LA DIFESA

Romandini si difende davanti al Csm: «mai fatto imprenditore, vivo calvario da 3 anni»  

«Ho avuto due infarti, non so più neanche quante volte sono stato denunciato»

Redazione PdN

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Romandini si difende davanti al Csm: «mai fatto imprenditore, vivo calvario da 3 anni»  

 

 

ROMA.  «Io mi sono sempre preoccupato di essere trasparente, chi mi conosce lo sa»  

Ha reso dichiarazioni spontanee per circa un quarto d’ora, l’ex giudice di Chieti, Camillo Romandini, davanti alla Commissione disciplinare del Csm.

Il magistrato, oggi in forze alla Corte d’Appello di Roma, deve rispondere di diverse accuse riunite in un unico procedimento.

 Tra queste anche quelle mosse dall’unico accusatore, Lorenzo Torto, di Rapino, che ha contestato dapprima la mancata astensione del giudice da un suo processo per presunto conflitto di interesse, per poi scoprire, con sue personali ricerche documentali, che lo stesso magistrato era anche titolare di una impresa agricola con partita iva e percezione di contributi pubblici (cosa vietata per i magistrati).

L’inchiesta penale -finita a Campobasso- è stata archiviata mentre rimane in piedi, a quanto se ne sa,  un procedimento alla Corte dei Conti che sembra avviarsi all’archiviazione ed il procedimento disciplinare in corso a Roma.

Proprio in questa sede e sulle questioni legate all’impresa agricola, Romandini ha rilasciato dichiarazioni spontanee su argomenti sui quali non ha mai parlato direttamente.

 «Non so più quante volte sono stato indagato in questi anni 3 anni», ha detto il giudice.

«Da 3 anni sto vivendo un calvario. Ho subito di tutto: interrogazioni parlamentari, indagini da parte di Carabinieri, Polizia Guardia di Finanza… tutti quanti. Mi hanno indagato e non hanno mai potuto trovare niente. Io ho cercato di essere un magistrato sempre trasparente. Ho avuto due infarti, di cui l'ultimo adesso, e non me lo sono andato ad inventare. Sono stato accusato tante di quelle volte e sono stato denunciato tante di quelle volte che non ne posso più».

«Mi deve credere», ha detto Romandini rivolgendosi al presidente della sezione disciplinare Antonio Leone, «perché la mia vita è diventata uno stillicidio».

 

LE SMENTITE

Romandini ha smentito cose «che ho sentito in questi anni», come quella di essere stato in passato socio azionista della Bcc. Poi è passato a quella che dice essere diventata la sua tortura, ovvero i terreni agricoli, coltivati ad uliveto, alla base della denuncia di Lorenzo Torto.

«Io come qualunque figlio per bene, credo, ho cercato di stare vicino ai miei genitori. Mio padre è stato Presidente del tribunale e magistrato per 50 anni. Siamo una famiglia di magistrati. Mio padre ha sempre aiutato mia mamma, come era giusto che fosse. Morto mio padre era ovvio che io e mia sorella non potessimo abbandonare nostra madre né tantomeno era giusto che io e mia sorella potessimo lasciare o vendere quello che era il frutto dell’eredità della nostra famiglia».

 

«STO IMPAZZENDO»

Nel corso delle sue dichiarazioni spontanee Romandini non ha nascosto un certo fastidio e anche una certa agitazione per certe accuse: «io sto impazzendo, letteralmente».

E poi è entrato nel dettaglio: «sono state fatte delle allusioni, come dire, “adesso morta tua madre ti sei messo a fare una società”…»

Romandini dice di essersi sempre attenuto alle regole: «mi era stato detto nel 2004 ‘tu puoi essere socio di una srl purché tu non ricopra alcun incarico’. Bene, io non ho mai ricoperto alcun incarico.  Avevo questa eredità dei miei genitori ed ovviamente credo che essendo un libero cittadino è mio diritto di poter beneficiare di questi terreni, che peraltro checchè se ne voglia dire non ha reso chissà quali miliardi di soldi. Non  mi hanno mai dato niente, mi hanno creato solo problemi, però me li hanno lasciati i miei genitori ed è un ricordo affettivo nei loro confronti».

