IL FATTO

Spoltore caso Di Gregorio, commissione d’inchiesta scova irregolarità e chiede stop risarcimento

Sul Comune di Spoltore pende una richiesta di 2,3mln di euro

Redazione PdN

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Spoltore caso Di Gregorio, commissione d’inchiesta scova irregolarità e chiede stop risarcimento

Marina Febo

 

 

 

SPOLTORE. Una commissione d’inchiesta comunale ha lavorato 6 mesi sul caso Di Gregorio, il pasticcio del piano di recupero a Villa Raspa di Spoltore che si trascina da 10 anni e che ora potrebbe costare alle casse comunali 2,3 milioni di euro.

Il contenzioso è andato avanti per anni e si è giunti alla fase finale con sentenze già emesse e risarcimento danni da saldare (a carico delle casse comunali).

 

La storia è partita nel 2008 quando i proprietari di un terreno  nella zona di Villa Raspa hanno presentato una istanza, accompagnata da regolare progetto, richiedendo l'approvazione di un Piano di Recupero.

Il prg di Spoltore, approvato nel 1994, conteneva una destinazione di zona residenziale di completamento “B” nella frazione di Villa Raspa, per la quale era prevista l’emanazione di un piano di recupero di iniziativa pubblica, e in via alternativa, di iniziativa privata.

 

Dopo le richieste dei privati, però, gli uffici comunali sono rimasti «inerti» (tecnicamente silenzio-inadempimento) come accertato anche da una sentenza del Tar, «benché in possesso di tutta la documentazione necessaria ai fini dell'istruzione della pratica».

Il Consiglio di Stato ha successivamente imposto al Comune il termine di novanta giorni per raggiungere con la controparte una soluzione concordata del conflitto, indicando comunque i criteri da seguire per determinare l’entità del danno lamentato dai privati. La giunta guidata dal sindaco Luciano Di Lorito ha così incaricato l'ingegnere Alfredo Palmitesta e l’avvocato Gaetano Mimola di determinare l'importo del risarcimento.

Era stata avanzata una offerta di 400 mila euro che è stata però ritenuta insufficiente dal commissario.

Ma proprio in merito alla quantificazione del danno effettuata dall'agenzia delle Entrate,  quale commissario ad acta nominato dal giudice, la Commissione ha approfondito i vari criteri e il meccanismo di calcolo e ritiene che «vi sia stato, oltre ogni ragionevole dubbio, un errore materiale in quanto non sia stato seguito in alcun modo l’iter puntuale indicato dal Consiglio di Stato».  

E fino ad un certo punto si pensava  che la storia potesse concludersi con un accordo al di sotto del mezzo milione di euro. Una cifra arrivata poi a superare i 2 milioni.

 

 Ora arrivano, quasi fuori tempo massimo, i lavori di una commissione speciale comunale che pare abbia scovato qualche novità giudicata rilevante.

Intanto c’è l’intenzione di inviare le carte alla Procura di Pescara, alla Corte dei Conti mentre il Comune dovrebbe chiedere la revocazione della sentenza per far valere eventuali vizi del procedimento.

 La commissione era stata richiesta in Consiglio comunale dalla consigliera Marina Febo che poi è stata nominata anche presidente coordinatore.  

I lavori sono cominciati il 28 dicembre 2017 e sono andati avanti fino al 14 giugno scorso, oltre il primo termine stabilito, «prorogato per la complessità del lavoro svolto».

 

 

 

SPULCIATE TUTTE LE CARTE PER FAR LUCE

La volontà è stata quella di far luce su tutta la vicenda che rischia di arrecare un danno enorme al Comune di Spoltore.

 

La Commissione presieduta da Febo ha ripercorso tutto l'iter giudiziale, molto complesso, caratterizzato da diversi procedimenti amministrativi ed andato avanti per anni tra ricorsi vari al Tar.

Secondo la Commissione l'iter seguito dal commissario ad acta che ha approvato il piano di recupero avrebbe delle gravi lacune «potenzialmente idonee a incidere sulla  validità delle determinazioni assunte».

