IL FATTO

Rigopiano, lite in strada tra parenti vittime. In due all’ospedale

Rimasti feriti Giancaterino e Matrone

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Rigopiano, lite in strada tra parenti vittime. In due all’ospedale

Massimiliano Giancaterino

 

 

 

 

 

FARINDOLA. Lunedì sera la festa per omaggiare il passaggio del giro d’Italia a Farindola si è trasformata: sia l’ex sindaco Massimiliano Giancaterino che Giampaolo Matrone sono finiti all’ospedale con ferite dichiarate guaribili in una settimana.

 

I due hanno qualcosa in comune: tutti e due sono parenti delle vittime di Rigopiano. Giancaterino nell’hotel colpito dalla valanga ha perso il fratello Alessandro mentre Matrone la moglie Valentina.  

 

Giancaterino non ha mai aderito al comitato dei familiari delle vittime mentre questi ultimi non hanno mai risparmiato accuse gli ex amministratori pubblici che non si sarebbero mai ‘accorti’ della pericolosa posizione del resort. E tra questi pure Giancaterino già sindaco di farindola.

Il primo a raccontare la vicenda avvenuta lunedì sera è stato Giancaterino che in una intervista a Il Centro ha riferito di essere stato aggredito in strada da Matrone e Gianluca Tanda, presidente del Comitato.

«Sono stato aggredito con pugni e spintoni», ha raccontato dopo essere uscito dall’ospedale di Penne dove è stato sottoposto ad accertamenti.

Nessun dettaglio ulteriore.  Adesso, dopo la pubblicazione dell’articolo, anche Matrone e Tanda raccontano quello che è accaduto.

 

«AGGREDITI E MINACCIATI DI MORTE»  

«Io e Gianluca (Tanda, ndr) siamo stati offesi, minacciati di morte, aggrediti e malmenati: un episodio gravissimo e inqualificabile. Massimiliano Giancaterino abbia il coraggio di raccontare come sono andati davvero i fatti e si assuma le sue responsabilità», dice Matrone che nell’inferno dell’hotel sepolto dalla valanga il 18 gennaio 2017 ha perso la moglie Valentina e subito pesanti menomazioni, in particolare alla mano destra.

I due raccontano che lunedì sera dopo il passaggio del Giro d’Italia si sono incontrati con Erica Lacchetta, moglie di Alessandro Giancaterino e per conoscere anche suo figlio.

Sono andati a prendere un caffè nel vicino bar “Orsetto” dove c’erano anche l’attuale sindaco Ilario Lacchetta, che avrebbe assistito a tutta la scena, e, appunto, Massimiliano Giancaterino, fratello di Alessandro.

Sia Lacchetta che Giancaterino sono tra i tanti indagati del procedimento penale per disastro colposo aperto dalla Procura di Pescara.

«Era visibilmente alterato – racconta Matrone – Mentre ero al bancone mi ha colpito da dietro proprio sul gomito del braccio destro con il chiaro intento di provocare. Mi ha intimato di uscire dal bar e mi ha pure spinto via con la forza, sia me che Gianluca Tanda, apostrofandomi con parole scurrili. Altri avventori hanno inveito contro di noi e l’attuale sindaco Lacchetta non ha aperto bocca».

 

Per evitare guai Matrone, Tanda raccontano di essersene andati  ma, mentre erano ancora in piazza, Tanda avrebbe ricevuto dei messaggi whatsapp da Giancaterino nei quali l’ex sindaco avrebbe rincarato la dose, scrivendo che non erano a casa loro e che non dovevano più comportarsi in quel modo.

 

I DUE TORNANO INDIETRO

Tanda e Matrone raccontano di aver deciso di tornare indietro per chiedere spiegazioni dei suoi «farneticanti messaggi» ma questi, sempre nei pressi del bar, per tutta risposta «ha reagito mettendo le mani in faccia»  al pasticciere di Monterotondo e allontanandolo bruscamente.

Altre persone del posto avrebbero pure gridato ai due di andare via.

Tanda racconta di essere intervenuto a difesa di Matrone, che è invalido e non può difendersi, «ma Giancaterino mi ha dato una violenta spinta, mi ha messo la mano sul torace e mi ha scaraventato per terra: avendo una sola mano utilizzabile, non sono riuscito a oppormi e ad evitare la caduta» continua Matrone.

«Abbiamo vissuto momenti di paura: Giancaterino, agente di polizia locale, ha in dotazione l’arma e il gruppetto che era con lui ci minacciava brandendo delle aste».

I due parlano di «un’autentica aggressione “squadrista”» .

 

Tanda e Matrone si sono allontanati ma, stando alla loro versione, la lite non si sarebbe fermata.

«L’ex sindaco ha tentato ancora di colpirci con dei pugni»  aggiunge il pasticciere di Monterotondo. «Per fortuna i fendenti vanno a vuoto, ma i suoi “compari”, nel frapporsi tra Giancaterino e i suoi due “avversari” » avrebbero fatto cadere a terra Matrone e Tanda.

«Nella caduta ho riportato un brutto colpo al petto e mentre ero steso a terra, Giancaterino mi ha pure assestato un calcio al volto» prosegue Matrone. E non è finita perché, quando Giancaterino viene portato via, «io e Tanda siano stati spinti e strattonati da numerose persone e che ci hanno fatto allontanare, lanciandoci dietro anche tre grossi vasi di fiori da un cortile che solo per miracolo siamo riusciti a schivare».

