VELENI E INGANNI

Veleno, mazzate e sceneggiate: il piano per far fuori marito di troppo

Tre arresti: i carabinieri intervengono per salvare la vita all’uomo avvelenato lentamente

Redazione PdN

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Veleno, mazzate e sceneggiate: il piano per far fuori marito di troppo

PESCARA. Un copione studiato e recitato molto bene fino in fondo, un “soggetto originale” e degno di uno dei migliori polizieschi, solo che qui la “signora in giallo” è un gruppo di carabinieri di Pescara che ha dovuto riscrivere una storia ben congegnata volta a far credere ben altre cose.


I carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile di Pescara ed i colleghi del Nas hanno messo fine sabato pomeriggio al romanzo con tre ordinanze di custodia cautelare, due in carcere e una agli arresti domiciliari, per i reati di tentato omicidio aggravato e lesioni personali aggravate in concorso.

I protagonisti sono Daniela Lo Russo, madre e moglie, suo figlio, Michele Gruosso, nelle vesti di avvelenatori provetti per cercare di eliminare l’attuale marito della donna, forse per motivi passionali ma non ancora chiariti ed emersi dalle indagini.


In carcere è finito anche Mosquera Zabala Edwin Andrei uno straniero che sarebbe stato assoldato per ammazzare il marito di troppo attraverso una aggressione avvenuta il 10 luglio scorso a Silvi.


I militari in conferenza stampa hanno definito madre e figlio «una coppia senza scrupoli» e pronti a tutto persino a mettersi in mostra per coinvolgere l’opinione pubblica nella sceneggiata…


Le indagini, come spesso accade, partono per fatti completamene diversi e innescate proprio dalla donna ma poi grazie ad una coincidenza fortuita (e non prevista dai diabolici protagonisti) c’è la svolta: una intercettazione telefonica dalla quale si inizia a capire che la verità è ben diversa.


«PESCARA: DONNA AGGREDITA E PICCHIATA VICINO LA PINETA. VOLEVANO VIOLENTARLA»  

La sera del 28 giugno scorso i carabinieri vengono chiamati perchè nei pressi di via della Bonifica c’è stata una aggressione ai danni di una donna malmenata, picchiata, bastonata e legata che almeno in due volevano violentare. Si tratta di una 42enne di origini pugliese. Anche il comunicato dei carabinieri è enigmatico e scarno e dal racconto che ne emerge si poteva pensare che la vittima fosse una prostituta le uniche persone che stazionano in quella zona di notte. La vicenda evidentemente ingenera dubbi tanto che la stessa donna qualche giorno dopo rilascia una intervista a Il Centro nella quale racconta con fin troppa lucidità quello che le è accaduto: ricorda tutti i dettagli, ha «una buona memoria fotografica» e saprebbe riconoscere i suoi aggressori uno dei quali «aveva una catena al collo». In faccia e sul corpo ha lividi e ci tiene a precisare che si tratta di «una professionista affermata».

La donna di cui all’epoca non si fa il nome è Daniela Lo Russo, 42 anni, originaria della provincia di Bari, risulta titolare dal 2013 di una società di consulenza nel settore dell’energia rinnovabile con sede a Spoltore.

La società lavora nell’ambito dei bandi pubblici finanziati dall’Europa ed è proponente di un progetto abruzzese come «piattaforma di servizio e commercio, occupandosi di Recupero, Costruzione Commercio Riutilizzo, con innovazione» .


Il racconto della donna è davvero lucido, dettagliato, meticoloso e studiato; c’è tutto: atmosfera, scenario, sentimenti, suggestioni proprio come in un film. Ma nessuno può dubitare quei giorni che la storia è tutta completamente inventata.

I carabinieri nel frattempo hanno già iniziato ad indagare sull’inquietante episodio di violenza e nella speranza di capire chi fosse il responsabile di tanta violenza mettono sotto controllo il telefono della donna...  

E mamma e figlio proprio non se lo aspettavano e non lo prevedono e così in più conversazioni parlano e parlano ed iniziano ad emergere i primi elementi che i carabinieri all’ascolto all’inizio faticano a decifrare, troppo concentrati sulla vicenda “inventata” .

