LA DEPOSIZIONE

Processo anomalo di Bussi. Gerardis al Csm: «io vaso di coccio ma ho detto solo la verità»  

Durante le deposizioni nel procedimento disciplinare a Romandini emerge il contrasto con versioni fornite dai pm

Redazione PdN

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Processo anomalo di Bussi. Gerardis al Csm: «io vaso di coccio ma ho detto solo la verità»  

Durante il processo

ROMA. Quasi 20 ore di deposizioni di testimoni dell’accusa e della difesa del giudice Camillo Romandini, accusato di aver violato regole deontologiche per i magistrati e per questo sottoposto a procedimento disciplinare.

Tra le contestazioni, anche quelle di aver condizionato il libero convincimento dei giudici popolari, aver partecipato ad una cena prima della sentenza con il presidente D’Alfonso (parte nel processo)  e aver anticipato il giudizio. Non è entrato in questo procedimento l’altra parte definite dalla difesa «voci di paese», riguardanti il passaggio di soldi (questione affrontata e archiviata dalla procura di Campobasso).

Particolarmente corposa e densa la testimonianza dell’ex direttore della Regione, Cristina Gerardis, all’epoca avvocato dello Stato nel processo Bussi.

Come quasi tutte le escussioni in questo procedimento anche questa è stata caratterizzata da momenti di tensioni, frizioni, alterazioni, scontri, battibecchi e rintuzzi che non hanno sempre dato l’impressione di un procedimento sereno.

Gerardis nelle sue risposte è stata accurata, precisa «senza carte»,  ha utilizzato solo la sua memoria «senza essersi preparata». Ha confermato quanto già detto a verbale alla Procura di Campobasso a maggio 2015 e a quella della Cassazione (2017) che si sono interessate del caso Romandini, ribadendo dettagli di una vicenda complicata e poco limpida.

I fatti sono emersi solo grazie ad una serie di inchieste giornalistiche de Il Fatto quotidiano, sostanzialmente in maniera precisa e corretta se confrontata con le varie testimonianze ufficiali emerse solo dopo.

 

GERARDIS, GOIO ED IL PASSAGGIO DI «QUELLA COSA…»

Ad inizio di escussione Gerardis viene sollecitata a ricordare l’incontro con Adriano Goio, commissario per il disinquinamento del fiume Pescara-Aterno, presso l’hotel Dragonara il quale le disse di aver saputo una cosa importante riguardo al processo in via di definizione e che non poteva più tenere per sè.

«Il giorno della pronuncia della sentenza di primo grado (19 dicembre, 2014, ndr) Goio (il commissario per la discarica di Bussi, ndr) che conoscevo bene si trovava con Mario Dari, ingegnere consulente dell’ufficio, andarono in un albergo “quello di Dragonara”. Incontrarono una persona che il commissario Goio disse essere un prete e un imprenditore abruzzese che si chiama Giancaterino. Goio mi disse che in quella sede entrambi gli assicurarono che la sentenza era già decisa per l’assoluzione.  La cosa che mi colpì e mi spaventò era che disse che “quello che doveva passare era passato”. Goio mi disse che non avrei dovuto parlarne. Lo presi sul serio, mi fidavo completamente e riferii tutto alla autorità giudiziaria».

A questo punto c’è stata la prima contestazione da parte del procuratore Pietro Gaeta che ha ricordato a Gerardis che nelle dichiarazioni rese alla procura era stata molto più precisa e aveva detto: «quel passaggio di denaro è avvenuto».

Goio dunque parlò di soldi? Dagli articoli de Il Fatto emerse anche una cifra che dai vari atti dei vari procedimenti nessuno ha mai pronunciato.

A questo punto è intervenuto in maniera decisa l’avvocato difensore di Romandini, Gianfranco Iadecola, che ha ricordato che il fatto non fa parte degli addebiti mossi, «perchè sprovvisto di ogni fondamento», «si tratta di voci di paese».

Da questo momento non si è più parlato di questo aspetto della vicenda.

