DALLE CARTE

Bussi, sentenza anticipata: sciocchezze per i pm, pericolo di morte per Goio

Le versioni delle “istituzioni” pubbliche con qualche discrepanza

Redazione PdN

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Bussi, sentenza anticipata: sciocchezze per i pm, pericolo di morte per Goio

Bellelli e Mantini

ABRUZZO. Oltre alla cena tra giudici popolari e togati, ce n’è un’altra ben più misteriosa che potrebbe essere in realtà all’origine di questo nuovo mistero italiano.

Infatti oltre la cena del 16 dicembre 2014, durante la quale si è verificato l’episodio (che «non costituisce reato») di presunti tentativi e pressioni da parte del presidente della Corte d’Assise, Camillo Romandini, sui giudici popolari, è accertato un altro evento, altrettanto poco opportuno, avvenuto tra lo stesso Romandini e il presidente della Regione, Luciano D’Alfonso. La cena avviene a casa di un amico comune di cui il pm di Campobasso, Armando D’Alterio, non fa il nome nè approfondisce contorni e scenari.

Si sa solo che sia avvenuta e che si è parlato del merito del processo Bussi.

Un evento, sempre precedente alla sentenza, forse avvenuto anche due mesi prima, che nessuno dei protagonisti ha voluto finora spiegare e chiarire nel dettaglio.

La fotografia che restituisce questa parte dell’inchiesta archiviata di Campobasso con indagato Romandini è in alcuni punti molto sfumata, forse troppo.



GERARDIS IN AVANSCOPERTA

Dalle 50 pagine della richiesta di archiviazione, poi controfirmata dal gip, emerge anche un altro episodio accertato: l’attuale direttore della Regione Abruzzo, Cristina Gerardis, è stata la prima a raccogliere le confidenze (dopo la sentenza) di due giudici popolari relativamente all’episodio della pizzeria.

Dalle carte non emerge ma all’incontro erano almeno in tre, tra cui un giornalista dell’Ansa che è forse il primo operatore dell’informazione che viene a conoscenza di particolari e presunte pressioni. Era il periodo febbraio-marzo 2015, cioè un paio di mesi dopo la sentenza e due mesi prima degli articoli de Il Fatto Quotidiano. Il terzo personaggio è un avvocato di parte civile.

Intorno a questo episodio se ne sa poco ma si è anche favoleggiato di presunte registrazioni che sarebbero poi circolate.

Rimane il mistero su chi abbia detto a Gerardis del malumore delle giudici popolari e chi abbia favorito l’incontro e per quale fine.



L’AGGETTIVO CHE CREA PREOCCUPAZIONE

Dunque c’è stata una cena fra Romandini e D'Alfonso nella quale si parlò del processo di Bussi ed è quest’ultimo a raccontarlo ai pubblici ministeri Anna Rita Mantini e Giuseppe Bellelli. Presente anche Giampiero Di Florio.

Un aggettivo avrebbe creato qualche preoccupazione, ovvero per la precisione quell’«efficace», come fu definito il lavoro degli avvocati difensori che «furono i soli destinatari di un apprezzamento sostanziale e non meramente formale».

Il dato è riferito dal sostituto procuratore Annarita Mantini che riporta al pm di Campobasso le parole del presidente della Regione il quale, sostanzialmente, confermò che da quel discorso trasse preoccupazione per le sorti dell'accusa.

Invece Romandini ha escluso nel corso del proprio interrogatorio di aver evidenziato propensione per la tesi di una delle parti, affermando di essersi espresso positivamente sulla preparazione e l'impegno di tutti i protagonisti del processo.

Poi è sempre il pm Mantini che riferisce ai colleghi di Campobasso di una confidenza ricevuta dall'avvocato dello Stato, Cristina Gerardis, che a sua volta aveva riferito una confidenza formulata dal commissario regionale straordinario per il disinquinamento del fiume, Adriano Goio, in merito alla circostanza che in prossimità della decisione sia stato «monitorato il passaggio di qualcosa ovvero un movimento sospetto». Viene detto proprio così e non vengono fornite ulteriori spiegazioni dalle carte.

Sta di fatto che alla fine il pm D'Alterio conclude spiegando che non si possa riferire ad un episodio di corruzione.

