AMNESIE

Caso Romandini, i silenzi e le amnesie imbarazzanti dei giudici popolari

Per due di loro partono denunce per reticenza o falsa testimonianza

Redazione PdN

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Processo Bussi: azione disciplinare contro giudice Romandini ma la verità rimane segreta

Una udienza

 

 

ROMA. Silenzi, imbarazzi, mancate conferme delle dichiarazioni rese a verbale, ostinate indecisioni e tergiversamenti.

L’incredibile performance di almeno due giudici popolari del processo di primo grado di  Bussi, ascoltati come testimoni in udienza, avrà altri strascichi penali perchè un pm dovrà valutare se si sia trattato di falsa testimonianza o di testimonianza reticente.

Un fatto gravissimo che si innesta in un contesto istituzionale già abbastanza oscuro e degradante: l’ultimo colpo di scena di quello che è noto ormai come il “Caso Romandini”, il procedimento disciplinare davanti al Csm che vede incolpato il presidente della corte d’assise di Chieti che mandò assolti gli imputati della Montedison (sentenza poi ribaltata in appello).   

Lo scenario comprende e coinvolge molti fatti e pubblici ufficiali, a diversi livelli, una storia intricata che fa apparire persino secondarie le vicende contestate al giudice, oggi a Roma.

 Il procedimento disciplinare (l’unico dibattimento pubblico che è stato  possibile svolgere su alcuni argomenti emersi) assume una valenza enorme per diverse ragioni: una è quella di definire con maggiori dettagli e nitidezza fatti che sono stati ricostruiti, fino ad ora, solo giornalisticamente e attraverso pochi stralci di verbali, già scarni o carenti, di escussioni di testimoni scelti, davanti alla procura di Campobasso.

Parliamo di una serie di vicende che si sono svolte a margine di uno dei processi più importanti d’Abruzzo sulla discarica dei veleni.

L’altra ragione è quella di poter avere una conoscenza maggiore di determinate dinamiche del potere a più livelli, di come vengono gestite alcune vicende e anche avere ritratti migliori dei personaggi in gioco, tutti con ruoli pubblici (presenti o passati), non secondari.  

 Ascoltare i giudici popolari rispondere e non rispondere alle domande (a cui avevano l’obbligo di dire solo la verità e di non tacere nulla) è stato molto utile per comprendere le persone fino ad oggi nascoste dietro un nome. Dalle ore di deposizione emergono la loro cultura, il loro senso del dovere, le loro fragilità, le loro paure e le loro contrizioni interne.

C’è chi si è mostrato platealmente reticente con «non ricordo» continui  che, se da un lato, possono essere vagamente comprensibili per i 4 anni trascorsi dai fatti, non si spiegano con la volontà di non confermare quanto già dichiarato appena 6 mesi dopo i fatti.

Atteggiamenti incomprensibili che hanno generato poi la reazione dei procuratori e, dunque, con nuove code giudiziarie.

C’è anche stato chi ha voluto raccontare, confermare e aggiungere nuovi particolari e, anzi, avrebbe voluto raccontare molto di più non essendogli però consentito perchè avrebbe infranto il segreto della camera di consiglio, un luogo inviolabile ma secondo un giudice popolare il luogo dove sarebbero capitati alcuni episodi che avrebbero meritato maggiori riflessioni, se non altro per il ruolo dei giudici popolari che alla fine per una serie di ragioni (anche comprensibili), concretamente, contano meno dei togati. «Allora a questo  punto ripensiamo il loro ruolo e, nel caso, eliminiamoli perchè inutili» ha detto una di loro.

 


SILVANA BUCCELLA «NON RICORDO, SONO FATTA COSì»

Silvana Buccella, giudice popolare nel processo Bussi è una insegnate di Lentella, la sua escussione testimoniale è durata circa un’ora in cui è riuscita a dire pochissime cose.

 I procuratori Pietro Gaeta e Alfredo Pompeo Viola le rivolgono domande per primi.

«Ricorda di aver reso dichiarazioni a maggio 2015 e l’anno successivo del 2016? Conferma quelle cose?»  

«Adesso non so... non ricordo»

«L’oggetto delle due deposizioni riguardano una cena che si svolse pochi giorni primi della sentenza di Bussi ed poi un caffè che si svolse poco dopo la sentenza. Può riferire al collegio come si svolse quella cena?»  

«E’ passato un pò di tempo... ricordo una serata... ci eravamo riuniti per stare così… in compagnia… per forse conoscerci meglio... una serata normale…»

«Ricorda quando si è svolta e dove?»  

«Non mi ricordo il periodo... ricordo il luogo tra Montesilvano e Città Sant’Angelo... hotel… il nome mi sfugge…»

«Si ricorda di chi era la proprietà?»  

«Credo, forse, Letizia... una dei giudici popolari... il cognome non mi ricordo»

«Martini?»  

