IL FATTO

Monsignor Petrocchi: «chiederò al Papa di visitare L'Aquila»  

Neo-cardinale: «c'è anche 'terremoto dell'anima' cui dare risposta»  

Redazione PdN

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Monsignor Petrocchi: «chiederò al Papa di visitare L'Aquila»  

 

CITTA' DEL VATICANO. "Sicuramente chiederò al Papa di venire in visita all'Aquila e alle zone colpite dal terremoto, anche se abbiamo, diciamo così, 'collegato' un'eventuale visita del Papa, che sarebbe graditissima oltreché molto attesa, al fatto che vengano avviati i lavori per la ricostruzione del Duomo, che ormai da nove anni è nella condizione di rovina: non sono stati iniziati i lavori per la ricostruzione".

Lo afferma, in un'intervista all'ANSA, l'arcivescovo dell'Aquila Giuseppe Petrocchi, che giovedì riceverà dalle mani di papa Francesco la 'berretta' cardinalizia nel Concistoro per la creazione dei nuovi cardinali. Petrocchi, come arcivescovo di una zona duramente colpita, spiega di prendere la porpora "come un impegno a servire di più, direi con il cuore di papa Francesco. Diventare cardinale significa essere più vicino al Papa per offrirgli una collaborazione, ma anche prendere ancora di più da lui le spinte a rendere il Vangelo presente ed efficace proprio nelle periferie, e quindi nei luoghi dove i problemi diventano particolarmente evidenti, dove si generano dei deficit non solo di spiritualità, anche di umanità. Allora il cardinalato è un invito a imitare Gesù ancora di più, ancora meglio, nel gesto di chinarsi per lavare i piedi, quindi per servire le persone che hanno bisogno di questa testimonianza di Vangelo".

Il neo-cardinale è tra l'altro originario di Ascoli Piceno, quindi di un'altra zona ugualmente devastata dalle scosse. "Io sono stato parroco in alcuni paesi dell'Ascolano che sono stati investiti dal terremoto - racconta -. Quindi toccato dal punto di vista, oltre che di un'appartenenza geografica, anche di una storia ministeriale che ho vissuto. A mio avviso il terremoto è simile alla luna: ha un volto molto visibile, in genere illuminato dalle attenzioni istituzionali dei social. Ma c'è anche un volto coperto, in ombra. Quello che viene più in evidenza del terremoto è il danno edilizio, murario, e quindi l'attenzione, giustamente, viene riversata nella ricostruzione innanzitutto nel senso delle strutture abitative, delle strutture pubbliche. Però c'è un terremoto che non si coglie immediatamente, che resta dietro il sipario delle attenzioni mediatiche. E lo chiamo un terremoto dell'anima: è il sisma che va ad abbattersi nel modo di pensare di sentire nelle relazioni. E ha poi delle conseguenze molto serie, che devono essere scrutate, devono essere ricercate per diventare osservabili".

"Allora, a questa seconda dimensione del terremoto - osserva Petrocchi - non sempre si dedica la vigilanza necessaria, perché mancano molte volte i sensori adeguati. E invece direi meriterebbe una presenza privilegiata, che innanzitutto è segno di un ascolto e di una partecipazione: perché io ho capito che prima di dare risposte bisogna imparare ad ascoltare. E prima di fare bisogna accogliere, dare spazio dentro di sé. Il primo luogo di ospitalità è quello del cuore, di questo la genet jha bisogno".

"Sono rimaste colpite le persone dove sono stato parroco (a Cerreto di Venarotta e a Trisungo di Arquata del Tronto, ndr) e appena ho saputo che c'era stato il terremoto ho preso la macchina e sono andato in questo piccolo paese dove erano immediatamente visibili i segni della furia del terremoto. La gente, spaventata, stava in mezzo alla strada. Io sono arrivato, sono subito andato incontro, li ho abbracciati e ho detto: 'guardate, io non ho niente da portarvi, non ho risorse economiche, non ho aiuti materiali, però sono venuto a dirvi che vi voglio bene. Ecco - conclude -, questo è stato un messaggio forte, che mi è ritornato come gratitudine, come apprezzamento. A questo terremoto dell'anima dobbiamo dare una risposta, non al singolare ma al plurale. Non individuale ma corale".