Il pm D’Alterio allora annota: «è probabilmente a tale scambio verbale (Romandini-D’Alfonso ndr) che si riferiscono le supposizioni concernenti il passaggio o il movimento cui allude una parte del testimoniale escusso per ricollegarvi la previsione di un esito assolutorio».

Sembra tuttavia che sia la stessa procura di Campobasso a creare una relazione su due episodi che sembravano scollegati: da una parte la cena e, dall’altra, la presunta notizia di corruzione raccontata da Goio ed in parte dai suoi interlocutori (Giancaterino e Ruggeri).

LA VERSIONE DI MANTINI

«Ricominciammo il processo a seguito dell'accoglimento dell'istanza di ricusazione con il presidente Romandini la cui conduzione del dibattimento fu equilibrata e serena.

(….)


L'avvocato dello Stato Gerardis, parte civile nel processo molto attiva, in un momento successivo alla nostra requisitoria (3 ottobre 2014 ndr) e alle arringhe dei difensori (fine ottobre ndr), mi disse, in una pausa del processo, che dal presidente della Regione Abruzzo aveva appreso che questi aveva avuto un incontro conviviale, una cena, con il presidente Romandini nel corso del quale avevano avuto un colloquio sui temi del processo…

Dopo il fugace non molto chiaro riferimento fatto dall'avvocato Gerardis, decisi di interloquire con il presidente della Regione, questi venne presso il mio ufficio e, presente anche il collega Bellelli e l'altro collega dell'ufficio il collega Di Florio ora procuratore a Vasto, il presidente della Regione da me richiesto confermò l'incontro affermando, se ben ricordo, che era avvenuto presso un amico comune a lui stesso e al giudice in una casa privata.

Disse che il presidente Romandini, dopo aver elogiato la professionalità e l'impegno sia degli avvocati -inclusa l'avvocatura dello Stato. Sia dei pubblici ministeri- aveva concluso assumendo che gli avvocati erano stati particolarmente efficaci. Tale incontro non fu collocato nel tempo ma i riferimenti descritti ci fecero ovviamente comprendere che era avvenuto dopo le conclusioni di entrambe le parti.

Preciso che non feci troppe domande perché ritenni di dovermi limitare unicamente a verificare doverosamente gli eventuali presupposti di una ricusazione, ogni ulteriore approfondimento essendo non funzionali a tale scopo.



...Dopo la conclusione del processo fu pubblicato un articolo sul giornale locale “il Centro” contenente un’intervista ad un giudice popolare. L'articolo mi fu preannunciato da un giornalista che appunto mi disse della imminente pubblicazione dell'intervista stessa; replicai alla predetta che la circostanza non presentava per me interesse ed invitai alla prudenza.

Successivamente un giornalista dell’Ansa mi disse che i giudici popolari avevano gravi dichiarazioni da rendere, per fatti extraprocessuali connessi al processo e che a tale scopo chiedevano di essere ricevuti dalla Procura. Rifiuta l'incontro che mi veniva richiesto, rappresentando decisamente che i giudici non potevano interloquire con noi, ma rivolgersi agli uffici competenti per le doglianze cui mi veniva fatto un generico riferimento…»

In un successivo passaggio si intuisce che i pm avevano precedentemente inviato una nota scritta controfirmata dal procuratore aggiunto Cristina Tedeschini nella quale venivano descritti sommariamente gli accadimenti, nota inviata dopo la pubblicazione degli articoli di maggio 2015.

«Con riferimento, infine, a quanto da me comunicato in una nota a firma congiunta mia e del collega Bellelli, null'altro ho da aggiungere a quanto in esso registrato. Infatti, il riferimento al “passaggio di quella cosa” effettuato -secondo l'avvocato Gerardis- dal commissario governativo Goio al fatto che era stato monitorato il passaggio di quella cosa qualche giorno prima della decisione, non fu da noi ulteriormente approfondito, sia perché poteva essere riferito a magistrati del processo, sia perché avevamo contezza dalla stampa che gli atti della presente indagine penale, erano stati trasmessi alla Procura di Campobasso».

Dalla richiesta di archiviazione del procedimento penale a carico di Romandini non è chiaro quando Gerardis parlò a Mantini della confidenza fattale da Goio circa il “monitoraggio di quella cosa” ma si può presumere che potesse essere verso la fine del mese di ottobre 2014.