«Credo di sì…  io purtroppo ho questo difetto non ricordo nomi e cognomi… Posso dire che io sono arrivata dopo gli altri e poi ci siamo seduti… si è parlato del vino e delle pietanze….»  

«Del processo non si parlò?»  

«Per quello che ricordo io, forse, per niente, purtroppo io fumo e mi assentavo spesso dalla stanza...»

«Non sentì nessun commento del presidente Romandini di quel processo?»  

«Di preciso proprio, di particolare, no»

 

Il procuratore Gaeta contesta la prima volta:

«Lei disse di ricordare con “assoluta precisione” nella deposizione di maggio 2015 una frase pronunciata dal presidente Romandini, ricorda cosa disse?»

«…». Lungo silenzio.

«Da quello che lei ha dichiarato emerge una realtà diversa da quella che prospetta oggi… il 27 maggio 2015 lei disse “il presidente Romandini disse che noi dovevamo giudicare secondo legge tenendo presente che, se avessimo condannato gli imputati e questi ultimi avessero fatto causa contro di noi, noi avremmo dovuto rispondere  in prima persona giustificando perchè li avevamo condannati. Aggiunse che se noi condannavamo loro, poi, si sarebbero potuti rivalere su tutti noi giudici”.

Quando lei rese il successivo interrogatorio nel 2016 confermò il suo interrogatorio e aggiunse che non ricordava se la frase era stata detta alla cena o in camera di consiglio. Io le chiedo come mai oggi non le ricorda».

«Non ricordo».

«Perchè questa amnesia?
«Quello che posso dire è che non ho chiara tutta la vicenda»

«All’epoca quando ha dichiarato ce l’aveva più chiara?»  

«Con precisione non so dirglielo»

«Non ricorda nemmeno incontri successivi alla pubblicazione della sentenza quando i giudici popolari si sono riuniti per decidere se firmare o meno una denuncia?»  

«Eravamo nel solito locale, c’era la dottoressa…. Gerardis… credo il cognome… e …. »

«Chi era Gerardis?»  

«mmm prendeva le difese …. mmm…. di…. della cittadinanza di Bussi…. »

«Di cosa parlaste?»  

«Si parlò del processo e se era stato deciso bene»

«Ma l’avevate deciso voi. Che motivo c’era di parlare di una decisione già adottata?»  

«Io sinceramente non dissi proprio nulla stavo ascoltando… magari per vedere se era possibile rivedere le decisioni prese»

«Cosa ascoltò?»  

«Se secondo noi le decisioni assunte erano giuste o no… io non avevo nulla da dire ma ero stata invitata e sono andata e mi sono trovata lì a prendere questo caffè e a sentire… se quella famosa discarica doveva essere bonificata o meno e per quale motivo si era arrivati a quella decisione… io poi me ne sono andata…»

 «Perchè lei ha dichiarato una cosa diversa in passato se oggi nega le circostanze?»

«No…. »

«Lei è sotto giuramento mi corre l’obbligo di ricordarglielo...»

«So di essere sotto giuramento ma non posso affermare con precisione di aver sentito alcune cose perchè sono arrivata tardi e poi mi alzavo. … io sinceramente non so...»

«Lei non risponde nè sì nè no…»

«…. ripeto non so se dire sì oppure no»

«Deve dire la verità…»

«Però se dico sì io non ricordo le parole, se dico no è la stessa cosa eh….. mi trovo in una situazione imbarazzante…»

«Io le ho letto prima le dichiarazioni che ha già deposto, doveva solo confermare quelle che erano rese nell’immediatezza dei fatti… va bene non ho altre domande….»  

Refrattaria a qualunque sollecitazione, la donna non si è ammorbidita nè smossa dalla sua posizione iniziale, pur avendo ricordato di aver celebrato nella sua vita un solo processo, dunque un evento eccezionale per lei, ha continuato ad affermare di non ricordare nulla.

Poi le domande dell’avvocato di Romandini, Gianfranco Iadecola, ma le risposte sono state in linea con le precedenti, tanto che persino l’avvocato ed il presidente del collegio, Leone, sono stati costretti nell’imbarazzo generale, a ricordare il giuramento di dire tutta la verità.

Nonostante tutto è seguito un silenzio lungo e assordante seguito ancora da numerosi ostinati «non ricordo» .

 

 

 

MARGHERITA SBORGIA. «SIGNORA HA MENTITO OGGI O HA MENTITO ALLA PROCURA?»

Margherita Sborgia di Cepagatti è stato un altro giudice popolare i cui verbali saranno valutati da un pm per decidere se incolparla di falsa testimonianza o meno.

Anche Sborgia ha riempito la sua testimonianza sotto giuramento di «non so» e «non ricordo», sconfessando anche le sue stesse dichiarazioni rese alla procura di Campobasso in sede di indagine penale.

Non ricorda nulla sulla cena e sulle parole del presidente Romandini sulla responsabilità dei giudici e sulla prescrizione.

Sulla riunione di gennaio 2015, dopo la sentenza, per discutere se denunciare o meno, Sborgia ricorda che tra le anomalie c’era la difficoltà di consultare gli atti del processo.