 

«I PM ANNUNCIARONO: “GIA’ TUTTO DECISO”»  

Punto centrale anche di questa deposizione di Gerardis è stato l’incontro avvenuto il 4 dicembre 2014 (15 giorni prima della sentenza di primo grado di Bussi) presso lo studio dell’avvocato Dario Bolognesi e alla presenza di pm e parti civili per discutere degli ultimi dettagli delle requisitorie finali del processo.

«Lo ricordo benissimo», ha affermato Cristina Gerardis, «parlammo del processo, quell’incontro fu voluto dai pm che volevano dirci delle cose in una sede diversa da quella della procura e della ordinarietà delle udienza. Eravamo presenti io, gli avvocati Bolognesi, Santamaria, Patrizia Di Fulvio e poi arrivarono i pm Mantini e Bellelli, insieme ad un loro collaboratore di polizia giudiziaria, Michele Brunozzi».

«Fu in quella circostanza che parlarono della possibile assoluzione?», chiede il procuratore.  

«Sì. Ricordo che erano agitati e dopo la notizia fummo gettati nello sconforto e nella delusione perchè noi stavamo lavorando su questioni tecniche e giuridiche ed i pm ci dissero che era tutto inutile perchè il processo sarebbe stato chiuso con una assoluzione. Acquisimmo dai procuratori questo stato di agitazione e di convinzione».

«Dissero da chi appresero la notizia?»  

«Dissero a tutti che lo avevano saputo da una persona molto autorevole. Non dissero chi ma precisarono che era una persona più importante del ministro della giustizia».

 

D’ALFONSO E LA MANCATA ESULTANZA

Gerardis ha poi parlato dei suoi rapporti con il presidente D’alfonso, dapprima idilliaci, nati da un vero colpo di fulmine che diede luogo al suo incarico a Direttore Generale. Il rapporto lavorativo, poi consunto e logorato, si è sciolto consensualmente, non senza delusioni cocenti per lei.

«Questa vicenda di Bussi ha inciso sulla sua decisione di lasciare l’incarico alla Regione?»  

«Sicuramente il processo di Bussi ha avuto un ruolo negativo nei rapporti tra me e D’Alfonso. Personalmente ho giudicato in maniera negativa il suo ruolo perchè non corrisponde alla mia cultura... io sono stato anche un magistrato e la mia mentalità è che i magistrati dovrebbero tenersi lontani da rapporti vicino alle parti. Durante le fasi successive all’assoluzione (dicembre 2014, ndr) io non ho avuto nessun tipo di appoggio da parte di D’Alfonso o sostegno, anche solo morale o di considerazione, eppure ricoprivo questo ruolo particolare di avvocato dello Stato e direttore della Regione. La cosa che mi colpì  di più è che D’Alfonso, dopo la sentenza di appello (17 febbraio 2017, ndr) che ribaltò quella di primo grado portando a delle condanne, non fece un comunicato stampa per comunicare la cosa e l’esito vittorioso. E’ una cosa che si può verificare facilmente. Il comunicato lo scrissi io personalmente, lo fecero uscire a firma del sottosegretario Mazzocca e dell’assessore Paolucci al bilancio che non c’entravano nulla».

 

 

LA CENA ROMANDINI-D’ALFONSO

Altro punto “sensibile” e oggetto di frizioni è stata la cena (che si colloca tra la fine di ottobre e i primi di novembre 2014) a casa dell’ex consigliere Vincenzo Dogali tra Romandini e D’Alfonso, prima della sentenza di primo grado.

«Di questa cena», ha detto Gerardis, «sono venuta a conoscenza successivamente, riferita dal presidente D’Alfonso ai procuratori Mantini e Bellelli in procura, non so con quali modalità. A me D’Alfonso aveva espresso solo la sua convinzione e timore per un esito negativo per noi.  Mi aveva detto che lui aveva elementi certi per dire che gli imputati sarebbero stati assolti. Io ne sapevo ben poco ma quella notizia detta dal presidente mi preoccupò moltissimo».