La Commissione si riferisce in particolare a difetti di convocazione della conferenza dei servizi ma anche alla omessa integrazione di documentazione tecnica necessaria per ottenere il parere del Genio Civile.

«Nonostante tutto ciò il commissario ha approvato ugualmente la determinazione finale del Piano considerando acquisito il parere del Genio Civile anche se quest'ultimo aveva scritto chiaramente che, se i vizi non fossero stati sanati, il parere doveva intendersi come reso in senso negativo».

 

Ma c’è di più, molto di più.

Secondo la Commissione il risarcimento da mancata chance si sarebbe formato proprio a seguito del ritardo del commissario ad acta, il primo, che avrebbe dovuto sistemare la questione in 30 giorni ed invece ha fatto scivolare via 1 anno e 7 mesi.

Dunque il commissario chiamato a sopperire i ritardi del Comune … non ha di certo stretto i tempi.

Proprio all’interno di questo ritardo avrebbe avuto origine il risarcimento del danno perchè le pronunce precedenti non avevano rilevato alcun un danno.

E i documenti parlano di questo ritardo: l’insediamento del commissario è avvenuto il 23 novembre del 2009 ma non si è mosso. Non avendo più dato notizie sul caso, il Responsabile dell'Area edilizia privata e della casa, a febbraio del 2010, lo invita  a portare la documentazione relativa al progetto del piano di recupero. Il 24 febbraio si reca a ritirare la relativa documentazione.

Ma solo un anno e cinque mesi dopo il commissario trasmette ai vertici del Comune la deliberazione di approvazione del piano di recupero.

E mancano pure richiami in merito alle ventate irregolarità avanzata dei tecnici del Comune nel 2009 .

 

 

I DUBBI

Dalla documentazione analizzata resta il forte dubbio, sottolinea la Commissione, che il progetto di piano di recupero potesse essere realmente approvato a quelle condizioni.

«Questo è un aspetto dirimente che incide in maniera fondamentale con il risarcimento del danno», si segnala nella relazione finale, sottolineando che non si sta affatto parlando di un aspetto secondario.

E si insiste: «è evidente che di fronte ad un piano che non poteva essere approvato, il risarcimento del danno si limiterebbe a quella di mero danno da ritardo».

La commissione sottolinea anche che nessun procedimento giudiziale esperito ha avuto modo di verificare questo aspetto, ovvero il merito del progetto, che per la commissione di indagine resta comunque il nodo centrale.

 

CIFRE E BILANCI

Sono poi state rilette le carte dei proprietari dei terreni ed è emerso che la cifra che la parte danneggiata afferma esserle stato promesso come corrispettivo della sfumata cessione immobiliare sia divergente dalle risultanze a bilancio della Tasso e Candeloro srl per il 2011. «Infatti emerge dal bilancio del 2009 della società», si legge nella relazione, «che la somma liquidata impegnata per acquistare l’area edificabile a Villa Raspa di Spoltore sarebbe stata pari a 1,5 milioni di euro e non 1.550.000 milioni come risulta nel preliminare».

Inoltre il valore complessivo delle permute che la società riteneva di dover pagare a fine 2009 è di gran lunga inferiore a quello che emerge complessivamente dal preliminare.

 

Secondo la Commissione, a questo punto, è il caso che sia avviata dalle autorità competenti una verifica sulle ragioni di questa incongruenza

 

Ed è proprio queste sono le conclusioni finali: mandare la relazione alla Procura della Repubblica, alla Procura della Corte dei conti, al Consiglio di Stato per avviare le indagini di competenza.

 Ma soprattutto la Commissione si rivolge alla Giunta del Comune di Spoltore alla quale chiede di valutare «senza ulteriore indugio la proposizione»  della revocazione della sentenza.

Si chiede infatti un corretto calcolo   del danno secondo i parametri effettivamente indicati dal Consiglio di Stato «e forse male interpretati dal commissario ad acta di più recente nomina».

 

Alessandra Lotti