IL VOTO

PescaraPorto, dal consiglio comunale non arriva il favore

L’assise dice no al cambio di destinazione da uffici ad abitazioni residenziali

Redazione PdN

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PescaraPorto, dal consiglio comunale non arriva il favore

L'area di PescaraPorto

PESCARA. Alla fine di una seduta lunga, pressante e asfissiante il Consiglio comunale di Pescara ha detto no al cambio di destinazione d’uso della costruzione in via di realizzazione da parte della PescaraPorto.

La società che fa capo ai figli dell’imprenditore Giuliano Milia e alla famiglia Mammarella aveva chiesto di realizzare appartamenti invece dell’albergo progettato e degli uffici poi richiesti.

Una deroga al piano regolatore che originariamente in quella zona, a ridosso del porto turistico, prevedeva un’area verde.

Il dibattito è stato molto articolato e denso di polemiche e si è avvertito subito chiaramente che la decisione non sarebbe stata affatto una tra le tante che riguardano cittadini comuni. Questo ha scatenato attenzioni, ire, accanimenti, difese disperate, deviazioni di percorsi, discese ardite, e strappi alle regole.

Alla fine quello che ne rimane è una vicenda che, più che anomala, risulta grottesca per come l’apparato amministrativo e politico vicino al Pd si è mosso.     

Marco Presutti, capogruppo PD, ha parlato di «ossessione» e di poca tranquillità di certi consiglieri. Riccardo Padovano -che ha votato a favore del cambio di destinazione d’uso- ha cercato di spiegare come anche in una iniziativa edilizia privato possa esserci interesse pubblico.

Carlo Masci  ha ricordato battaglie simili e inquinate dallo stesso “tifo”, come il dibattito per costruire la caserma della guardia di finanza sul mare (a due passi dagli edifici di PescaraPorto). Padovano  invece ha risposto rispolverando la dura battaglia contro l’albergo, sempre sul mare, nella stessa zona di De Decco, anche in quel caso persa dall’imprenditore.
«Pescara, la città, i pescaresi che noi rappresentiamo dicono no alle case sul mare. Dicono no ai poteri forti. Dicono no agli amici degli amici. Pescara dice no a Milia a Mammarella», ha commentato Erika Alessandrini (M5s) che da anni ha condotto questa battaglia, «ora possiamo finalmente mettere fine ad una ingiustizia che è durata 5 anni. Qui non si tratta solo di case sul mare, ma di case che hanno occupato il posto di un parco. E si parla di un interesse privato, sostituito a quello pubblico. A questa storia manca solo un finale, che è il sogno più grande di interesse pubblico per questa città. Abbattere quei palazzi sul mare e lasciare finalmente spazio ad un parco pubblico, così come il piano regolatore diceva».

I contrari agli appartamenti hanno motivato il loro voto con la necessità di valorizzare quelle aree tra ponte del mare e porto turistico a vantaggio della città e, se non si può più con aree verdi, almeno con servizi o spazi commerciali.

Il M5s ha parlato di «masochismo dell’amministrazione Alessandrini» ripercorrendo la storia travagliata di questa delibera che conta innumerevoli passi falsi e diversi “allunghi prodigiosi”.

«Quando i pescaresi passeranno davanti a quel muro di cemento sul mare, potranno prendersela a ragione con questo Comune, con la Regione e il Parlamento, che insieme hanno fatto di tutto, dal 2012 ad oggi, per rendere possibile un intervento illegittimo», ha ricordato la consigliera grillina, «una classe politica troppe volte complice e compiacente che ha spianato la strada ad un’ammucchiata arrogante di arrivisti, bulimici di potere, sordi alle regole e desiderosi di spolpare questo territorio per lucro e speculazione».

L’ITER, GLI AIUTINI E LE SPINTARELLE

Nel 2012, il dirigente comunale D’Aurelio, senza averne competenza, rilasciò, scavalcando il Consiglio Comunale, un permesso di costruire in deroga per un decreto sviluppo che, al posto di un parco pubblico, permetteva di costruire 3 palazzi da 7 piani.

Un permesso di costruire rilasciato su un’interpretazione “estesa” del Decreto di Monti e della legge regionale approvata sempre dal centrodestra.

L’amministrazione di centrodestra, guidata dall’allora sindaco Albore Mascia, decise di sostenere quel permesso illegittimo, insieme alla Pescaraporto, nel ricorso al Tar dell’hotel. Il Tar diede torto a Comune e Pescaraporto annullando il parere illegittimo.

Il 23 dicembre 2014  viene inserito nella legge di stabilità approvata dal Parlamento, all’art. 1, un comma di sole due righe: il comma 271, che sembra scritto su misura per consentire ai privati di ottenere il via libera al mostro di cemento sul lungomare.

In parlamento si approva un’interpretazione autentica della norma che ha addirittura effetto retroattivo: quel comma non solo ha legiferato sul futuro ma è di fatto intervenuto a salvare anche il permesso già rilasciato.

La legge si è adattata a Pescaraporto e gli incentivi del Decreto Sviluppo prevalgono sui piani regolatori.

A novembre del 2015 dopo l’intervento del Parlamento, Pescaraporto vince al Consiglio di Stato, anche grazie alla Giunta Alessandrini, che si è nel frattempo costituita per sostenere il progetto edilizio.

Permesso di costruire ora legittimo e via al cantiere.

Gli hotel in riva al mare diventano uffici e nel frattempo D’Alfonso ha fatto abbattere l’ex Cofa.

Nel 2016 si preme sull’acceleratore e partono diffide, silenzi assensi, pareri illustri di esperti romani discussi e con qualche errore di troppo e nuovo ricorso al tar.

Nel 2017 si tenta di non far discutere la delibera in Consiglio ed il sindaco impone di attendere la decisione del tar che alla fine arriva e dà nuovamente torto a chi sosteneva che si poteva approvare tutto senza passare dal consiglio.

«Alla fine l’ultimo assessore studioso ha portato in consiglio la delibera», ha commentato ancora Alessandrini (M5s), «ma qui c'è stato l’ultimo stridente, disperato tentativo di intimidire i consiglieri comunali: il parere negativo della ragioneria del Comune che male interpreta e male comprende che il contributo straordinario, necessario a quantificare l’interesse pubblico, non può esistere lì dove non c’è interesse pubblico. Non possiamo dare un valore, un prezzo ad una cosa che non esiste».

Il parere è stato attaccato un pò da tutti e visto come un tentativo di esautorare la libertà di voto dei consiglieri che avrebbero dovuto adeguarsi al parere del tecnico.

«Di fronte allo strapotere sceso in campo fin qui oggi, ora noi, umili consiglieri comunali, possiamo finalmente dire basta», hanno scritto i grillini, « Possiamo finalmente dire a questi privati che non sono diversi dagli altri. Che se sono arrivati fin qui, ora questa è la linea invalicabile. Questo limite non si supererà. E, con l’ironia che solo il destino sa distribuire nelle complicate vicende umane, per dire no, questa volta dovremo pigiare sul tastino del sì: si delibera di esprimersi negativamente sulla richiesta di variante al permesso di costruire in deroga avanzata dalla società Pescaraporto».