 

Gerardis ricorda di aver visto D’Alfonso per la prima volta il 10 ottobre 2014 in udienza dove restò per «45 minuti»  e poi la convocò per un paio di incontri in cui si parlò sia del futuro incarico che del processo e del possibile verdetto.

Poi a novembre «D’Alfonso mi ribadì che aveva fonti certe per dirlo e mi ricordo che in quel periodo giravano molte voci sul quel processo… solo successivamente venni a sapere che D’Alfonso andò in procura e ai pm raccontò molte più cose di quelle che disse direttamente a me  e dunque della cena con Romandini. Da avvocato mi aveva colpito sapere che c’era stata la cena».

 

RICUSAZIONE?

Il procuratore Gaeta ha poi chiesto se si parlò mai di una eventuale ricusazione di Romandini dopo quei fatti.

Si sarebbe trattata in realtà della seconda ricusazione perchè la prima aveva già avuto luogo, in circostanze più che singolari, ed aveva portato all’estromissione di un magistrato schivo, integerrimo e severo come Geremia Spiniello.

«Ipotesi di ricusare il giudice? Non mi risulta», ha risposto Gerardis che poi ha dovuto  correggere il tiro precisando che se ne parlò ma che lei non aveva alcun potere nè gli venne chiesto cosa fare, che se ne parlò ma in maniera generica a livello di commento, per poi arrivare al punto che non ci sarebbero stati i presupposti.

 

VERSIONE OPPOSTA AI PM: «IO VASO DI COCCIO»  

Alla testimone Gerardis la difesa di Romandini ha contestato la versione fornita opponendola a quella dei due pm del processo, Mantini e Bellelli, i quali  affermarono di aver appreso da Gerardis della cena Romandini-D’Alfonso: «ci si rimbalza praticamente la qualità di fonte», ha detto l’avvocato Iadecola, «le contesto questo, lei sarebbe stata la fonte prima di ogni altro».

«Questa domanda me la fece anche il procuratore generale», ha risposto Gerardis, «io non devo dare spiegazioni a nessuno e non posso spiegare questo contrasto. Io racconto quello che ho visto e sentito. D’Alfonso a me aveva detto di avere la certezza che ci sarebbe stata l’assoluzione e nulla più. Ai pm ha detto più cose parlando di particolari che ho saputo dopo».

«Io mi rendo conto», ha continuato, «di essere un vaso di coccio perchè sono un avvocato e non un magistrato, il senso è quello: due magistrati dicono una cosa ed io un’altra. So che le cose sono andate così, le ricordo benissimo. Ricordo la mia reazione quando ho saputo di questa cena».

Infine Gerardis ha raccontato del suo ruolo nell’ambito di un incontro con alcuni giudici popolari, dopo la sentenza, intorno a gennaio febbraio 2015. Un incontro organizzato dal giornalista dell’Ansa, Luca Prosperi, nella pizzeria della giurata Letizia Martini.

Dall’incontro emerse il malcontento e l’agitazione delle donne che non sembrarono più così sicure della decisione di assoluzione presa.

Le stesse parlarono di pressioni di Romandini il quale disse loro che se in secondo grado la condanna da loro decisa fosse caduta le giudici popolari ne avrebbero risposto con il loro patrimonio.

Una frase che le giurate avrebbero preso come una minaccia o un condizionamento ma che la procura di Campobasso non ha ritenuto tale.

«Mi sono sentita in dovere di andare a quell’incontro», ha detto Gerardis, «ho fatto una cosa neutra, non ho assunto iniziative. Ho riferito i fatti all’autorità giudiziaria. Sono stata sempre attenta a riferire all’autorità giudiziaria quello a cui ho assistito. L’ho raccontato al pm, non avevo niente da denunciare perchè il fatto riguardava altre persone interessate e a loro spettava la decisione di denunciare».

Come si sa non ci fu poi nessun esposto da parte delle giudici popolari,  anche in questo caso per timore di ripercussioni.

La notizia di voci e di tutto quello che accadde fuori dal processo  solo a maggio 2015, con la pubblicazione del primo articolo sul Fatto Quotidiano.

a.b.

 

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