I due parlano anche di funghi, alcuni dei quali possono provocare la morte poi sempre dai discorsi è emerso anche l’utilizzo di un farmaco da parte del marito di lei, un farmaco che può provocare danni e la morte se ingerito da persone che non hanno problemi di cuore.

All’uomo, marito della donna, infatti, venivano somministrate occultamente massicce dosi di “coumadin”, un potente anticoagulante usato nella trattazione di pazienti affetti da patologie cardiache.

L’effetto del medicinale, che viene venduto dietro specifica ricetta medica, è quello di abbassare il fattore di coagulazione del sangue per evitare trombosi ed altre complicanze successive.

Nel caso di specie, se assunto senza controllo ed in dosi eccessive, il farmaco avrebbe abbassato talmente tanto il fattore di coagulazione fino a provocare pericolose emorragie interne che avrebbero portato a morte certa l’ignara vittima.



L’AGGRESSIONE AL MARITO  PER PROCURARGLI FERITE

Non contenta di ciò, la diabolica coppia, al fine di procurare all’uomo delle lesioni che sapevano benissimo non si sarebbero rimarginate proprio per l’assunzione del potente farmaco, avevano addirittura organizzato un agguato ai suoi danni, assoldando un pregiudicato colombiano residente a Silvi.

Aggressione che effettivamente c’è stata il 10 luglio quando la vittima, mentre stava rincasando, è stata avvicinata da due sconosciuti che lo hanno percosso con una mazza da baseball; per loro sfortuna però l’uomo ha reagito in maniera inaspettata all’attacco riuscendo non solo a difendersi ma malmenando i due aggressori che si sono immediatamente dati alla fuga.

Fallita l’aggressione la coppia di aspiranti omicidi non si è data per vinta ed ha continuato a mettere in atto il diabolico piano; prezioso il lavoro degli uomini del Nas che attraverso una meticolosa ricerca sono riusciti ad individuare le farmacie tra Pescara e Montesilvano dove venivano acquistati i farmaci.



IL “VELENO” SOMMINISTRATO DI NASCOSTO ANCHE IN OSPEDALE

Ulteriori accertamenti hanno, poi, consentito di appurare che le prescrizioni mediche, così come i timbri dei medici apposti sulle stesse, risultavano false. Il modus operandi è risultato abbastanza chiaro: le pastiglie venivano disciolte in alcune bevande che regolarmente venivano fatte bere alla vittima, che più volte è dovuta ricorrere alle cure del pronto soccorso per episodi di importanti emorragie interne, fino al ricovero nel reparto di ematologia.

Circostanza anche questa che non è riuscita a fermare i due che, raggirando l’uomo, lo hanno costretto a bere, durante la degenza, altre bevande adulterate portate da casa contribuendo così a far peggiorare le sue condizioni di salute; solo grazie all’intervento dei sanitari del reparto, che mai avrebbero immaginato una storia simile ma che hanno continuamente corretto il valore di coagulazione somministrando al paziente massicce dosi di “antidoto” (vitamina k), la vita dell’uomo è stata preservata.

Le analisi effettuate dall’Ospedale hanno avvalorato la tesi investigativa in quanto, il principio attivo del “coumadin” veniva rilevato in un campione di sangue del paziente.


A questo punto tutti gli indizi convergevano verso una storia totalmente diversa e folle che i carabinieri hanno chiesto subito di interrompere all’autorità giudiziaria.


In fase di perquisizione domiciliare i carabinieri hanno rinvenuto timbri falsi di medici, ricette false, una scatola di “coumadin” e una confezione di adrenalina; ritrovamenti che, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, non hanno fatto altro che confermare la sconcertante tesi investigativa.

I due avvelenatori, già gravati da numerose segnalazioni per reati contro il patrimonio, tra cui spicca la truffa, falsità e addirittura incendio doloso, trascorreranno i prossimi giorni in carcere mentre il colombiano, gravato da numerosi precedenti per reati sia contro la persona che contro il patrimonio, è stato ristretto presso la propria abitazione in regime di arresti domiciliari.