I TESTIMONI

Caso Romandini: al Csm D’Alfonso smentito dai pm e dal suo candidato

Dalle audizioni del procedimento disciplinare emergono contraddizioni, silenzi, non ricordo

Redazione PdN

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Bussi e sentenza anticipata: ora spunta anche una mail del 2014 di Gerardis al Ministero

il pubblico ministero Mantini, D'Alfonso e Gerardis al processo Bussi

 

ROMA. E’ stata rinviata al prossimo 10 luglio 2018 la prossima udienza del procedimento disciplinare a carico del giudice Camillo Romandini   davanti al Csm per valutare se abbia o meno infranto le regole deontologiche della magistratura.

Al giudice del processo Bussi si contestano presunte pressioni sui giudici popolari, velate minacce e l’anticipazione del giudizio nel corso di una cena alla quale era presente anche il presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, (parte nel processo sulla discarica).

Nelle 20 ore di escussione dei testi portati da accusa e difesa si è cercato faticosissimamente di ricostruire pochissimi fatti, non riuscendoci del tutto. Al centro del mirino la cena avvenuta a casa di Vincenzo Dogali, amico di famiglia di Romandini ma anche con un passato in politica, a Pescara, con D’Alfonso sindaco e da ultimo candidato con lui alle regionali.



LA CENA ROMANDINI-D’ALFONSO

Una cena tenutasi  il 7 novembre 2014 nella quale si sarebbe parlato del processo di Bussi avviato a sentenza. In quella occasione emersero notizie che, per come riportate da D’Alfonso, allarmarono i pm Mantini e Bellelli per una futura sconfitta processuale.

D’Alfonso apprende una notizia simile ma è emerso che ne parlò sicuramente con Cristina Gerardis, la quale ne parlò con i pm, i quali, poi, ebbero un colloquio con D’Alfonso per comprendere meglio i dettagli.

 



LA CENA ROMANDINI-GIUDICI POPOLARI

Altro fatto che si è cercato di ricostruire attraverso i testimoni è stata un’altra cena avvenuta il 16 dicembre 2014 (tre giorni prima della sentenza) tra i giudici popolari e quelli togati nella quale Romandini avrebbe pronunciato frasi che percepite come una pressione indebita alla libertà di convincimento della giuria popolare.

Fatti semplici e circoscritti che sono stati descritti (da quei pochi che ricordavano) con decine di sfumature diverse, spesso contraddittorie, che hanno creato scenari confusionari e caotici  con pochi punti certi.

Su questo terreno più che impervio il collegio del Csm dovrà decidere se Romandini abbia o meno violato le buone regole che ogni magistrato deve osservare.

Particolarmente efficaci le domande del difensore di Romandini, Gianfranco Iadecola, che ha messo in evidenza gli esiti tutti favorevoli dei vari procedimenti aperti ed ha incassato un netto «no»  dal pm Mantini su eventuali non meglio identificate interferenze esterne al processo.

Domande reiterate più volte e formulate in maniera criptica, quasi a celare un convitato di pietra più che innominabile, innominato.

Tra le ricostruzioni più precise relative alla cena dei giurati quella del giudice a latere Paolo Di Geronimo che ha fornito informazioni dettagliate, precise e accurate trascritte anche in una relazione del 2016 ma mai ascoltato dal procuratore della Cassazione in fase di indagine. 

 

 


LA DOMANDA NON FATTA

Nessuno chiede ai pm dell’incontro del 4 dicembre 2014,  quando Mantini annunciò alle parti civili riunite per una «conferenza di servizio»  in uno studio legale a Roma che il processo fosse già deciso per l’assoluzione, notizia appresa «da una persona più importante del ministro».

Una unica dimenticanza di peso (perchè a Gerardis avevano chiesto molto sul punto) in un dibattimento tecnicamente esemplare, sotto ogni punto di vista.

 


 D’ALFONSO: «CONVOCATO DAI PM IN VIA INFORMALE»

In circa 50 minuti D’Alfonso ha divagato molto e raccontato aneddoti non pertinenti mentre è stato molto più vago sui fatti dei quali i magistrati gli hanno chiesto conto. Molti i ‘non ricordo’ e qualche imprecisione.  

D’Alfonso ha raccontato di essere stato chiamato dai pm Mantini e Bellelli, informalmente, senza sapere cosa volessero e di essersi un pò irrigidito quando è comparso a sorpresa il terzo pm, Giampiero Di Florio.

La Mantini sul punto è precisa: «non avevamo il numero di D’Alfonso e allora pensammo a Di Florio che lo aveva certamente e chiedemmo a lui di chiamarlo per convocarlo in ufficio. E così accadde»   

Nel merito del colloquio informale (dunque mai verbalizzato) D’Alfonso è stato chiaro nei punti che ha ricordato: ha spiegato che a quel tempo (ottobre 2014) aveva l’esigenza di verificare la competenza di Gerardis che voleva scegliere come direttore generale, chiedendo al magistrato del Consiglio di Stato Zaccardi, al ministro Orlando e a Romandini che era il giudice nel processo in cui Gerardis era avvocato dello Stato.

