MISTERI E VELENI

Emergenza Gran Sasso: la Regione a capo degli enti che hanno coperto fatti e documenti

Nessuno fuga i troppi dubbi mentre sembra iniziata l'operazione per non scoprire i veri responsabili

Redazione PdN

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Emergenza Gran Sasso: la Regione a capo degli enti che hanno coperto fatti e documenti



ABRUZZO. «Le Istituzioni pubbliche e gli Enti interessati devono operare con un assoluto rigore scientifico e un estremo scrupolo amministrativo per affrontare con trasparenza ogni questione che coinvolge la comunità: soprattutto in un caso come questo, in cui sono in gioco due beni di primaria importanza che convivono nel cuore del Gran Sasso in un ambiente di valore nazionale: l'acqua, di cui va garantita la più assoluta integrità nell'interesse della salute dei cittadini e dell'ambiente, e i Laboratori nazionali del Gran Sasso che rappresentano un patrimonio di ricerca e conoscenza unico nel mondo».

Con queste parole, che andrebbero scolpite nel marmo e non sciupate in un comunicato stampa ufficiale, (con qualche problema di diffusione) è iniziata l’operazione “copertura delle responsabilità” da parte della Regione Abruzzo se è vero che nessuna parola è stata spesa per la ricerca delle responsabilità e delle carenze che hanno portato all’ultimo incidente e messo a repentaglio la salute pubblica.

Nessuna parola spesa per cercare di capire realmente cosa non ha funzionato e quale sia la causa delle contaminazioni. Solo buone intenzioni e persino complimenti per come è stata gestita l’emergenza senza però avvertire la popolazione se non quattro mesi dopo.

La Regione Abruzzo di fatto si è messa a capo del drappello di quegli stessi enti che avrebbero dovuto nel passato accorgersi di più di una criticità e adoperarsi per impedire incidenti e contaminazioni oltre a comunicare correttamente alla cittadinanza i fatti.

Purtroppo mai come in questo caso alle belle parole non sono seguiti fatti.

Anzi proprio “grazie” all’ennesimo incidente dentro i Laboratori di Fisica del Gran Sasso e alla successiva gestione -poco trasparente e chiara da molti punti di vista- si è avuta l’ennesima riprova di come più che risolvere problemi l’importante è tranquillizzare e magari coprire l’ennesimo buco nero d’Abruzzo.

E sono molte le cose che il comunicato ufficiale della Regione Abruzzo pubblicato sul sito istituzionale il 21 dicembre non dice, così come sono molte le cose non dette in 14 anni, da quando il primo incidente dell’agosto 2002 ha fatto capire quanto sia stato azzardato costruire una autostrada ed un laboratorio scientifico in mezzo ad una montagna che è un immenso serbatoio di acqua potabile.

Come è accaduto spesso anche la successiva emergenza non è servita a risolvere problemi ma a spendere soldi, almeno 80 mln di euro di lavori che appaiono almeno sovrastimati, e non di poco, a fronte di vulnerabilità che dovevano essere sanate e che avrebbero dovuto impedire incidenti e contaminazioni che invece vi sono stati, anche dopo i lavori ordinati dal commissario Angelo Balducci.

La Regione Abruzzo si fa i complimenti per come ha gestito l’emergenza e non dice una parola di come le procedure di sicurezza prevedessero anche una comunicazione pubblica e trasparente ai cittadini, e cerca di tranquillizzare utilizzando limiti di legge per il diclorometano che però non si riferiscono alle acque sotterranee.


La Regione assicura che l’acqua contaminata non è finita nell’acquedotto e lo dice con sicurezza perchè cercano proprio il diclorometano il 30 agosto (senza averlo mai fatto prima) e bloccano la captazione dell’acqua che finisce nell’acquedotto ma non dicono come fanno ad essere certi che prima non ci fosse contaminazione.

Nonostante i complimenti lo stesso comunicato informa che «la presenza di composti organici volatili nelle acque non è stata immediatamente rilevata dai LNGS perché lo spettrometro era in calibrazione a seguito di un intervento di manutenzione. E' stato rimesso in linea il 2 settembre e sono stati analizzati anche campioni prelevati il giorno precedente».

Quello che emerge anche dalla versione ufficiale è che non c’è stato alcun sistema di sicurezza che abbia funzionato, intendendo un insieme di infrastrutture che in automatico allertasse la vigilanza sulla contaminazione in atto.

Anche il sistema di monitoraggio dei Laboratori non ha funzionato perchè casualmente proprio in quei giorni in calibrazione…

Anche il Ruzzo Spa dovrebbe avere un sistema di monitoraggio automatico delle acque ma sempre dalla versione ufficiale non si evince che abbia funzionato e che l’allarme sia partito dallo società di gestione dell’acquedotto.

«Si può dire che il Protocollo di sicurezza ha funzionato», dice invece la Regione «tuttavia l'episodio dimostra proprio la necessità di intensificare i controlli per l'importanza, la complessità e la fragilità del sistema: la captazione del Ruzzo avviene con la raccolta di acque di stillicidio e sia l'attività dei Laboratori, che il funzionamento dell'autostrada richiedono un serio supplemento di azioni infrastrutturali e di controllo».

