DOPO 7 ANNI

In Thailandia condannato a morte imprenditore abruzzese: «sono innocente»

Si aspetta l’Appello. La sorella: «non c’è stato giusto processo»

Redazione PdN

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In Thailandia condannato a morte imprenditore abruzzese: «sono innocente»

Danis cavatassi

THAILANDIA. È stato arrestato nel 2011 con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio del suo socio in affari Luciano Butti a Phuket. E per questo è stato condannato a morte dalla suprema corte thailandese: lui si è sempre proclamato innocente. Adesso si aspetta il terzo grado di giudizio.

Il processo si è concluso con una prima gravissima sentenza di condanna alla pena di morte il 17 dicembre 2015, sentenza che è stata confermata in secondo grado il 18 gennaio 2017.

La vicenda giudiziaria di Denis Cavatassi, 50 anni di Tortoreto è tornata alla ribalta nelle ultime ore dopo la condanna e dopo che il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani, ha mosso una grave denuncia.

Secondo lui, infatti, Denis Cavatassi «non ha in alcun modo avuto un processo equo che rispettasse quei diritti e quelle garanzie che tutti gli ordinamenti giuridici e tutti gli Stati di diritto prevedendo. E rischia la pena capitale. Ma la verità non è stata cercata e nessuna indagine minimamente adeguata è stata finora realizzata».

 Per questo Manconi ha chiesto al Ministero degli Esteri e al governo italiano di vigilare sulla vita e l'incolumità di Denis Cavatassi «i cui diritti processuali sono stati costantemente violati».

L’imprenditore abruzzese era stato arrestato subito dopo l’omicidio per essere poi liberato su cauzione. Lui si è sempre proclamato innocente e i suoi amici e familiari lo hanno sempre sostenuto. Ed infatti ad un certo punto sarebbe pure potuto tornare in Italia ma ha preferito restare lì, dove c’era tutta la sua vita, convinto di uscire pulito da ogni accusa.

Oggi al suo fianco i fratelli e l'avvocato Alessandra Ballerini (la stessa delle famiglie di Giulio Regeni e Andy Rocchelli, tra le maggiori esperte in Italia di diritti umani).

 STATO DI FERMO SENZA AVVOCATO

Come ha spiegato l’avvocato Alessandra Ballerini, l’imprenditore  è stato posto «in stato di fermo senza avere diritto a un avvocato, senza un traduttore, senza nessun rappresentante dell'ambasciata».

Violati i più elementari principi giuridici, spiega Ballerini. Il caso, denuncia l'avvocato, «non è stato approfondito, non ci sono testimoni oculari, né riscontri di tabulati telefonici».

Cavatassi, prosegue, è stato accusato di essere il mandante dell'assassinio «senza nessun movente».

La verità, afferma Manconi denunciando le «condizioni disumane» in cui è detenuto l'imprenditore abruzzese, «non è stata cercata e nessuna indagine minimamente adeguata è stata finora realizzata». Rilasciato su cauzione dopo il primo fermo, Cavatassi, fanno notare i familiari, poteva scappare.

«Ma non l'ha fatto» perché «ha aspettato il processo convinto di un'assoluzione», sottolinea il fratello Adriano, l'unico ad averlo visto dopo il fermo nel carcere di Phuket.

«PERSONE AL LIMITE DELLA SOPRAVVIVENZA»

Varcando le porte del penitenziario in cui è stato rinchiuso la prima volta a Pukhet - rammenta - «ho visto persone al limite della sopravvivenza, colpite da scabbia», come il fratello.

Per la decisione della Corte suprema, prosegue la sorella Romina, visibilmente commossa, «potrebbero volerci dai 3 mesi ai due anni».

Un dramma, viste le condizioni in cui è detenuto Denis. Il suo caso non è però isolato, riferiscono Associazione prigionieri del silenzio (onlus che si occupa di italiani detenuti all'estero) e Amnesty International Italia.

Sono 3200 i nostri connazionali detenuti attualmente nelle carceri straniere.