 

«OLIO PER LA MIA FAMIGLIA»  

Romandini ha fatto chiarezza anche sui quantitativi di olio prodotto: «io sono sempre stato solo ed esclusivamente socio della Cooperativa a cui conferivo le olive raccolte. Non avevo frantoi vicino per poter fare questo tipo di attività per quel poco di prodotto,  si dice 50 litri ma anche 100 litri ... ma fossero anche 150 litri. Cioè io quello che produco non ce l'ho per me, ce l'ho per la famiglia, quella di mia sorella, ce l'avevo per i miei genitori... cioè voglio dire, stiamo parlando veramente di inezie, altro che imprenditore».

Sul reale quantitativo di olio prodotto ed eventualmente destinato ad uso personale o eventuale vendita, l’accusa ha insistito molto, tentando di capire come stessero i fatti, cosa non sempre facile per via di eccessiva genericità dei testimoni chiamati da Romandini. Un agronomo incaricato dal giudice di Chieti ha comunque calcolato in un anno 974 litri di olio prodotto ma non venduto.

Romandini ha dunque chiarito che quella attività era solo un passatempo per stare insieme «con la mia famiglia e con i miei amici, in una casa padronale che abbiamo da 150 anni. Ora se io devo pagare per questo... per l'amor di Dio, però, non ho mai venduto prodotti, sia ben chiaro».

Tema del contendere anche il rapporto economico oggetto di fatture tra l’azienda agricola di Romandini e la cooperativa San Mauro di Bomba alla quale il giudice conferiva le olive per avere in cambio olio.

«La cooperativa non vende il prodotto di Camillo Romandini, la cooperativa si vende il prodotto suo, l’olio San Mauro di Bomba», ha detto, «non ha mai venduto il prodotto mio, forse due anni in cui magari sono stati più quantitativi di olive li ho conferiti alla cooperativa, cosa dovevo fare? Farle marcire sull’albero?»

Romandini ha anche spiegato che quando si è accorto che non ce la faceva a coltivare i terreni e che non poteva farlo, ha concesso in affitto i terreni a sua mamma, ed anche la sorella ha fatto lo stesso.  Poi, da quando ha cominciato a lavorare presso la Procura di Ragusa (il suo primo incarico), glieli hanno dati in comodato: «mia mamma li ha sempre gestiti solo ed esclusivamente con le proprie capacità organizzative. Mia mamma era imprenditore agricolo professionale quindi aveva una propria autonomia, aveva una propria organizzazione e aveva tutto. Io avevo i terreni che mi aveva lasciato mia nonna».

 

I CONTRIBUTI

Romandini ha poi spiegato di non aver mai ricevuto contributi dalla Regione: «gli  unici contributi che io ho percepito sono i contributi Agea che vengono erogati non in relazione alla qualifica di imprenditore ma quale semplice possessore di questi terreni».

Torto ha denunciato il fatto che questi contributi sono arrivati anche dopo la chiusura dell’azienda: «stiamo scherzando?», ha replicato Romandini. «L'ultimo contributo era un saldo».

«Ho sempre fatto il mio dovere con la massima trasparenza», ha detto ancora il giudice davanti alla commissione disciplinare, «non c'è stato un solo anno in cui io, per la massima trasparenza, non abbia denunciato a questo Spettabile Consiglio Superiore la mia stato patrimoniale. Io non ho mai nascosto nulla, vorrei vedere quanti colleghi lo abbiamo fatto in questi anni. Ho presentato sempre regolare denuncia in ogni situazione di mutamento del mio stato professionale, perfino se ho comprato la macchina nuova, io, signor presidente».

 

LE ALTRE ACCUSE

Oltre alle questioni dell’azienda agricola la commissione dovrà valutare anche il comportamento del giudice   fuori dalle aule giudiziarie ma in costanza del processo per l’inquinamento di Bussi (sentenza emessa il 19 dicembre 2014), il suo rapporto con i giudici popolari che hanno denunciato pressioni indebite (archiviate dalla procura di Campobasso). Romandini dovrà chiarire, inoltre, anche le circostanze che lo portarono ad incontrare il presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, a casa di un fidato amico comune,  l’ex consigliere di Pescara, Vincenzo Dogali.

Lì si parlò del processo e lo stesso D’Alfonso raccontò che le parole di Romandini gli fecero capire che gli avvocati della Montedison erano stati «efficaci».

L'AUDIO INTEGRALE DELL'INTERVENTO