LA FALLA

Gran Sasso, l’acqua dei Laboratori è a rischio ma ci vogliono 8 mesi per chiudere i rubinetti

La lettera della Asl che certifica l’ennesima inerzia

Redazione PdN

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L’acqua del Gran Sasso non è potabile, 32 comuni a secco

 

TERAMO. Dal 12 dicembre 2017 l’acqua captata dentro i laboratori del Gran Sasso è buttata via per ragioni di sicurezza.

Eppure diverse note nel 2017 avevano indicato come precauzionale (ed unica soluzione praticabile al momento) lo scarico di quell’acqua a fortissimo rischio contaminazione.

Perchè per attuare una misura urgente e precauzionale si sono attesi 8 mesi?

Mesi in cui Aquilani e Teramani hanno continuato a bere un’acqua giudicata a rischio ormai da decenni e ancor più dopo gli incidenti di contaminazione di agosto 2016 e maggio 2017.

 Tra le altre cose, tra le ipotesi avanzate dallo studio Guercio (ancora segreto) sarebbe proprio quella di sacrificare l’acqua captata nei laboratori 80-100 litri al secondo.

Una soluzione, certo, che sembra oggi quasi una soluzione unica e obbligata ma che in realtà è il frutto di scelte e inerzie più che decennali.

Oggi la Mobilitazione per l'Acqua del Gran Sasso si chiede quali costi abbia questa scelta e se non sia tutto conseguenza della pervicace volontà della Regione di non allontanare le 2.300 tonnellate di sostanze pericolose stoccate irregolarmente nei Laboratori.

Perchè una alternativa mai presa in considerazione è quella di riportare i Laboratori all’interno della legge Seveso, cioè il rispetto dei parametri stabiliti circa lo stoccaggio di sostanze pericolose: via le sostanze e le irregolarità spariscono così come buona parte dei rischi per le captazioni.

Una ipotesi per ora accantonata o calendarizzata per un futuro ipotetico e chissà quanto realizzabile.

«Allora perchè non mettere a scarico anche tutto il resto dell’acqua del Gran Sasso così da eliminare totalmente il rischio?», si domanda provocatoria la Mobilitazione.

 La conferma arriva dall’ennesimo documento fatto emergere dalle associazioni ambientaliste che rompono spesso silenzi e balbettii istituzionali e si concentrano oggi su una lettera del dicembre scorso della Asl di Teramo che consiglia lo scarico come misura precauzionale e urgente.

 

 

«Alla fine», si legge in una nota della Mobilitazione, «prendiamo atto che l'auspicio espresso dal Direttore del Laboratori del Gran Sasso, Stefano Ragazzi, al programma “Le Iene” ( «sarei più tranquillo senza la captazione») si è materializzato. Tra l'altro la nota della ASL fa emergere un altro problema che va chiarito immediatamente. Infatti l'ente parla di acque a scarico dal 12 dicembre 2017 ma poi ricorda che aveva chiesto di non utilizzare quell'acqua fin da aprile 2017 con ben due note (del 12 aprile e del 24 aprile) guarda caso successive all'esposto della Stazione Ornitologica Abruzzese sul caso della perdita del diclorometano dell'agosto 2016 presso i Laboratori.  Il dato letterale farebbe ritenere che prima del 12 dicembre queste acque venissero comunque utilizzate. Se fosse vero sarebbe un fatto di gravità inaudita in considerazione delle procedure del D.lgs.31/2001 sulle competenze in materia di distribuzione di acqua. Invitiamo la Ruzzo a chiarire immediatamente sui periodi di utilizzo di quella captazione dal 12 aprile 2017 ad oggi».

 

 

Attualmente nei Laboratori sono stoccate 2.300 tonnellate di sostanze pericolose e irregolari per due esperimenti, LVD (1.000 tonnellate di acqua ragia) e Borexino (1.292 tonnellate di Trimetilbenzene).

 

Non è rispettato il divieto esplicito e non derogabile dei 200 metri tra punto di captazione e sito di stoccaggio fissato dall'Art.94 del Testo Unico dell'Ambiente.

Inoltre lo studio dell'Ersi spiega che se la Regione colmasse l'inadempienza ultra-decennale sulla perimetrazione delle zone di rispetto sito-specifiche tali materiali sarebbero in contrasto non solo con la captazione entro i 200 metri ma anche con tutte le altre captazioni, sia per Teramo (700 l/s) che per L'Aquila (400 l/s) perché inserite in un acquifero di vastissime proporzioni.

 

«Abbiamo letto che alcuni parlano di dismissione di questi esperimenti solo nel 2020. Che facciamo fino ad allora, mettiamo a scarico tutto?», si domanda la Mobilitazione, «Cosa daremo da bere ad aquilani e teramani? Oppure si pensa di non approvare, strumentalmente, le aree di salvaguardia attese da 11 anni, così da far permanere il generico limite dei 200 metri, pur sapendo che non è sufficiente per la tutela dell'acquifero?  La legge impone l'allontanamento immediato di queste sostanze senza se e senza ma, soprattutto tenendo conto che le norme esistevano dal 1988 e che quindi sono state stoccate nel Gran Sasso in maniera irregolare.  Il tutto senza piani di sicurezza a norma per quanto riguarda la direttiva Seveso in materia di incidenti rilevanti, ad aggravare l'elenco di omissioni ed inadempienze che si riflettono sulla disponibilità dell'elemento più prezioso per la vita, l'acqua. Allontanare immediatamente le 2.300 tonnellate di sostanze pericolose è il primo e più importante passo per la messa in sicurezza dell'acquifero che disseta 700.000 persone».