 

LA CENA SECONDO D’ALFONSO

D’Alfonso racconta che aveva l’esigenza anche di convocare una commissione disciplinare, «il comitato etico della sanità»,  e «un comune amico (Dogali, ndr) mi disse che Romandini stava già facendo questo lavoro a Pescara».

Il procuratore domanda: «fu sua l’iniziativa della cena? Fu lei a sollecitare Dogali perchè presenziasse?»

«L’esigenza era mia»    

«Romandini sapeva della sua presenza?»  

«Non glielo so dire»

«Non trovò strano dal suo punto di vista di interloquire con il presidente del collegio in cui lei era costituito parte civile? Non avvertì disagio?»

«Sono amministratore pubblico a 29 anni…» ed è partito l’aneddoto di quando chiese al procuratore di Pescara Di Nicola una «figura integerrima» che lo consigliasse sulle scelte da fare nel campo dell’urbanistica allora attenzionata già dalla procura...

«Lei è abile ad evadere la domanda…», lo ha riportato in riga il procuratore che gli ha fatto notare come la fretta paventata per le sue “verifiche” potessero forse attendere qualche giorno, ovvero la fine del processo per evitare l’imbarazzo di un incontro inopportuno.  

«Non sapevo quando sarebbe finito il processo. Non ho mai capito quando finisce un processo».

Eppure proprio il 19 settembre 2014, quando D’Alfonso presenziò al processo Bussi, il presidente Romandini stabilì il calendario delle udienze con fine preventivata «prima di Natale». E così fu: la sentenza, infatti, è arrivata il 19 dicembre.

 

LA CENA SECONDO MANTINI

Mantini ha riferito, invece, che D’Alfonso apparve sorpreso nello scoprire che lei e Bellelli sapessero della cena, raccontata loro per sommi capi da Gerardis. «Si irrigidì molto e affermò di aver avuto una interlocuzione con Romandini».

Secondo la Mantini D’Alfonso «riferì senza esitazione che era stato lo stesso Romanini a sollecitare questa cena».

Categorica, ancora, il pm Mantini sollecitata dal procuratore:

«D’Alfonso le parlò di comitato etico?»

«Assolutamente no»

«Le disse che aveva promosso lui la cena?»

«No»

«...Che doveva valutare Gerardis?»

«No».

 

LA CENA SECONDO DOGALI

Il padrone di casa, Dogali, fornisce addirittura una terza versione: «sono stato io ad organizzare la cena. Una cena di famiglia alla quale avevo invitato anche D’Alfonso che rinviava sempre ma a Romandini non dissi delle presenza del presidente. Romandini qualche giorno dopo mi rimproverò per questo».    

 

 

L’AGGETTIVO CHE SCATENO’ IL PUTIFERIO

Ma cosa si dissero D’Alfonso e Romandini alla cena riguardo al processo in corso?

D’Alfonso riferisce di aver chiesto «impressioni soggettive» su Gerardis, sui pm e sugli avvocati difensori, riportando per ogni figura aggettivi lusinghieri mentre per gli avvocati degli imputati la qualificazione utilizzata fu quella di «efficaci».

Romandini avrebbe, dunque, detto a D’Alfonso che gli avvocati difensori erano stati «efficaci», racconto riportato anche ai pm che solo per questo si allarmano al punto di pensare che la sentenza fosse già decisa per una loro sconfitta.

Prova ne è che pensarono anche alla ricusazione (la seconda) del giudice ma poi non ritennero sufficienti gli elementi nè opportuno ricominciare da capo il processo ormai alla fine.

Anche il difensore di Romandini, Gianfranco Iadecola, ha fatto notare che un aggettivo («efficaci»)  è un pò poco per allarmarsi tanto, e, se vogliamo, per scatenare tutto quel putiferio e turbinìo di «voci di paese» ma di dominio pubblico che volarono di bocca in bocca per una intera regione.

Un aggettivo fatale riferito ai pm durante un colloquio da un pubblico ufficiale autorevole che parlava in «perfetto stile democristiano», «dico, non dico e pieno di sottintesi»  per usare le parole del pm Giuseppe Bellelli.

Tant’è che «capimmo quello che dovevamo capire», riassume Mantini lasciando intendere che, in fondo, non si è trattato nè di allarmismo nè di un fraintendimento.         

Anzi aggiungendo anche: «un pm sa quando un teste è reticente, quando mente, quando vuole dirti qualcosa di più. Capimmo ciò che dovevamo capire. D’Alfonso fu abile, rimase al di sotto delle righe. Quasi si scocciò di quella chiamata imperiosa. E’ certo che non aveva atteggiamento di chi voleva raccontare una questione».