«Ricordo che c’è stato il discorso tra doloso e colposo ma non c’ho capito nulla. Il giudice ha detto e abbiamo riconosciuto di accettare il disastro ambientale»

Le domande continuano fino a quando il procuratore dice:

«Perchè oggi sta mentendo signora rispetto a quello che ha dichiarato 5 mesi dopo i fatti? Quello che lei dice oggi è completamente diverso. Ha detto la verità oggi e mentito al pm? Come spiega questa differenza?»  

«mmm ….  »

Poi l’avvocato Iadecola è stato ancora più diretto: «Signora ha ricevuto pressioni da qualcuno per rendere quelle dichiarazioni alla procura di Campobasso all’epoca?»  

«Io non ho sentito quella frase... era una serata in pizzeria... ci siamo conosciuti… la sera del caffè invece si parlò dell’esposto ma sono andata via perchè non ero interessata... non mi sento di incolpare una persona…»  

 

 

 

ROSSELLA BARCHIESI: «VOLEVO ESSERE UNA RIVOLUZIONARIA E’ STATA UNA DELUSIONE TOTALE»

Rossella Barchiesi, invece, ricorda molto e molto vorrebbe dire perchè -dice- tanto ci sarebbe da riflettere e discutere su molte delle cose avvenute dietro e al processo e alla formazione della volontà. Vorrebbe anche parlare della camera di consiglio della quale fa intendere che vi sarebbero molti spunti di rilievo ma il segreto imposto per legge non concede questa facoltà.

Barchiesi ricorda la frase di Romandini all’ingresso nell’hotel della signora Martini quella che ha dato la stura alla battuta sulla responsabilità dei giudici con il loro patrimonio.

 

«Romandini disse: “...e questa è tutta roba sua? Si vuol giocare tutto questo? Se queste persone vengono giudicate per dolo ed in appello dovessero vincere potreste risponderne”. Potrei anche dire che non è stato un giudice abbottonato  o borbone che segnano le distanze. Romandini non è stato un giudice freddo con noi».

«Secondo lei l’ha detto in tono scherzoso o voleva intimidire?»  

«Io in quel momento non ero la proprietaria di quella roba. Non ho nutrito tutta questa paura. Pensai più alla mia situazione familiare… Era una frase esplicita, appena entrati e rivolta alla Martini, ma anche rivolta a tutti noi giudici, perchè tutti sentivamo ed eravamo tutti intorno al presidente. Era una frase non pronunciata da uno qualunque ma da uno che rivestiva un ruolo preciso. Quella frase era detta da una autorità. Se incontra un vigile che le dice che se parcheggiata l’auto sul marciapiede poi arriva il carro attrezzo e la porta via chi pensa ad uno scherzo? Romandini comunque se avesse voluto scherzare avrebbe avuto occasioni per smentire successivamente, il che non è stato».

 

Barchiesi ha poi parlato di di quattro anni difficili che l’hanno provata non spiegando bene a cosa si riferisse.

 

«Volevo essere la rivoluzionaria partecipando a questo processo, poteva essere una occasione per me di fare qualcosa di importante ma non mi sono sentita parte attiva ed è stato un fallimento. Una esperienza negativa»

Barchiesi si è scusata più volte dichiarando di essersi sempre sentita inadeguata al ruolo ma di volercela mettere tutta e delusa dall’esito della sentenza. Fu lei a parlare per prima raccontando la vicenda dell’intervista telefonica a Il Centro, trafiletto apparso a gennaio 2015 dal quale emergeva il malumore di alcuni giudici popolari.

La donna è poi stata successivamente denunciata a Chieti e la cosa ha contribuito al suo malessere protratto nel tempo.

Barchiesi ha raccontato poi di un suo scatto emotivo durante una riunione post udienza denunciando il fatto di sentirsi strumentalizzata e che la sua presenza era irrisoria.

«C’era una volontà di fondo (di assolvere ndr) che non avremmo scalfitto. Io ero già sicura ma la pensavo diversamente».

Ascoltato anche il giudice togato Paolo Di Geronimo, estensore della sentenza, il quale ha aggiunto molti particolari sulla cena, ricordando anche i posti a tavola spiegando che in quel periodo sui giornali si parlava molto della responsabilità dei giudici e che l’argomento interessava molto la giuria popolare e di questo si era parlato anche altre volte. Di Geronimo ha stilato una dettagliata relazione sugli accadimenti depositata nel 2016 presso la procura della Corte di Cassazione che ha indagato per il procedimento disciplinare.   

Tra le giudici popolari più battagliere c’è poi Letizia Martini, la proprietaria dell’hotel e organizzatrice sia della cena pre sentenza che dei caffè post sentenza.

Avrebbe dovuto testimoniare ma non ha potuto.

Sarà sentita il prossimo 10 luglio alla ripresa del dibattimento.

 

Alessandro Biancardi