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Cielo, terra e sottosuolo: Toto su più fronti con la paura di contenziosi milionari

Nuovo pressing per il cementificio con cava a Bussi. Si guarda con apprensione alle ripercussioni sui bilanci

Redazione PdN

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Cielo, terra e sottosuolo: Toto su più fronti con la paura di contenziosi milionari

CHIETI. Una mazzata da 40 milioni di euro per la Toto Holding condannata qualche settimana fa con un lodo arbitrale a versare ad Alitalia questa cifra.

Si tratta del primo di tanti responsi milionari: altri ne arriveranno probabilmente nei prossimi mesi e non appare peregrino pensare che i timori ci sono, anche per le casse della Holding che potrebbero però scricchiolare sotto il peso di richieste esorbitanti, progetti che sfumano, frizioni varie, frenate più o meno occulte.

Nel frattempo la multinazionale con sede a Chieti è lanciatissima su più fronti per battere cassa ma lo scenario è sempre lo stesso: a fronte di progetti mastodontici c’è il secco no di chi deve decidere.

Come nel caso dei lavori lungo l’A24 e l’A25: un progetto da 6 miliardi per raddrizzare l’autostrada in cambio di un allungamento delle concessione ma il Ministero ha detto no già cinque-sei volte.

Poi c’è Bussi e l’esclusione dell’offerta per un pacchetto di bonifica più reindustrializzazione.

Poi, è notizia proprio di queste ore, la Holding torna ad insistere sul progetto della cava, scatenando le contestazioni degli ambientalisti.



LA CONDANNA DA 40 MILIONI

E mentre Carlo Toto pare sempre più vicino all’aeroporto di Pescara con il presidente-amico, Luciano D’Alfonso, che lo vedrebbe bene come parte privata di Saga, proprio dal cielo piove la condanna a versare 40 milioni di euro ad Alitalia.

Già: AirOne e Alitalia, da ‘amanti’ affiatati ai tempi di Berlusconi ad acerrimi nemici in nemmeno 6 anni: la virata è stata velocissima.

Tutto è partito nel 2008 quando nacque la Cai (Compagnia aerea italiana), la newco che acquistò Alitalia. A dicembre di quell’anno AirOne di Carlo Toto entrò a far parte della compagnia di bandiera. Le cose sembravano filare bene fino all’arrivo degli arabi di Etihad che posero una condizione per il matrimonio con Alitalia: fuori la compagnia di Toto. E così è stato, il 30 settembre 2014 infatti decollò l’ultimo volo dell’ex compagnia da Caselle a Palermo.   

Come se non bastasse Alitalia è passata al contrattacco accusando AirOne di «induzione con dolo alla stipula del contratto, avendo taciuto circostanze che, se note, avrebbero condotto Alitalia a non stipulare, ovvero a farlo a condizioni diverse l’atto di acquisto di Airone». Ma a sua volta Toto, sempre di fronte al collegio arbitrale, va al contrattacco chiedendo 120 milioni «lamentando varie inadempienze contrattuali», su cui i legali Alitalia hanno peraltro «valutato il rischio di soccombenza possibile».

Ora il primo responso con Toto che deve cacciare 40 milioni di euro. Così hanno deciso gli arbitri. Seguirà un ricorso «per gravi vizi di nullità». Al Tribunale di Chieti, intanto, sta maturando il contenzioso civile da 120 milioni di euro: a tanto ammonta il presunto credito di Cai nei confronti di Airone.



LA GUERRA VA AVANTI

Ma come riporta il Messaggero, la Holding punta tutto in realtà su un’altra maxi richiesta da 260 milioni di dollari: la Toto ha citato Alitalia e a decidere sarà l’Alta corte di giustizia di Londra.

L’accusa è di aver violato gli accordi contrattuali sottoscritti a suo tempo per la fornitura in leasing operativo di nuovi aerei. Una inadempienza che avrebbe causato danni proprio per 260 milioni di dollari.

Dunque si attende anche questo responso mentre si sta cercando di digerire la bocciatura del ricorso al Tar di Roma per fermare la bonifica di Bussi. Il ricorso presentato è stato ritenuto «tardivo e infondato»  e la società pochi giorni fa ha presentato anche un addendum che dovrà essere valutato dai giudici amministrativi nei prossimi mesi.


 

TORNA IL PROGETTO DEL CEMENTIFICIO

Ma intanto la società non toglie gli occhi da Bussi e torna alla carica con il progetto della mega cava da centinaia di ettari con annesso cementificio.

La società lo scorso 27 marzo ha ripresentato al Comune una lettera di intenti per confermare il proprio interesse. Ci aveva provato già tre anni fa. Allora il Comune di Bussi, associazioni e cittadini si erano opposti e il progetto, che comprendeva una concessione mineraria su centinaia di ettari di montagna tra Bussi, Popoli e Collepietro, si era arenato al Comitato V.I.A. della Regione Abruzzo. Si scoprì pure che Toto aveva già fatto nel 2009 dei sondaggi profondi anche centinaia di metri, non si sa con quali autorizzazioni.

 

La società chiede dunque al Comune di non sottovalutare il progetto sia per l’investimento a carico del privato (300 milioni di euro)  sia per i livelli occupazionali, ovvero 300-350 nuovi posti di lavoro nonché «le positive ricadute che esso potrebbe avere sul tessuto sociale, economico e ambientale del territorio».


Ma Toto non dimentica la bonifica oggetto, in parte, del bando che ha tentato (e sta tentando ancora) di bloccare e ricorda che sarebbe necessario poter «inquadrare questa iniziativa in modo tale da renderla compatibile con un progetto complessivo di bonifica e reindustrializzazione che tenga conto quindi sia delle preventive e di impellenti necessità di bonifica dei terreni sia delle esigenze attuali e prospettiche di tutti i soggetti economici coinvolti».

Dunque la Holding chiede un incontro con il Comune e la Regione «per poter approfondire le condizioni e l'interesse» per un eventuale protocollo di intesa al quale poi seguirà un accordo di programma.


«PROTEGGERE L’ACQUA»

Oggi il Forum dell’Acqua torna a protestare perché l'invasivo intervento si svilupperebbe sopra una delle aree di ricarica delle falde acquifere con cui si alimentano gli acquedotti di Pescara e Chieti. La cava e il cementificio, con camini e relative emissioni, sorgerebbero a pochissima distanza dai pozzi S. Rocco che hanno sostituito nel 2007 i pozzi S. Angelo inquinati dalla megadiscarica Tremonti.

«Le cave, come rilevato da studi scientifici internazionali, sono tra le attività più pericolose per le acque, mettendo a rischio sia la qualità che la disponibilità», denuncia il Forum.

 

Secondo l’associazione ambientalista se il privato è ben libero di presentare progetti di ogni tipo, il vero problema è la reazione degli enti: «le proposte di questo genere dovrebbero essere dichiarate immediatamente irricevibili e scatenare un vero e proprio fuoco di fila. L'acqua deve essere difesa, in Abruzzo stiamo scontando ora tutti i problemi legati ai gravissimi errori con cui è stata gestito il territorio negli scorsi decenni. Il caso di Bussi, purtroppo, è paradigmatico di cosa può accadere proprio con l'acqua».