LE CARTE

Rigopiano, «il sindaco di Farindola conosceva rischio valanghe ma non lanciò allarme per l’hotel»

Dalle carte dell’inchiesta altre rivelazioni su quei giorni drammatici di emergenza neve

Redazione PdN

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auto provincia di pescara davanti hotel rigopiano

L'auto della Provincia davanti Hotel Rigopiano il giorno prima

 

 

FARINDOLA. Che l’Hotel Rigopiano fosse irraggiungibile, fin dalla mattina della tragedia, non era di certo una cosa sconosciuta. Lo sapevano i parenti dei turisti che scalpitavano per tornare a casa ma erano bloccati dalla neve.

Lo sapeva il sindaco di Farindola, Ilario lacchetta, che ricevette un messaggio di fuoco, via WhatApp, dal titolare Roberto Del Rosso, anche lui bloccato in hotel. E lo sapeva pure il presidente della Provincia, Antonio Di Marco, che proprio quel giorno accolse nel suo ufficio l’appello disperato della sorella di Del Rosso.

Eppure quella notizia non venne mai divulgata agli organi chiamati a gestire l'emergenza (Regione e Core, comitato operativo regionale per le emergenze). Nessuno chiese mai esplicitamente una turbina per la contrada Rigopiano, nessuno riferì che c'erano 40 persone intrappolate, spaventate con attacchi di panico che volevano essere liberate. 

 Anche questo emerge dalle carte che la Procura di Pescara ha messo a disposizione dei nuovi indagati in vista degli interrogatori. E se fosse confermato sarebbe veramente clamoroso. 

Che l’Hotel Rigopiano fosse isolato, del resto, non era nemmeno una novità. Capitava spesso in caso di neve. Era capitato già nel 2015 quando un elicottero lanciò beni di prima necessità ai clienti intrappolati.

Tutto noto ma non è servito ad evitare la tragedia del 18 gennaio 2017 che ha fatto 29 morti.

Così si scopre che il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, secondo quanto scrivono i carabinieri forestali, tra il 17 e il 18 gennaio non chiese mai esplicitamente ed ufficialmente una turbina per liberare i clienti e i dipendenti dell’hotel.

 Dall'ascolto delle segnalazioni telefoniche arrivate alla sala operativa è emerso che le uniche segnalazioni che riguardavano la contrada Rigopiano arrivarono solo quattro ore dopo la tragedia.

 «Appare arduo valutare se la disorganizzata gestione dell' emergenza maltempo- terremoto sia direttamente collegabile alla tragedia di Rigopiano», annotano i forestali nella relazione, «ma è un fatto che l'isolamento non sia stato segnalato dal sindaco Lacchetta alla protezione civile Abruzzo né la mattina né il pomeriggio del 18 gennaio in sede di Core (Comitato Operativo Regionale per le Emergenze)».

Dunque, secondo gli investigatori, se da un lato «la gestione dei mezzi spazzaneve da parte della Regione è stata sicuramente caotica», dall’altro lato bisogna considerare anche che «una turbina per liberare Rigopiano non è mai stata richiesta dal sindaco».

 

LE CONTRADDIZIONI DI LACCHETTA

Un sindaco che, emerge dai documenti, si sarebbe comportato in maniera contraddittoria in quelle ore sicuramente difficili e caotiche.

Perchè non informò la Regione e il Comitato operativo che c’erano 40 persone bloccate?

Perchè non lo scosse nemmeno il messaggio di Roberto Del Rossso, poi morto anche lui nella tragedia?

L’imprenditore il 18 gennaio alle 13.59 scrisse al sindaco che turisti e dipendenti erano bloccati, alcuni con attacchi di panico: «diteci la verità, poi scatteranno denunce».

Eppure nemmeno dopo quel messaggio allarmato il primo cittadino si mosse. Perchè?

L’informativa è dura: «dal pomeriggio del 17 le persone vengono dimenticate. Lo stesso sindaco alle ore 19:07, dopo aver assistito alla salita dei clienti verso l'hotel, invia un messaggio WhatsApp ad alcuni abitanti di Farindola con l'oggetto ‘aggiornamento emergenza maltempo’ in cui vi invita la cittadinanza ad uscire solo se strettamente necessario».

 E che quelli sarebbero stati giorni tremendi lo sapeva bene Lacchetta e lo hanno ricostruito sempre messaggi WhatsApp.  

Eppure niente lo ha indotto a fermare i turisti che fino al 17 hanno continuato a salire all'hotel, scortati anche con le macchine della polizia provinciale.

 

I MESSAGGI, DAL 15 GENNAIO AL GIORNO DELLA TRAGEDIA

Il 15 gennaio,  3 giorni prima della tragedia, in un gruppo WhatsApp di sindaci e Provincia di Pescara è sempre Lacchetta a scrivere «da domani, 16 gennaio, difficilmente le nostre zone saranno raggiungibili in sicurezza».

