LA SENTENZA

Flop Rimborsopoli, assolti anche Chiodi, Castiglione e Gatti

Inchiesta contestata perchè affossò il centrodestra in corsa per le regionali 2014

Redazione PdN

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Rimborsopoli. Chiodi, Castiglione e Gatti a processo a Roma

Chiodi, Gatti, Pagano

 

PESCARA. Assolti dal tribunale di Roma, "perché il fatto non sussiste", l'ex presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi, l'ex vicepresidente della Giunta, Alfredo Castiglione e l'ex assessore all'Istruzione, Paolo Gatti, nell'ambito del processo sulla cosiddetta 'Rimborsopoli' abruzzese.

I tre ex esponenti della giunta regionale abruzzese, giudicati con rito abbreviato, erano accusati, a vario titolo, di peculato e truffa aggravata, per fatti risalenti ad un periodo compreso tra il 2009 e il 2011, riguardanti l'utilizzo improprio delle carte di credito regionali.

  

L’inchiesta Rimborsopoli che tanto scalpore aveva fatto all’inizio del 2014, alla vigilia del voto delle Regionali, non smette di incassare sentenze di assoluzioni (la maggioranza): degli iniziali 24 indagati gli stessi pm titolari, Giuseppe Bellelli e Giampiero Di Florio, ne archiviarono subito ben 15 (tutti esponenti dell’allora Consiglio regionale).

 

«Il quadro emerso è un campionario di omissioni e raggiri tendente a lucrare ad ogni favorevole occasione in ogni ambito e per qualsiasi cifra. Questo malcostume è ormai assurto a normalità avendo interessato quasi interamente i componenti dell'intero arco politico rappresentato in Consiglio regionale», scrivevano i pm.

 

Le contestazioni per l’ex presidente  Gianni Chiodi riguardavano fatture per 24 mila euro.

Nel mirino, ad esempio, c’era un pasto al ristorante "Il vecchio porco" di Milano per un totale di 227 euro. Il conto secondo l’accusa riguardava una sola persona, in realtà i coperti sarebbero stati cinque secondo quanto scoperto in sede di indagine dai carabinieri che hanno parlato con i ristoratori.

Negli episodi figura anche un soggiorno presso l'albergo a 5 stelle "Il Principe di Piemonte" di Torino. Quello che ha fatto più scalpore  è stato il caso del viaggio a Washington. In quell'occasione, dice la Procura, Chiodi avrebbe pagato con la carta di credito istituzionale la somma di 2.800 euro per il biglietto aereo in classe business per la moglie.

Lui ha sempre respinto gli addebiti davanti ai giornalisti    sostenendo di aver pagato il biglietto della moglie con un bonifico personale.

I soldi, però, rivelano gli inquirenti, sarebbero arrivati solo 7 mesi dopo e su insistenza dell’agenzia di viaggio. Poi ci sono ancora contestazioni per viaggi a Roma, Taormina, Nizza e Arezzo.

 

 Relativamente al vice presidente della Regione Alfredo Castiglione, l'attenzione della procura pescarese è stata  rivolta su una missione a Mirabello (Ferrara) nel mese di settembre 2010. In quell'occasione Castiglione avrebbe partecipato alla festa di An e avrebbe speso per un pranzo 142 euro e, sempre secondo l'accusa, avrebbe corretto a penna la ricevuta scrivendo il numero 1, relativo al numero dei coperti, al posto del numero 2.

Sempre a Mirabello il vice presidente della Regione avrebbe consumato altri pasti con piu' persone per un totale di 200 euro.

Ma la lista delle contestazioni riguarda anche pranzi a base di aragoste da 200 euro in Puglia (presso i Due ghiottoni di Bari) o il pernottamento in hotel di lusso (Piazza di Spagna a Roma) da 411 euro a notte. E poi anche soggiorni al Santa Cesarea Terme nel Salento.

 

All’assessore Paolo Gatti la Procura contestava spese per un totale di 636,88 euro per missioni a Roma.

Tutti assolti dunque e nulla di fatto.

 

CHIODI: «ESPERIENZA DEVASTANTE»  

«Si chiude un'esperienza devastante, soprattutto a livello umano, per me e per chi mi è stato vicino», ha detto Chiodi all’Ansa, «si tratta di una vicenda che fin dall'inizio ho ritenuto infondata, ma che mi ha portato all'attenzione dei media nazionali mi piacerebbe che fosse dato almeno un decimo del risalto che è stato dato ad avvisi di garanzia 'farlocchi' e che chi mi ha condannato sulla base di quegli avvisi di garanzia oggi mi chiedesse scusa, ma so bene che entrambe le cose, molto difficilmente, avverranno».

 

 

«PM SUPPORTERS»

L’inchiesta è sempre stata avvolta da forti polemiche che hanno tenuto nel mirino la stessa procura di Pescara ed i pm titolari per diverse ragioni: le contestazioni erano incentrate su norme e fatti non così netti; gli importi per alcuni erano davvero irrisori intorno a decine di euro; molti consiglieri furono indagati per pochi mesi e subito prosciolti; l’inchiesta ebbe una grossa eco ed esplose proprio a ridosso delle elezioni regionali che vedeva candidati Chiodi e D’Alfonso, quest’ultimo dato per vincente da subito ma l’inchiesta contribuì ad affossare un centrodestra che aveva comunque già da tempo esaurito il suo appeal conquistato 5 anni prima grazie ad altre inchieste (Sanitopoli e Housework).

 

Alessio Di Carlo membro di Giunta di Radicali Italiani sostenne che Rimborsopoli era «una vicenda che ha dell’incredibile».

Di Carlo tirò in ballo i due pm  Bellelli e Di Florio (entrambi oggi promossi procuratori capo): «avviarono un procedimento contro tutto o quasi il centrodestra seduto in Consiglio Regionale e dopo qualche giorno apparirono seduti in platea nella convention organizzata da Luciano D'Alfonso, mentre il loro ex (in quanto pensionato) Procuratore Capo, Nicola Trifuoggi, affiancava sul palco lo stesso D'Alfonso».

Un episodio che acquistò rilevanza nazionale anche per la presa di posizione sui social network del giornalista Pierluigi Battista del Corriere della Sera. Il caso, però, divenuto virale proprio grazie a Facebook a suo tempo produsse una reazione stizzita dei magistrati che sostennero di aver partecipato semplicemente ad un evento pubblico –peraltro bipartisan con esponenti anche del centrodestra come il leghista Tosi- sul rapporto tra politica e magistratura, non per la presenza di D’Alfonso (all’epoca nemmeno ancora candidato ufficialmente alla Regione).