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Ciapi, in 10 a guardare i corridoi vuoti. Come sta morendo l’ente di formazione

«Vengano liquidati almeno i Tfr»

Redazione PdN

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Ciapi: 700mila euro per salvare l'ente

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ABRUZZO. Ormai sono rimasti pochissimi dipendenti, forse 10, a guardare i corridoi.

Le attività da svolgere sono pari a zero, non c è più l’accreditamento regionale e neanche la regolarità del Durc.

Nessuna prospettiva di ripresa.

Il Ciapi,  il Centro interaziendale addestramento professionale industria, ente partecipato interamente dalla Regione Abruzzo, gravato da milioni di euro di debiti, è praticamente morto.

L’ente in 47 anni di attività ha formato circa 40 mila lavoratori ma rischia di passare alla storia per l’agonia dei suoi dipendenti, tra l’altro in un momento in cui è tutto un fiorire di corsi di formazione e società specializzate che si contendono un nuovo mercato reso possibile grazie agli obblighi di legge.

La storia del declino del Ciapi è lunga ed è costellata di continue inadempienze – antiche e recenti - della Regione che ha progressivamente asfissiato il bilancio dell’ente, ridotto quasi a zero anche se il debito consolidato supera i 5 milioni di euro.

E questo è avvenuto nonostante l’obbligo della Regione di fornire i mezzi necessari per la sua attività, ripianandone anche le perdite e nonostante gli accordi sottoscritti e non attuati.

Le difficoltà si sono incancrenite con gli anni: non potendo pagare gli stipendi il Ciapi non poteva presentare il Durc, il documento di regolarità contributiva, e così non poteva nemmeno partecipare a bandi pubblici, europei in particolare, che avrebbero garantito delle entrate sostanziose e magari di pagare un po’ di stipendi e ridurre la montagna del debito.

Nel 2016 il presidente Luciano D’Alfonso aveva svelato il suo piano per rilanciare l’ente considerato «una struttura strategica» per la quale si vuole chiedere anche il riconoscimento all'Unione Europea, trasformandola in società "in house" in grado di avere i mezzi per autofinanziarsi attraverso attività tecniche che altrimenti verrebbero esternalizzate. Ma è ancora tutto fermo e quelle vennero bollate come «boutade elettorali».

I dipendenti che restano in piedi si sentono «beffati, umiliati e usati».

L’estate scorsa, proprio le parole di Luciano D’Alfonso hanno dato la mazzata finale:  «il Ciapi, concepito nell’altro secolo, fatto da persone straordinarie che devono reinterpretarsi, perché oggi la formazione va fatta dentro le aziende è non più in un luogo sconnesso».

E negli stessi giorni gli ha fatto eco anche Camillo D’Alessandro: «Su Ciapi dobbiamo chiederci che ci dobbiamo fare, dobbiamo decidere e capire se serve. C’è bisogno di capire come possano essere reimpiegati i dipendenti». Insomma le idee non erano ancora chiare dopo due anni di amministrazione.

Adesso solo tanto silenzio. Quello che i lavoratori si augurano è almeno la nomina di un commissario liquidatore per consentire almeno la liquidazione del Tfr.