Il 16 gennaio alle 9:50 sempre lui sollecita la pulizia della strada provinciale Farindola- Rigopiano.

Il 17, alle 11:40, segnala che il comune di Farindola è completamente isolata con 1,20 metri di neve, assenza di energia elettrica e linee telefoniche isolate. «In più 2 morti di cui una signora anziana»  residente in una contrada a 1000 metri di quota è distante 20 km dal centro.

Quattro ore più tardi: «c'è oltre un metro di neve, siamo completamente isolati e con due morti. Le previsioni per domani sono catastrofiche. Dateci almeno certezze sui tempi».

 Il 17 gennaio alle 16:34 (24 ore prima della valanga)  Lacchetta festeggia: «Rigopiano liberata, grande presidente (di Marco, ndr).

E’ a questo punto, probabilmente, che gli ultimi turisti riescono a salire in hotel.

Da questo momento, ricostruiscono gli inquirenti, il sindaco di Farindola dimentica che c'è gente nell'albergo ma nel frattempo, solo tre ore dopo, raccomanda alla sua cittadinanza di uscire «solo se strettamente necessario».

 

MESSAGGI NON CHIARI

Sembra evidente che in una tragedia così grande quella che si sarebbe dimostrata tragicamente carente sarebbe stata una comunicazione chiara, precisa, puntuale. Qualcosa di fondamentale nella gestione di una emergenza di questa portata.

 E quello del sindaco, ricordano i forestali, è un ruolo fondamentale sul quale si regge il principio di sussidiarietà sul quale si fonda la gestione dell'intero sistema di protezione civile «ossia sul principio che solo chi è più a contatto con il territorio, cioè il sindaco, è in grado di raccogliere, rispondere e riportare le esigenze emergenze che si verificano».

Significativo anche il messaggio del 17 gennaio alle 19:30 che Lacchetta invia al presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, al sottosegretario alla protezione civile Mario Mazzocca e al presidente della Provincia di Pescara  in cui chiede mezzi spazzaneve per liberare «le Contrade comunali perché i tre mezzi dei sei a disposizione del comune di Farindola non riescono ad operare con quel tipo di neve».

D'Alfonso gli risponde «ci lavoro» ed in effetti nella mattinata del 18 gennaio alcune contrade sono state liberate.

Anche in quella occasione, hanno rilevato gli inquirenti, «nessun accenno è stato fatto alla presenza di persone presenti all'hotel Rigopiano che si trova ad una maggiore altitudine rispetto alle altre contrade di Farindola».

Alle 12:59 del 18 gennaio un nuovo sms multiplo a Di Marco, D'Alfonso D'Incecco e Mazzocca sulle difficoltà dovute all’isolamento, alla mancanza di energia elettrica e segnale telefonico: «Tutte le contrade sopra i 500 metri sono completamente isolate. Ci sono bambini piccoli e anziani. Abbiamo bisogno di mezzi adatti per questa neve e di uomini. Per favore fate presto».

«Un messaggio assai generico», sostengono gli investigatori, e anche in questo caso nessun accenno viene fatto all’isolamento dell'hotel:  «una richiesta generica per ‘contrade isolate’ non poteva avere una priorità rispetto alle centinaia di identiche segnalazioni effettuate da altri sindaci e normali cittadini di tutta la regione Abruzzo che sono arrivate presso la sala operativa regionale».

 

IL SINDACO CONOSCEVA I RISCHI

E poi ancora: «sicuramente la sala operativa avrebbe dato un diverso grado di priorità, valutando anche il rischio di perdita di vita umane, se il sindaco avesse segnalato l'isolamento dell'hotel con 40 persone bloccate in una zona montana a rischio valanghe».

 Un rischio valanghe, dicono i forestali, che il sindaco Lacchetta «sicuramente conosceva» perchè «era emerso nelle diverse riunioni della commissione valanghe comunale durante le quali il piazzale antistante il rifugio Tito Acerbo, poco distante dall'albergo, era stato individuato come zona particolarmente a rischio».

Dunque gli inquirenti sostengono che Lacchetta nella sua posizione e con le sue conoscenze  «avrebbe potuto richiedere agli organismi superiori (Ccse e Regione) l'intervento di mezzi aerei per poter provare ad effettuare un’ evacuazione del sito ma dagli atti acquisiti pare che nessuna comunicazione sia stata fatta».

 

L’ULTIMO MESSAGGIO DI DEL ROSSO: «DITECI LA VERITA’»  

E agli atti c'è anche l'ultimo sms disperato di Roberto del Rosso, proprietario dell'hotel deceduto nel crollo della sua struttura.