«SPERIAMO NELL’ASSOLUZIONE»

«Le nostre speranze – ha spiegato la sorella in una intervista a Repubblica - sono che venga assolto e dichiarato innocente, quale è. Speriamo e confidiamo nella serietà e professionalità della corte suprema, composta da tre giudici di esperienza. Speriamo che i giudici della corte suprema eseguano un esame attento della documentazione, dell'iter processuale e delle varie violazioni che ci sono state. Speriamo che gli si garantisca un processo equo che finora non c'è stato. Ci stiamo rivolgendo all'attenzione sociale e istituzionale perché vorremmo che il suo e il nostro inferno finisse, ma vorremmo anche che a tutti, colpevoli o innocenti che siano, venisse garantito un processo equo e un trattamento più umano. Quello che lui racconta è sconcertante e a tratti disumano»


ORA E’ IN OSPEDALE

Sempre la sorella ha riferito che al momento l’imprenditore abruzzese si trova nell'ospedale di Bangkok per essere operato a un'ernia inguinale. Per il resto «fisicamente sta abbastanza bene. Moralmente e psicologicamente è molto provato e alterna momenti di speranza a momenti di disperazione. Si è rifugiato nella lettura e nella scrittura. A tal proposito si è sforzato di imparare a leggere il Thai per avere accesso a un minimo di scelta di lettura in più. Non possiamo neanche, infatti, mandargli dei libri da lasciare in donazione al penitenziario. Il massimo che ci hanno consentito è stato l'invio di 4 libri».



«SONO IN UN CARCERE MEDIOEVALE»

Sempre la sorella ha reso pubbliche alcune lettere dell’uomo in cui si sfoga per la situazione:  «per non impazzire, mi sono rifugiato nei libri, nella speranza di ricerca di un barlume di calore sociale. L'istinto di autoconservazione ha acuito, però, con il passare del tempo, le mie capacità intellettive, predisponendomi alla sopravvivenza pura. Il pensiero e la voglia di riabbracciare la mia piccola Asia e la mia famiglia in Thailandia e in Italia, i miei amici che non mi hanno mai abbandonato mi danno la forza di andare avanti e la speranza che la giustizia faccia luce sulla mia innocenza. L'amore mi salva e mi da la forza di andare avanti e non perdere la testa e la speranza. Tutto mi potevo aspettare vita ma questo va al di là della mia immaginazione. Questo drammatico avvenimento mi ha sconvolto la vita. Se fossi fatalista direi che è destino, se fossi religioso direi che è opera di Dio per mettermi alla prova. Ho visto detenuti con evidenti problemi, malattie della pelle su tutti, abbandonati a loro stessi per mancanza di personale medico e medicine all'interno della struttura carceraria. Ho ancora davanti agli occhi e nelle narici le condizioni igieniche assolutamente indegne di questo luogo. Una vergogna almeno ai nostri occhi occidentali. Siamo in 200 in una cella che può contenerne meno della metà, se di notte mi giro su un lato non trovo più lo spazio per rimettermi supino».



L’ACCUSA

Per l’accusa Cavatassi ha assoldato un sicario dietro il pagamento di 150 mila baht (3.500 euro) per uccidere Luciano Butti. Gestiva insieme a lui un ristorante sull’isola di Phi Phi, dove la vittima viveva dal 1991. Secondo il manager thailandese del locale, Cavatassi vantava un cospicuo credito verso Butti; avrebbe quindi organizzato una trappola per attirarlo in un posto appartato a Phuket, dove il socio si trovava per presenziare alla causa di divorzio dalla moglie tedesca. Per l’omicidio erano stati arrestati sono un socio thailandese di diversi business di Butti, insieme a due presunti complici, mentre il sicario e il fratello sono tuttora ricercati.

LA SPERANZA

In Thailandia, ricorda il presidente di Amnesty, Antonio Marchesi, «non si eseguono condanne a morte dal 2009 e in merito alla moratoria Onu sulle esecuzioni capitali, il Paese si è astenuto». Il che lascia qualche speranza, «ma la pena capitale è ancora obbligatoria per una serie di reati».

Gli ultimi dati disponibili, rimarca, parlano «per il 2016 di 427 detenuti nel braccio della morte. Di questi, 24 sono stranieri». Qualora Cavatassi venisse condannato definitivamente, avverte Manconi, quello che è possibile fare, oltre a chiedere alla Farnesina e all'esecutivo di fare «forti pressioni politiche» sulle autorità thailandesi, «è esigere che venga applicato il trattato di cooperazione dell'84 firmato dai due governi e la convenzione internazionale alla quale ha aderito l'Italia, che prevedono che il detenuto italiano condannato in un Paese che abbia sottoscritto quel trattato possa, una volta esaurito l'iter giudiziario del Paese dove è stato condannato, scontare la pena in Italia».

 Per ora, chiede l'avvocato della famiglia, «abbiamo bisogno di una scorta mediatica. In questo momento Denis sta subendo torture e rischia la pena capitale». Infine, conclude, «verificheremo se un procedimento sia stato aperto in Italia visto che è stato offeso un italiano all'estero».