Quello che poteva essere un punto nodale della vicenda -finito anche in un capo di accusa da verificare- cioè la presunta corruzione- rimane il dato più confusionario e generico legato a quella perifrasi (“monitoraggio o passaggio di quella cosa”) che nessuno spiega nel dettaglio.



LA VERSIONE DI BELLELLI

«L'avvocato Gerardis si limitò a dire di aver appreso dall'architetto Goio, commissario governativo dell'area contaminata del Tirino-Pescara, che due individui qualche giorno prima della decisione avevano “monitorato il passaggio di quella cosa”.

Tale discorso, secondo l'avvocato, si inseriva in una conversazione con il predetto, in cui si era trattato del procedimento relativo alla discarica di Bussi, in un contesto in cui il predetto manifestava anche timori per la sua persona, sempre in relazione a questa vicenda, come mi disse allorché lo accompagnai all'ascensore. Non ricordo con precisione se lo avesse detto anche in presenza della collega, ma sicuramente lo disse nell'ascensore in cui lo avevo accompagnato all’atto del suo commiato.

Ho incontrato D'Alfonso insieme alla collega Mantini nell'ufficio di quest'ultima alla presenza del collega Di Florio (... ) D'Alfonso ci confermò di aver incontrato il presidente Romandini nel corso di una cena in un'abitazione privata. A margine della cena, svoltasi dopo le requisitorie e le arringhe, Romandini disse che i pubblici ministeri si erano dimostrati competenti, la Gerardis molto brava e difensori degli avvocati ( i difensori degli imputati, ndr) molto efficaci. Benchè quest'ultima valutazioni ci avesse preoccupato, ritenendo, in un successivo colloquio, parlando in seguito tra di noi, che non vi fossero tuttavia i presupposti di una ricusazione. Decidemmo allora di intensificare il nostro impegno in sede di replica…»


LA VERSIONE DI GOIO

«Ho sentito voci che parlavano del fatto che il nuovo presidente della Corte d'Assise nominato all'epoca dei fatti, Romandini, avesse ricevuto del denaro ma erano solo voci in quanto ne parlavano tutti e non saprei, infatti, nemmeno precisare chi esattamente mi avesse riferito tale notizia. Devo comunque sottolineare che, di queste voci, non ho assolutamente mai avuto l'occasione di parlarne con nessuno dei pubblici ministeri incaricati delle indagini sulla vicenda e con i quali mi ero rapportato in relazione al mio incarico. Ne avevo invece parlato solo con l'avvocato Gerardis dell'Avvocatura dello Stato che mi rappresenta nel processo».

Goio, dunque, pare essere l’unico a parlare esplicitamente di voci che parlavano di denaro consegnato al giudice, senza giri di parole o perifrasi vaghe. Inoltre pur affermando di non ricordare chi precisamente gli parlò della presunta tangente, Goio ricorda bene i nomi di Sergio Giancaterino e Antonio Ruggeri quali gli autori della confidenza ricevuta «concernente l'avvenuto monitoraggio del passaggio ovvero di un movimento propedeutico alla decisione». Inoltre la precisazione di non aver parlato dell’argomento con i pm sembra smentita da Bellelli che parla dei timori per pericoli gravi esternati dal commissario, morto a marzo del 2016.

Il pm di Campobasso D’Alterio conclude:

«L'assenza all'esito dell'indagine di una diversa chiave interpretativa può condurre a ritenere che oggetto del “monitoraggio” fosse la mera interlocuzione tra Romandini e D'Alfonso circa l'andamento del processo».

Dalla sola richiesta di archiviazione dello stesso pm è difficile comprendere le ragioni di questa deduzione così come non si comprende quali fossero i motivi per «monitorare» un eventuale movimento giudicato «propedeutico» alla sentenza.

Ma chi sono Sergio Giancarterino e Antonio Ruggeri? Che rapporto ci sia tra loro, Bussi, D’Alfonso, Romandini non si dice nelle carte, così come non è chiaro che rapporto vi fosse tra i due ed il defunto Goio.

In un momento in cui «giravano voci» (di sentenza già scritta e di soldi) su uno dei processi più chiacchierati e importanti non sono emersi sussulti volti a capire, sapere e denunciare.



a.b.