 


I GIORNALI

Poco dopo Mantini ha aggiunto: «sui giornali ho letto cose inqualificabili» e «a seguito di voci inaccettabili rassicurammo tutte le parti» trasmettendo pure «la notizia di reato a Campobasso di quanto Gerardis ci disse». Il pm ha poi etichettato l’informazione come «voci di corridoio, nessun dato oggettivo».

Tuttavia risulta che Campobasso ha iniziato ad indagare solo ad inizio giugno 2015, otto mesi dopo i fatti, soprattutto dopo gli articoli de Il Fatto quotidiano.

Sull’aver appreso la notizia del malumore dei giudici popolari, Mantini ha spiegato: «dissi “lasciateci stare, abbiamo fatto il nostro lavoro e basta”».

 

 
 D’ALFONSO, I NUMERI ECONOMICI E LA  COLPA DEI GIORNALISTI

Nella sua escussione densa di slogan da campagna elettorale perenne, D’Alfonso ha voluto proprio parlare di giornali e giornalisti manifestando tutto il suo disprezzo per almeno due figure precise (ed un altro mazzetto di cronisti più sfumato sullo sfondo).

 

«Io vengo tempestato da un giornalista al quale non ho mai risposto, del Fatto quotidiano, Massari, che mi richiama alla mente il massacro,  che è connesso ad un giornalista dell’Ansa che hanno organizzato tutto questo ballon d’essai. Hanno avuto un grande ruolo in questa vicenda. Questo giornalista (Massari, ndr) mi ha più volte insidiato con messaggi e l’ultima volta l’ho anche reso edotto che lo avrei portato davanti ad un giudice civile, perchè biascica e balbetta numeri economici  del quale io sarei entrato a conoscenza in ordine a non so che tipo di attività. Io non ho mai sentito parlare di numeri economici e di altro, in nessuna circostanza che non sia stata questa loro attività di confusione che è stata messa ad arte in giro. Per alcune settimane nella mia regione si è creato ogni sorta di insidia per quanto riguarda il clima che accompagnava queste attività. Ho letto articoli, anche adesso che sono operatore di legislazione nazionale, che mi hanno dato molto fastidio…»

Il procuratore ha tentato di bloccarlo perchè diverse cose non gli erano chiare…

«Non ho compreso bene: numeri economici…?»  

«Praticamente se io avessi mai saputo di una dazione di denaro… Queste persone (i giornalisti citati, ndr) campano di allungamenti pornografici di non fatti...».

Il riferimento è certamente alla campagna di inchieste de Il Fatto sulla vicenda Bussi, al giornalista Luca Prosperi dell’Ansa che avrebbe saputo del malumore dei giudici popolari ed avrebbe coinvolto Gerardis innescando la valanga mediatica,  dopo la sentenza.

Riferimenti più velati ad altri giornalisti con i quali Gerardis -secondo D’Alfonso- intratteneva rapporti con il fine di far pubblicare notizie a lui sgradite, come una guerra fredda combattuta a colpi di notizie e non senza ulteriori conseguenze pubbliche e strascichi giudiziari.

 

D’ALFONSO E GERARDIS, IL PERCHE’ DI UNA «SEPARAZIONE CONSENSUALE»  

Collegatissimo all’argomento dei giornalisti, D’Alfonso ha sfruttato una domanda sulle ragioni dell’abbandono di Gerardis dal ruolo di direttore generale della Regione per lanciare messaggi trasversali e togliersi altri sassolini.

Gerardis ha collegato il suo abbandono alla vicenda di Bussi e ad una sorta di mutazione avvertita da parte di D’Alfonso sull’argomento.

Per D’Alfonso tutta un’altra storia:  «avevo bisogno di una persona che sapesse come si fa la cosa e la cosa da fare. Mi sono accorto che nel mondo del diritto si sa come si fanno le cose ma non le cose da fare. Su alcune vicende non l’ho vista su questo fronte corrispondente ad una amministrazione amplissima. Rispetto ad alcune fragilità non l’ho vista come ha fatto per esempio Bertolaso… La vicenda Bussi non c’entra nulla, proprio nulla…»

Bussi non c’entra ma certe frequentazioni e propensione a raccontare cose, sicuramente sì, se non ai magistrati, di sicuro ai giornalisti.

 

«Non condividevo che un direttore generale», ha chiarito D’Alfonso, «avesse quella quotidianità di riferimento giornalistico che ha coltivato. C’era una notevole attività con la stampa. Mi trovavo molte volte evidenze che tutto sommato avevano bisogno di più tempo, soprattutto alcune evoluzioni organizzative. Non ho condiviso la corrispondenza giornalistica che ho richiamato perchè si rischia di partecipare l’emotività. Mai però nessun disappunto formale se non una volta riguardo al fatto che il mio capo di gabinetto avesse un parente in un ufficio accanto e lei non condivideva la coabitazione di prossimità di ruolo. Non nascondo che ero molto decisore o imperativo…»



Alessandro Biancardi