FARINDOLA. «Sulla tragedia di Rigopiano mi ritrovo nuovamente già condannato pubblicamente con PrimaDaNoi.it che da una sua lettura della carte della Procura».


Così l’ex sindaco di Farindola, Antonello De Vico, replica al nostro articolo di qualche giorno fa che riportava stralci di una informativa della Forestale sull’inchiesta di Rigopiano conseguente al suo interrogatorio delle scorse settimane.

Una informativa nella quale gli inquirenti hanno cristallizzato i riscontri dopo le sue dichiarazioni che sono andati ad ingrossare i faldoni che compongono l’inchiesta.

Atti che non sono stati messi a disposizione delle parti che dovevano rendere interrogatorio grazie ad una discovery anticipata voluta dal procuratore Massimiliano Serpi ma da parte dell’avvocato di De Vico è giunta anche la contestazione di pubblicazione arbitraria di atti coperti da segreto.

Secondo De Vico in quell’articolo emergerebbe già una condanna del giornale  verso di lui.


«Non mi sono ancora ripreso del tutto dai 25 giorni di arresti domiciliari del Ciclone Vestino del 22 aprile 2010, conclusosi con due assoluzioni piene, (compresa la costola sui presunti abusi all’hotel Rigopiano) e due prescrizioni,  dopo ben 7 anni di esposizione mediatica, che oggi mi ritrovo nuovamente già condannato».



LA SEGNALAZIONE DI IANNETTI
Dopo la segnalazione della guida alpina Iannetti (il 18 marzo 1999), nominato dall’allora sindaco quale esperto della Commissione Valanghe, De Vico dice che «non è vero che non succede più nulla, come dice PrimaDaNoi.it».   

«Il giorno dopo è accaduto ciò che l'esperto chiedeva, ossia inviare la relazione al Parco ed alle Province cui aggiunsi, per scrupolo, la Prefettura essendo stata questa la  istituzione che ci aveva "invitato a valutare l'opportunità", non essendoci nessun obbligo di legge, di insediare la Commissione Comunale Valanghe (pochissimi i Comuni che raccolsero l'invito)».

 La Procura, invece, segnala (Pdn si limita a riportare) che proprio in quel punto sarebbe nata la prima omissione della tragedia perchè non si mise «a conoscenza il Coreneva» della relazione tecnica.



IL PRG

De Vico sostiene inoltre di non essere stato smentito dall’ingegner Romanelli che disse che gli elaborati tecnici del Prg erano stati sempre fatti vedere anche alla parte politica: «lui è stato ascoltato il 7 agosto 2017, prima di me  che ho reso il mio interrogatorio il 19 dicembre successivo. Sono stato io a chiarire che la relazione geologica (con il relativo rischio valanghe descritto) noi amministratori non la conoscevamo per la competenza che era tecnica e che non poteva certo afferire, come per altri vincoli, alla discrezionalità delle scelte politiche».

«Il PRG nella tavola progettuale finale di Rigopiano, consegnata a settembre 2011 dall'ingegner Romanelli su mia sollecitazione prevedeva il Camping (realizzato) e la ristrutturazione del Rifugio Tito Acerbo (realizzata) e dell'Albergo (anche con premio di cubatura). Ciò implica che la relazione geologica ed il rischio valanghe (rilevato e descritto nella sola parte alta di Rigopiano in zona 1 del Parco , al di sopra della Provinciale per Castelli e per Vado di sole ) e' stata tecnicamente valutata dall'ing. Romanelli non ostativa alla proposta progettuale del PRG su Rigopiano».


«NESSUNA BUGIA»

Sulla domanda posta dalla Procura sul perché De Vico non avesse più convocato nel suo terzo mandato (2009/14) la Commissione Valanghe, l’ex sindaco assicura che non c’è stata da parte sua nessuna bugia.

Ha detto nel corso dell’interrogatorio di non averlo fatto perchè non aveva ricevuto avvisi di pericolo valanghe né dalla Prefettura nè dalla locale Stazione del Corpo Forestale.

Secondo le verifiche fatte dagli inquirenti (e non da PrimaDaNoi.it), però, sarebbe emerso che se è vero che la Prefettura non diramò avvisi in cui si segnalava la necessità di attivare la Commissione Comunale Valanghe  per circa 10 anni, dal 2005 al 2015, il Comando Stazione della Forestale di Farindola, avrebbe inviato ben 3 fax al Comune per allertare del pericolo valanghe «ma lo stesso sindaco comunque omise di convocare la commissione», si segnalava nell’informativa.

Oggi De Vico ci tiene a chiarire bene questo punto: «io ho risposto con la stessa sincerità esposta da Giancaterino (sindaco 2005/09 ) nell'interrogatorio precedente al mio e riportato sulla stampa. Ossia non  potendo ricordare con precisione, l'ipotesi più logica era che non ci fossero state particolari emergenze meteorologiche segnalate. Nessuna imprecisione o peggio bugia, come sentenzia Pdn, solo una ipotesi per altro facilmente verificabile. Sull'esito di tale verifica già nota al giornale, ma non al sottoscritto indagato e -  da come riferito - solo parzialmente discordante dalla mia ipotesi, mi riservo di leggere le mail della locale stazione Forestale per capire la portata di un allarme non mutuato dalla Prefettura e, mi pare di ricordare, non riscontrato dal Catasto Storico delle Valanghe» .

 

QUANTO FASTIDIO PER UNA INFORMAZIONE NON INFLUENZABILE

 Appare evidente che De Vico non riesce a distinguere il ruolo della magistratura da quello dei giornalisti. Quello di chi compie gli atti narrati e chi li narra.

Il giornale non ha fatto indagini, non ha dato personali letture dell’inchiesta (non ancora e comunque ne avremmo diritto) ma ha riportato esclusivamente atti ufficiali già a disposizione delle parti.

 

Non siamo la Procura e nemmeno i giudici chiamati a stabilire cosa sia realmente accaduto ma è chiaro che una lettura superficiale e culturalmente fragile e prevenuta può indurre in confusione.

 Da oltre 13 anni raccontiamo quanto accade in Abruzzo e sulle attività giudiziarie è strutturale che arrivino prima le contestazioni e poi le difese, prima le indagini con le ipotesi accusatorie e poi il processo con le sentenze. Cose che i politici navigati dovrebbero sapere.

Ci limitiamo a raccontare quello che sta emergendo su una delle vicende più drammatiche che l’intero Abruzzo ricordi.

Non facciamo nulla che non sia consentito dalla legge.

Nulla che meriti la denigrazione di chi oggi si trova nel drammatico ruolo di doversi difendere.

Nulla che legittimi azioni ostative al libero esercizio del nostro mestiere.

Nulla che meriti addirittura l’accusa e il peso morale di aver fatto ammalare familiari solamente per aver raccontato vicende giudiziarie.

 

a.l.