 

LA DENUNCIA AI CARABINIERI

Matrone si è quindi recato al pronto soccorso dell’ospedale di Penne dove gli hanno riscontrato botte contusioni e abrasioni al volto, al ginocchio e al torace, per una prognosi di sei giorni. E l’indomani ha sporto querela presso la stazione dei carabinieri della stessa Penne.

«Sono rimasto sconvolto da quanto è successo – conclude, amaro - Volevo tenerlo per me ma ho deciso di denunciare tutto perché Giancaterino ha raccontato una versione dei fatti totalmente falsa: sappia che abbiamo testimoni. E anche il sindaco Lacchetta deve riferire la verità. Dall’ex sindaco non voglio le scuse ma che abbia il coraggio di assumersi la responsabilità di quello che fa fatto nei confronti dei familiari delle vittime di Rigopiano e del sottoscritto, che è invalido al cento per cento. E intendo anche ribadire con forza che noi non ce l’abbiamo in alcun modo con i cittadini Farindola. Ce l’abbiamo solo con gli indagati di Farindola: sono loro che tengono in ostaggio la comunità».
 

GIANCATERINO, CI RIPENSA E FORNISCE LA SUA VERSIONE

Dopo che la versione dettagliata dei suoi antagonisti è stata pubblicata,  Giancaterino ci ripensa e fornisce la sua con tutti i dettagli.

Eccola   

«La sera del 14 maggio mi trovavo in piazza Mazzocca, seduto ad un tavolo a cenare con alcune coppie di amici durante una delle serate organizzate a contorno del passaggio del Giro d'Italia nella mia piccola cittadina. Erano presenti, insieme a me, almeno altre duecento persone almeno.

Alzatomi per entrare al bar per prendere un caffè, durante il tragitto per tornare a tavola incontravo il Sindaco Ilario Lacchetta che salutavo cordialmente. Nel sedermi al mio tavolo, distante pochi metri, gli amici seduti con me mi facevano notare che insieme al Sindaco – o comunque nelle sue vicinanze, vi erano anche Tanda e Matrone.

Avendo, quantomeno col Tanda, un rapporto civile (non conoscevo di persona il Matrone), decidevo di andare a salutarlo. Tornavo sui miei passi e rientravo al bar, ove trovavo i due, oltre a numerosi altri avventori. Porgevo, quindi, la mano al Tanda il quale me la stringeva. Vedendo il Matrone guardare altrove, lo toccavo amichevolmente su una spalla per richiamare la sua attenzione, per salutare anche lui.

Il Matrone si girava. Mi presentavo, dicendo che ero il fratello di Alessandro, morto sotto la Valanga. A queste parole lo stesso Matrone replicava con pesanti insulti (da ricondurre alla mia veste di indagato nella Tragedia) dicendo che comunque ci saremmo visti in Tribunale e, insieme al Tanda, usciva dal locale.

Sopreso da tale atteggiamento aggressivo e ingiustificabile, il sottoscritto, molto risentito, scriveva su Whatsup al Tanda le seguenti testuali parole: “Complimenti a te e al tuo amico, siete proprio bravi. Ci vediamo in tribunale. Siete grandi. Io vengo a salutarvi a casa mia e vengo trattato così. Va bene. Finisce ogni forma di dialogo da parte mia. Bravissimi”.

Non appena terminato di digitare, notavo che dal fondo della piazza facevano ritorno il Tanda e il Matrone, con atteggiamento minaccioso. Ero fermo poco distante dalla porta del bar, verso il centro della piazza. Il Tanda e il Matrone si avvicinavano minacciosamente: dapprima vomitavano su di me insulti di ogni genere, poi il primo mi assestava una manata violentissima in faccia, diversi spintoni e un colpo al collo; il secondo mi colpiva con dei calci ripetuti. Evitavo di reagire alla violenza subita, tenendo le mani a posto. Venivo sottratto alla furia dei due soltanto dall'intervento di tanti compaesani che mi trascinavano via letteralmente.

Immediatamente dopo, volendo chiarire l'accaduto, seguivo i due lungo la scalinata che conduce alla Farmacia: alla mia richiesta di chiarimenti, per risposta ottenevo un'altra serie di colpi a viso e gambe. Anche in questa seconda occasione non alzavo un dito per colpire i due e venivo sottratto ai due dall'intervento di alcuni amici. A tutte le descritte fasi assistevano (allibiti) almeno duecento persone, presenti in quel momento in piazza per la festa.

La mia etica professionale e l'onorabilità del Corpo di Polizia Municipale di cui faccio parte mi impongono un'altra considerazione: NON HO MAI MINACCIATO DI MORTE NESSUNO IN VITA MAI, tanto meno Tanda e Matrone; il solo paventare, da parte loro, l'uso della mia arma di ordinanza è malizioso assai e tende subdolamente ad insidiare il mio posto di lavoro. La mia arma, quando non sono in servizio, è custodita in luogo sicuro, smontata. Mai la porto con me al di fuori del servizio (non potrei) e men che meno mi sognerei di farne o minacciarne l'uso per motivi non attinenti alle mie qualità di Ufficiale di Polizia Giudiziaria e di Agente di Pubblica Sicurezza.

Vi prego vivamente di voler pubblicare queste mie righe al fine di ristabilire la verità dei fatti a fronte di ricostruzioni fantasiose e destituite di qualsisi fondamento.

In ogni caso ho sporto regolare denuncia querela per i fatti di cui sopra. La Verità, quella con la V maiuscola, la stabiliranno i Magistrati».