IL DOC DELLA VERGOGNA

Gran Sasso, omertà e inerzia, quando l'Infn confessò: «siamo fuori norma» sulle captazioni dell'acqua potabile

Era il 2014 e da allora solo smentite e silenzi . Grazie al Forum H2o spunta fuori un verbale di riunione coordinata da Lolli

Redazione PdN

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Gran Sasso, omertà e inerzia, quando l'Infn confessò: «siamo fuori norma» sulle captazioni dell'acqua potabile

TERAMO. L'Istituto nazionale di Fisica Nucleare già nel 2014 ammetteva candidamente e scriveva nero su bianco di non essere a norma rispetto agli obblighi di distanza dei Laboratori dai punti di captazione dell'acqua potabile usata da centinaia di migliaia di persone.

L'inequivocabile dichiarazione del rappresentante dell'Infn è contenuta in un verbale del tavolo tecnico del 13 ottobre 2014, rimasto per anni nei cassetti della Regione fino all'accesso agli atti svolto dagli attivisti della Mobilitazione dell’acqua.  Il tavolo era coordinato da Lolli che firma il verbale.

Si tratta di quel tavolo voluto da Gianni Chiodi e che non si è quasi mai riunito pur dovendo governare una emergenza scattata nel 2003 e mai conclusa realmente (ma formalmente chiusa nel 2015) 

Il tutto ben due anni prima dell'incidente con il diclorometano dell'agosto 2016.

Sosteneva testualmente il rappresentante dell'INFN a verbale «...osserva però che l'esecuzione di eventuali lavori di impermeabilizzazione non consentirebbero di essere a norma ai sensi del D.lgs.152/2006 in quanto non vi è una distanza sufficiente tra le attività del laboratorio rispetto alla punto di prelievo delle acque per i consumo umano»  (ndr: gli errori di battitura sono nel testo).

La distanza è, cioè, inferiore ai 200 metri previsti dall'Art.94 del Testo Unico dell'Ambiente D.lgs.152/2006 in attesa della perimetrazione sito-specifica delle aree di salvaguardia che le regioni avrebbero dovuto fare fin dal 2006.

In questa fascia è vietato dal 1988 lo stoccaggio di sostanze chimiche pericolose e/o di sostanze radioattive e dal 1999 è previsto anche l'allontanamento obbligatorio per quelle preesistenti.

Insomma violazioni precise, nette e incontestabili ma notate da pochissime e sanzionate da nessuno, spesso persino smentite da scienziati e amministratori fino a quando non sono stati messi alle strette da carte ed evidenze. 

 «Nei laboratori del Gran Sasso sono state introdotte irregolarmente 1.000 tonnellate di acqua ragia nel 1992 per l'esperimento LVD e 1.292 tonnellate di trimetilbenzene nel 2002 per l'esperimento Borexino», sottolinea la Mobilitazione per l’acqua .

«Nel 2014 i laboratori ammettevano quindi un fatto così grave ed è letteralmente incredibile che fino a pochi mesi fa la Regione, da noi fortemente contestata, si limitava al mantra di proporre proprio quell'impermeabilizzazione che comunque non risolverebbe le violazioni di legge esistenti. Sarebbe da stendere un velo pietoso sulle successive dichiarazioni messe a verbale dall'Ing. Caputi, allora dirigente della Regione, se non aprissero un ulteriore squarcio sull'atteggiamento tenuto negli anni dalle istituzioni in questo scandalo».

L'ONNIPRESENTE CAPUTI

Infatti Caputi sostiene che poiché tanto i laboratori sono letteralmente immersi nell'acquifero che è molto più vasto, «non assume rilevanza la distanza dal punto di prelievo».

 «Un modo di ragionare assurdo, visto che è l'esatto contrario», contesta la Mobilitazione.

O forse un modo come un altro per dire che proprio perchè i Laboratori sono immersi nell'acquifero questionare sulle distanze è assurdo e non rileva dal punto di vista della legalità perchè le captazioni dovrebbero essere in pratica fuori dalla montagna o anche ad un chilometro dai laboratori. 

 La legge prescrive alle Regioni di delimitare le aree di salvaguardia sito-specifiche andando oltre i 200 metri proprio per imporre i divieti come quello relativo allo stoccaggio di sostanze pericolose o l'obbligo di allontanamento di quelle già stoccate su zone anche più vaste se necessario dal punto di vista sanitario.

Solo nel luglio 2017, a 3 anni da queste dichiarazioni, l'Ersi ha approvato la proposta di perimetrazione delle aree di salvaguardia per l'acqua potabile. Ci ha messo tre mesi a trasmetterla alla Regione che da ottobre 2017 la tiene nel cassetto e non l'approva.

L'esistenza della proposta è emersa anche in questo caso solo grazie ad un accesso agli atti della Mobilitazione.

Cosa dice la proposta?

Quello che Caputi dimostrava di sapere già nel 2014, cioè, che nel Gran Sasso un limite di 200 metri è ridicolo in quanto un eventuale incidente potrebbe coinvolgere l'acquifero per chilometri togliendo l'acqua a 700.000 persone sia sul lato teramano che su quello aquilano e probabilmente pure su quello pescarese e che per questo va applicata la legge allontanando le sostanze pericolose che costituiscono il rischio principale per la risorsa acqua.

Una inerzia e una inefficienza ben strutturata ma anche semplice e non contestata nei fatti con altrettante omissioni che hanno generato negli anni pericoli per la popolazione con il rischio concreto di distribuire acqua contaminata nella piena consapevolezza delle istituzioni del rischio.

Da due anni la procura di Teramo ha aperto una inchiesta ma in tutto questo tempo non sono bastate le prove ed i documenti schiaccianti pure sequestrati e già acquisiti per impedire il protrarsi del rischio e la risoluzione del problema a tutela della salute pubblica.

Sabato 23 giugno la Mobilitazione per l’acqua a Pescara alle 10:30 davanti alla Regione in viale Bovio in un sit-in per reclamare l'immediata approvazione delle aree di salvaguardia e l'allontanamento delle sostanze pericolose dai laboratori del Gran Sasso, usate in soli 2 esperimenti su circa 20.