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Presunta truffa dei bagni chimici per i terremotati: ennesima prescrizione

Non-giustizia diluita tra lungaggini, frazionamenti  ed errori. Ennesimo fallimento post sisma

Redazione PdN

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Presunta truffa dei bagni chimici per i terremotati: ennesima prescrizione

L’AQUILA. E infine prescrizione fu. E' questo il non-esito del processo sulla presunta frode nelle pubbliche forniture di bagni chimici nel primo periodo post-sisma all'Aquila e nei comuni del cratere abruzzese. Un processo che ha visto l'increscioso susseguirsi, negli anni, di rinvii ed errori procedurali, fino alla sentenza pronunciata il 6 marzo scorso dal giudice del Tribunale dell'Aquila, Adolfo Di Zenzo, che ha stabilito il non luogo a procedere, essendo estinto il reato per avvenuta prescrizione.

Tempo scaduto ma soprattutto tempo perso e zero risultati.


Dopo alcune posizioni stralciate in sede di udienza preliminare, il processo – che è arrivato in giudizio solo nel febbraio 2016 – contava un'unica imputata: Marta Dainelli, rappresentante legale dell'associazione temporanea di imprese (ati) che si è occupata della fornitura e della manutenzione di migliaia di bagni chimici nella tragica estate 2009, quella delle tendopoli all'Aquila e in decine di borghi dell'Abruzzo interno.

Secondo l'accusa l'ati (composta dalla capogruppo Sebach Srl, Jolly Spurghi, Bastone Salvatore, Tra.ma.e.l., Italia Servizi 2000, Astra e Ecologica Italiana) avrebbe documentato un numero di operazioni di pulizia e manutenzione dei bagni chimici di gran lunga maggiore rispetto alle operazioni effettivamente compiute.

Le ditte affiliate, infatti, avrebbero pulito e svuotato quasi 4 mila bagni chimici, 4 volte al giorno, per un giro d'affari di circa 34 milioni di euro. Parliamo di un quarto dei soldi pubblici utilizzati per garantire l'assistenza ai terremotati nei campi tenda aquilani.

Una cifra mostruosa, considerando che, a guardare le forniture liquidate, la pulizia dei bagni chimici costava alla collettività circa 320 mila euro al giorno.


SOLDI NEL CESSO

Secondo il presidio aquilano di Libera contro le mafie – che nell'inverno 2009 aveva prodotto un dossier, “Soldi nel cesso”, facendo partire le indagini – ogni terremotato avrebbe potuto produrre 100 litri di deiezioni al giorno.


A conclusione delle indagini, nel 2012, l'inchiesta venne divisa in due tronconi: a Roma si procedette per il reato di falso – in un'indagine che inizialmente coinvolse anche l'ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, poi prosciolto – e all'Aquila per il reato di truffa in pubbliche forniture. Secondo Libera questa divisione del procedimento ebbe l'effetto di far “spiaggiare” l'inchiesta, in attesa della prescrizione, che in questo caso arriva dopo sette anni e mezzo.


L’ERRORE DEL PM

L'inchiesta attirò l'attenzione dell'opinione pubblica, tanto che fu ammesso come parte civile il 3e32, comitato attivo ancora oggi in città. Dopo le prime quattro udienze, tutte rinviate per difetto di notifica delle cancelleria o per l'assenza del pubblico ministero, alla quinta arrivò il colpo di scena che mise la pietra tombale sul processo: nel luglio 2014 saltò infatti la prima udienza dibattimentale, a causa di un errore del pubblico ministero Antonietta Picardi (ora magistrato di Cassazione), che dopo l'udienza preliminare aveva integrato nel capo d'imputazione le ditte subappaltatrici affiliate alla Sebach, assenti nel capo d'accusa originario.

Il giudice accolse la richiesta delle difese e ordinò il ritorno all'udienza preliminare. Nel febbraio 2016 venne disposto il rinvio a giudizio per Marta Dainelli, ma era ormai tardi per celebrare il processo.

«Dopo un fiume di soldi, a finire nel cesso sarà il processo», fu il commento amaro di Angelo Venti, allora coordinatore di Libera Abruzzo. E così, si arriva all'epilogo del 6 marzo: «Il procedimento è stato assegnato a differenti giudici – scrive Di Zenzo nella sentenza – senza mai pervenire a una definizione malgrado le numerose udienze».



NON GIUSTIZIA DILUITA

E' doveroso insomma constatare come forse non ci sia stata la determinazione necessaria, da parte degli inquirenti, di voler arrivare fino in fondo al caso.

Allo stesso modo, occorre evidenziare come non sia l'unico processo – tra quelli rilevanti del post-sisma aquilano – a terminare con un nulla di fatto o in corso ma vicini alla prescrizione.

Basti ricordare il procedimento sulle centinaia di isolatori sismici con presunti difetti nel Progetto Case dell'Aquila, quartieri popolari dove ancora oggi continuano a vivere migliaia di persone, o le inchieste Redde Rationem e Do ut des, che vedono coinvolti politici e funzionari pubblici per presunti casi di corruzione.


Errori, mancanze e lungaggini che, tuttavia, contribuiscono decisamente alla narrazione del travagliato post-sisma aquilano.

Fanno la storia, riscrivendola.


Mattia Fonzi