 Alle 13:59 del 18 gennaio, poche ore prima della valanga Del Rosso scrisse un lungo messaggio a Lacchetta, lo riportiamo integralmente, con i refusi originali: «vorrei capire la reale situazione... Chiara è reale… ne ho il diritto visto che i lavoratori mi fanno domande... i clienti sono tutti spaventati causa terremoto... La struttura non ha problemi ma è difficile convincere lo stato d'animo di tutti... i clienti con il nostro aiuto abbiamo disposto le macchine sulla strada parcheggio in fila indiana... ditemi la verità perché i clienti non possono essere presi in giro… qualcuno ha già avuto attacchi di panico.  Il fenomeno terremoto potrebbe causare che i clienti vogliono stare in macchina ma fino a quando??? Se non ho risposte chiare da parte delle istituzioni e chi ha la responsabilità di fornire risposte a tempo debito seguiranno le dovute denunce. Da questa mattina siamo isolati telefonicamente!!! Pertanto unica possibilità di contatto con la parabola WhatsApp che si alterna nel segnale o con scarsi risultati con i gestori di telefonia».

 Nemmeno questo lungo messaggio servirà per fare in modo che Lacchetta richieda l’intervento agli organi superiori, sostengono gli inquirenti.

Tre ore dopo l'assessore Cutracci del comune di Farindola invia una mail alla prefettura di Pescara e al Dipartimento della Protezione Civile Abruzzo in cui si segnalano disagi per la popolazione a causa della mancanza di energia elettrica, l'isolamento di «alcune contrade» e la richiesta di inviare l'esercito.  

Anche in questo caso nella lettera nessun accenno viene fatto all’isolamento dell'hotel Rigopiano.

 «Probabilmente», si legge ancora nell’informativa dei carabinieri forestali, «nel caso in cui l'informazione dell'isolamento dell'hotel fosse stata messa in correlazione con il rischio valanghe durante il Core,  dove c'era anche il prefetto Provolo, probabilmente l'emergenza dell'hotel Rigopiano avrebbe avuto una priorità maggiore con la possibilità di richiedere dato l'imminente pericolo anche di mezzi aerei per effettuare un evacuazione della struttura».  

Come si sa non è mai avvenuto.

 

L’EMAIL

Ma la richiesta di intervento dell'hotel Rigopiano è rimasta congelata anche  in una mail certificata delle 15:44, poco prima del disastro, firmata dall'Amministratore unico, Bruno Di Tommaso e indirizzata al prefetto, al Presidente della provincia di Pescara, al Comando della Polizia Provinciale di Pescara e al sindaco del Comune di Farindola.

In quella riunione non venne presa in considerazione perchè, dicono gli inquirenti, «non venne portata all'attenzione del presidente della Regione  da parte di quelle persone che ne erano a conoscenza che oltretutto sapevano del rischio valanghe in quella zona».

 Eppure quella email faceva capire bene il clima.  

«Con la presente comunichiamo che a causa degli ultimi eventi la situazione è diventata preoccupante. In contrada Rigopiano ci sono circa 2 metri di neve e nella nostra struttura al momento 12 camere occupate (oltre al personale). Il gasolio per alimentare il gruppo elettrogeno dovrebbe bastare fino a domani, data in cui ci auguriamo che il fornitore possa effettuare la consegna. I telefoni invece sono fuori servizio. I clienti sono terrorizzati dalle scosse sismiche e hanno deciso di restare all'aperto. Abbiamo cercato di fare il possibile per tranquillizzarli ma, non potendo ripartire a causa delle strade bloccate, sono disposti a trascorrere la notte in macchina. Con le pale e il nostro mezzo siamo riusciti a pulire il viale d'accesso, dal cancello fino alla Ss42. Per quanto sopra, consapevoli delle difficoltà generali, chiediamo di predisporre un intervento al riguardo. Certi della vostra comprensione, restiamo in attesa di un cenno di riscontro».

 

Secondo gli inquirenti anche la scelta di Bruno Di Tommaso (che si trovava a Montesilvano) di inviare una PEC, invece di fare una telefonata, complicò ulteriormente le cose a causa della mancanza dell'energia elettrica: «sicuramente una semplice telefonata avrebbe potuto essere più funzionale in quel momento di emergenza».

Anche perché poi furono in pochi a leggerla. In Provincia arrivò alle 13:04 del 18 gennaio e venne regolarmente protocollata,  quella inviata alla casella postale della presidenza della Regione Abruzzo venne visionata soltanto il 23 gennaio dalla segreteria della Presidenza perché il prefetto dell'Aquila in quei giorni aveva disposto la chiusura degli uffici pubblici.

Quella indirizzata alla Prefettura arrivò alle 13:40 ma venne girata via email alla protezione civile solo 4 ore dopo.

 L'email inviata, invece, alla PEC del comune di Farindola  viene visualizzata soltanto i giorni successivi a causa della mancanza di energia elettrica. Ma a Lacchetta non serviva leggerla. Lui sapeva già tutto.

 

Alessandra Lotti