Un «serio supplemento di azioni infrastrutturali» (che in italiano corrente significa metterci su un centinaio di milioni) imporrebbe preliminarmente un esame attento di tutti i lavori già fatti e finanziati per evitare di pagare due volte le stesse cose e magari anche verificare attentamente i collaudi effettuati sulle carte.

Cosa che peraltro la stessa Regione Abruzzo doveva fare “seriamente” dal 2011 attraverso una commissione che non ha mai raggiunto il suo scopo e che in cinque anni si è riunita un paio di volte senza grossi passi in avanti.

Ecco allora che credere all’ennesima promessa di «costituire una cabina di Regia di cui faranno parte tutti i soggetti interessati» risulta ardua e potrebbe sembrare persino poco “seria” proprio perchè a parlare è lo stesso ente che si è dimostrato poco incisivo, attento e veloce.

I LAVORI PIU’ ENIGMATICI DEL MONDO

Di certo c’è che i lavori sono stati progettati ed in parte effettuati: sono costati almeno 80 mln di euro ma chi li abbia svolti, chi abbia controllato, cosa realmente sia stato fatto e chi li abbia collaudati, mettendoci una firma che oggi sembra un passo più lungo della gamba, rimane un segreto grazie al commissariamento che 14 anni fa significava -più o meno come oggi- sospensione di regole, di concertazione e trasparenza (naturalmente anche negli appalti).

Sta di fatto che dopo la presunta esecuzione dei lavori -che secondo alcuni avrebbe comportato la chiusura di sei mesi del traforo tra il 2004 ed il 2005- si sono verificati altri incidenti che hanno dimostrato come fosse facile contaminare l’acquifero per cui i lavori che avevano il prioritario obiettivo della messa in sicurezza avrebbero “toppato” su tutta la linea.

Incidenti segnalati ufficialmente sono accaduti certamente prima del 2008 e nel 2016 quando -secondo la versione ufficiale- una semplice boccetta grande quanto un bicchiere, inavvertitamente lasciata aperta, è riuscita a contaminare le falde (che poi queste ultime non finiscano nell’acquedotto è un fatto a parte).

Di certo i Laboratori del Gran Sasso, in quanto struttura pubblica, sarebbero tenuti alla trasparenza e avrebbero anche l’obbligo di rispondere alle domande dei giornalisti mentre 10 giorni non sono bastati per spiegare e chiarire proprio come e quando sono stati effettuati i lavori di “isolamento” e a questo punto dovrebbero dirci anche quale sanzione disciplinare è stata inflitta all’operatore che è stato la causa dell’incidente.

L'ordinanza numero 3303 del 18 luglio 2003 parla chiaro sui lavori da effettuare all'interno del Laboratorio Nazionale del Gran Sasso ed è lo stesso commissario Balducci a stilare una lista di interventi «urgenti» poi finanziati e ufficialmente realizzati almeno in parte.

Si tratta di opere volte a mettere in sicurezza acquedotto, tubature e l'acquifero della montagna. Il primo intervento urgente individuato è quello dell'isolamento del pavimento delle sale A, B e C.

Era proprio prevista la realizzazione di una vasca nella sala A di contenimento di reflui di sversamento, isolamento del pavimento della galleria denominata “tir”, tubazione di collegamento delle sale A,B, e C, vasche di contenimento e poi impianti tecnologici di controllo, comando e gestione del riempimento dei serbatoi Inox di accumulo, realizzazione di un collegamento dell'impianto di depurazione interno per i servizi igienici, nuova tubazione di scarico dedicata ai laboratori e poi il ripristino della centrale idrica con isolamento vasca di accumulo ed adeguamento impiantistico.

Tra i vari lavori dichiarati urgenti anche un nuovo condotto di aerazione di acciaio Inox, una nuova centrale di ventilazione e tutta una serie di opere di intercettazione e ripristino delle acque, oltre a varie impermeabilizzazioni e la sostituzione delle condotte in Pvc in acciaio inox.

ECCO LE DOMANDE A CUI I LABORATORI NON RISPONDONO


1. Quando è stata inviata/ricevuta la prima nota circa l’allarme dell’inquinamento generato nei laboratori del Gran Sasso. L’evento quando con precisione si è verificato (a noi risulta almeno 2-3 giorni prima del 1 settembre)

2. circa i lavori effettuati dal commissario Balducci per la separazione delle reti ed aumentare la sicurezza, quando e da chi sono stati collaudati, se la procedura è terminata positivamente o sono state riscontrate in quella sede o in altre difformità o problemi non risolti che potrebbero generare ulteriore pericolo. Ci risultano scambi di missive tra Asl e INFN (ma anche la Regione) per richiedere interventi e chiarimenti. Come stanno le cose?

3. E’ vero che l’INFN è stato autorizzato ad utilizzare sostanze radioattive? Se sì quando e da chi? Quali autorità territoriali sono state avvisate?

4. Quali altre sostanze pericolose saranno utilizzate nell’ambito del progetto finanziato ed autorizzato denominato “DarkSide”?

5. Circa l’episodio che ha generato l’allarme ad inizio settembre non sono ancora chiari gli eventi: che cosa si stava facendo? in che modo si stava “impiegato in quei giorni per operazioni di pulizia dalla colla di alcune componenti dei rivelatori”. Quale è stato l’errore che ha generato emergenza e contaminazione?

6. Perchè non è stato attivato il piano di emergenza?

7. Perchè non è stata avvisata la popolazione?