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Inchiesta Rigopiano, «i ritardi della Regione bloccarono i clienti nell’hotel»

Dal 19 al 27 giugno interrogati anche Del Turco, Chiodi e D’Alfonso

Redazione PdN

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Rigopiano, quando la funzionaria della prefettura citofonò a casa di Parete

PESCARA. I carabinieri forestali stanno notificando gli avvisi di garanzia ai 14 nuovi indagati nell'inchiesta sulla tragedia dell'Hotel Rigopiano di Farindola, travolto il 18 gennaio 2017 da una valanga che ha provocato 29 morti.

 

Contestualmente gli indagati hanno ricevuto anche l'invito a comparire per essere interrogati dal procuratore capo di Pescara, Massimiliano Serpi e dal sostituto, Andrea Papalia.

Nei giorni scorsi, agli indagati era stata notificata la richiesta di identificazione con l'elezione di domicilio.

Gli interrogatori si terranno dal 19 al 27 giugno prossimo.

 

LE ACCUSE AI DIRIGENTI E DIRETTORI

 La Procura contesta il disastro e omicidio colposo (per aver commesso un fatto diretto a cagionare il crollo di una costruzione- pena da 1 a 5 anni di reclusione) aCarlo Visca (direttore della direzione Protezione Civile ed Ambiente dal marzo 2009 a maggio 2012),  Vincenzo Antenucci (dirigente del servizio previsione e prevenzione dei rischi dall'ottobre del 2001 al giugno del 2013 e coordinatore del Coreneva dal 2005 al 2012) e Giovanni Savini (direttore del dipartimento della Presidenza e rapporti con l'Europa da gennaio ad aprile 2015).

Lo stesso reato era stato contestato già a Vittorio Di Biase (Direttore del dipartimento Opere Pubbliche dal dicembre del 2014 ad aprile 2015), Sabatino Belmaggio (dirigente e responsabile Rischio Valanghe dall'ottobre del 2009 ad agosto del 2013 e da marzo del 2014 ad aprile 2016), Carlo Giovani (dirigente del servizio prevenzione rischi della Protezione Civile da giugno 2013 fino all'epoca dei fatti), Cristina Gerardis (direttore generale della Regione da dicembre 2014 fino all'epoca dei fatti), Emidio Primavera (direttore del dipartimento Opere Pubbliche da aprile 2015 all'epoca dei fatti).

Secondo l'ipotesi accusatoria gli indagati avrebbero omesso di attivarsi affinché venisse dato corso, quanto prima, alla redazione e alla realizzazione della carta di localizzazione dei pericoli di valanga per tutto il territorio della regione Abruzzo.

Visca e Antenucci non si sarebbero nemmeno mossi per le richieste dei necessari fondi da stanziare nel bilancio regionale.

Il 1 febbraio 2017, 13 giorni dopo la strage, il nuovo dirigente dell'Ufficio prevenzione rischi, Sabatino Belmaggio, individuò in 1,3 milioni la somma necessaria per completare la redazione della carta di localizzazione del periodo e valanghe su tutto il territorio regionale.

Soldi che non vennero mai richiesti prima.

La Procura fa notare come i fabbisogni complessivi per tutto il dipartimento siano stati pari a 1,3 milioni di euro per il 2015, 1,4 milioni per il 2016, 1,4 milioni per il 2017.



LA PARTE POLITICA

Ci sono poi i politici che si sono susseguiti nel corso degli anni con delega alla protezione civile, accusati anche loro di disastro e omicidio colposo per aver cagionato il crollo di una struttura. Sono stati chiamati in causa gli ultimi 3 presidenti di Regione e gli assessori che di volta in volta hanno avuto la delega alla protezione Civile.

Ci sono dunque l'ex presidente di Regione Ottaviano Del Turco e i suoi assessori Tommaso Ginoble, Enrico Paolini (presidente facente funzioni dopo l'arresto di Del Turco, per 5 mesi, da luglio 2008 a dicembre 2008), Mahmoud Srour; l'ex presidente di centrodestra Gianni Chiodi e i suoi assessori Daniela Stati e Gianfranco Giuliante; l'attuale governatore Luciano D'Alfonso e il sottosegretario Mario Mazzocca.

Loro, secondo la Procura, avrebbero omesso «di intervenire presso i funzionari responsabili del servizio di Protezione Civile richiedendo e sollecitando tempestivamente, tenuto conto dei necessari tempi tecnici per lo studio e la redazione, l'attuazione  e l'esecuzione degli obblighi sulla redazione e la realizzazione della carta valanga».

Non si sarebbero neanche preoccupati «di individuare le indispensabili e notevoli risorse finanziarie che presupponevano il loro reperimento in forme non ordinarie, implicanti una specifica volontà politica».

 

IL RITARDO NELLA CONVOCAZIONE

A D'Alfonso e ad altri tre indagati, ossia il sottosegretario regionale, Mario Mazzocca, il responsabile della sala operativa della Protezione civile, Silvio Liberatore, il dirigente del servizio di Programmazione di attivita' della protezione civile, Antonio Iovino, viene contestata anche la tardiva convocazione del Comitato operativo regionale per le emergenze.  

 L’attivazione è arrivata «solo dopo la sollecitazione del dirigente del servizio emergenza della Regione, Silvio Liberatore, alle 15.30 del 18 gennaio».

Insomma un avvio tardivo,  dice l'accusa «peraltro in assenza di piani di emergenza regionali, in località diversa da quella della sala operativa e così anche in assenza delle schede di evento predisposto da quest'ultima e senza sollecitarne l'immediata trasmissione».

Una serie di ritardi che non avrebbe consentito di far fronte ai problemi insorti, come la sostituzione della turbina Unimog.

Tutto questo avrebbe determinato le condizioni per il totale isolamento dell'albergo e il blocco dei clienti dell’hotel dentro la struttura, sebbene se ne volessero andare dopo le scosse di terremoto.

Tutti i comportamenti «colposi connotati da negligenza, imperizia, imprudenza, violazione di legge, regolamenti, ordini e discipline che avrebbe causato la morte di 29 persone e lesioni anche gravissime ad altre 9 persone».



GLI INTERROGATORI                                            

Il 20 giugno sfileranno in procura gli indagati che fanno capo all’ex giunta regionale di Ottaviano Del turco, dallo stesso ex presidente a Tommaso Ginoble, Enrico Paolini, Mimmo Srour.

Il giorno dopo  toccherà a Gianni Chiodi, Daniela Stati e Gianfranco Giuliante.  

 Nell’avviso di garanzia, oltre l’elenco completo delle 29 vittime, anche la lista dei nuovi documenti che la procura depositerà oggi e che metterà a disposizione degli indagati.  

Si tratta di una discovery anticipata dei documenti (di solito segreti fino a conclusione delle indagini).

In questo caso il procuratore Serpi ha utilizzato una formula inedita e ipergarantista che permette agli indagati di conoscere nel dettaglio accuse e prove a carico in modo da potersi difendere pienamente e compiutamente già dal primo interrogatorio che potrebbe pure essere l'ultimo.

Proprio per questo è possibile che molti degli indagati di oggi saranno stralciati e prosciolti già prima della richiesta di rinvio a giudizio se avranno fornito sufficienti prove e giustificativi.

Un modo per rinsaldare l’impianto accusatorio e fornire concreta possibilità di uscire in brevissimo tempo dal procedimento prima del processo fornendo versioni alternative o smentendo le accuse.

L’opzione di avvalersi della facoltà di non rispondere in questo caso non sembra essere la più vantaggiosa.