IL PROCESSO

Finto atollo dei vip, 150 parti civili. Anche due pescaresi a processo

Il gruppo truffava clienti promettendo ville faraoniche in paradisi caraibici: tutto finto

Redazione PdN

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Resort fantasma ad 8 stelle, 7 in manette. Sequestri anche in Abruzzo

VARESE. Sono quasi 150 le parti civili che ieri sono state rappresentate nel processo con rito abbreviato nei confronti di Domenico Giannini e altri 7 collaboratori finiti nell’indagine della Guardia di Finanza di Varese e della Procura di Busto Arsizio denominata Puerto Azul.

Sono coinvolti anche due pescaresi: Olimpio Aloisi e Roberto Giammarco, entrambi promotori finanziari.

A luglio scorso il gup Piera Bossi ha rigettato i patteggiamenti che procura e avvocati avevano già concordato dunque gli imputati hanno poi scelto il rito abbreviato.

Si legge nelle imputazioni a carico dei due pescaresi: «Giammarco e Aloisi, nelle qualità di promotori finanziari presso la banca Fideuram, incaricati con apposito contratto di mandato da Giannini a procacciare clientela per il progetto Puerto Azul, hanno indotto attraverso l’uso di contrattualistica fraudolenta e ingannevole a investire nel resort».

La Procura precisa però «in violazione del mandato presso la Fideuram», ma per gli avvocati di parte civile «la banca c’entra in pieno».

L’inchiesta ha portato, circa un anno e un mese fa, alla scoperta di una truffa da circa 20 milioni di euro perpetrata ai danni di 200 clienti che avevano investito in un resort che sarebbe dovuto sorgere nell’atollo “Blue Hole” ubicato al largo delle coste del Belize: un paradiso in terra che, essendo tale, non era nemmeno edificabile in quanto ubicato in un’area protetta.

Vennero sequestrati (anche in Abruzzo) 18 milioni di euro tra immobili, terreni, quote societarie, autovetture e conti correnti.

Dal 2008 il corposo gruppo di collaboratori sorto attorno a Giannini aveva lavorato proprio per raccoglie gli oltre 18 milioni di euro, attraverso i risparmiatori, per destinarli alla realizzazione del resort.

Come riporta VareseNews a rappresentare una parte cospicua delle vittime del raggiro è l’avvocato Gianluca Fontana che sottolinea come «gran parte dei truffati proviene dalle Marche, dall’Abruzzo e dalla Liguria in quanto i promotori del progetto edilizio operavano dagli uffici di Fideuram di Pescara».

Proprio Fideuram e Credem appaiono in questo processo sia come parti civili che come responsabili civili in quanto secondo i difensori delle vittime ci sarebbe stata la consapevolezza da parte dei vertici della società di consulenza finanziaria.

Sarebbe stata usata, sempre secondo l’ipotesi accusatoria, contrattualistica fraudolenta, ingannevole e rappresentante una situazione esteriore difforme dalla realtà, in relazione al progetto del resort. Inoltre, dice ancora l’accusa, sarebbe avvenuta una «sistematica e continuativa» distrazione di portafogli dei clienti presso la banca, dirottando le provviste verso i conti esteri di Giannini. In questo modo sarebbero stati raggirati i clienti, la banca mandante e l’autorità di vigilanza.

 

I VIP COME SPECCHIETTI PER LE ALLODOLE

A capo dell’organizzazione, secondo le Fiamme Gialle, c’erano due italiani, entrambi destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare, Domenico Giannini originario di Gallarate (Varese) ma residente a Lugano da tempo, e Fabio La Rosa, broker finanziario e impresario residente a Santo Domingo con cittadinanza americana e italiana.

Usando un noto manager di star hollywoodiane, gli arrestati hanno cercato di «vendere» il progetto con «roboanti eventi propagandistici», strumentalizzando l’immagine di John Travolta e Andrea Bocelli che venivano spacciati per soci e ambasciatori dell’operazione. Progetto a cui erano totalmente estranei e Bocelli ha anche fornito un rilevante contributo alle indagini.

 

 

I CLIENTI RAGGIRATI

Tra i clienti raggirati ci sono anche imprenditori pescaresi che alla Procura di Pescara hanno raccontato il modus operandi del gruppo. Fondamentale sarebbe stato proprio il ruolo del promotore finanziario pescarese Roberto Gianmarco con il quale era nato  negli anni un rapporto fiduciario professionale. Con una parte dei fidi concessi dalla banca a questo cliente, Giammarco gli ha fatto sottoscrivere un investimento finanziario con la società DGH sagl con sede a Lugano, in Svizzera, facendo credere che l’investimento fosse un prodotto finanziario collocato da Banca Fideuram. L’investimento, per un importo di 140mila euro, è stato sottoscritto «nei locali della banca». Ma alla scadenza dell’investimento (della durata di un anno), il cliente non si è visto liquidare nulla ma ha saputo da Fideuram che «la Banca non ha nulla a che vedere» con questo investimento, anzi Fideuram ha preso «totalmente le distanze».