SANITA'

Ospedale di Chieti, rischio declassamento per Utic, Rianimazione e Pronto soccorso

Ricoveri acuti registrati come programmati

Redazione PdN

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Ospedale di Chieti, rischio declassamento per Utic, Rianimazione e Pronto soccorso



CHIETI. C’è un modo di classificare i ricoveri che ha allarmato alcuni primari dell’ospedale di Chieti e che forse potrebbe riguardare anche altre Asl abruzzesi.
L’allarme è scattato al SS. Annunziata, quando in alcuni reparti di emergenza come l’Utic (l’unità di terapia intensiva cardiologica) che ricovera gli infartuati o come la Rianimazione, dove arrivano pazienti in coma (ad esempio per l’Ictus) vengono registrati come ricoveri programmati gli infarti in atto che passano dal Pronto soccorso o il trasferimento, magari a mezzo elicottero, di qualche vittima di incidenti o di patologie cerebro-vascolari. Da informazioni assunte, sembra che questa classificazione sia solo un fatto burocratico interno che non influenza la statistica sui malati e sulle patologie che viene estrapolata dalle Sdo, le schede di dimissioni ospedaliere da cui il malato di infarto, o urgente o programmato, è sempre malato di infarto. Questi sono infatti i dati che vengono utilizzati dal progetto Esiti dell’Agenas (agenzia nazionale sanitaria), ma in tempi di tagli ai posti letto e di spending review spinta, il pericolo reale è questo: se l’Utic di Chieti con 10 posti letto ha il 30% di ricoveri programmati ed è un reparto per acuti, si potrà sempre trovare il burocrate romano di turno che decide di tagliare 3 posti letto (cioè il 30% di cui sopra), riducendo l’Utic a 7 posti soltanto e facendola scivolare in coda alle graduatorie dei reparti più efficienti. In questo modo, se altre Utic confinanti riescono a fare numeri per acuti più importanti, è facile prevedere che l’Hub, cioè l’ospedale più importante per gli infartuati sarà Pescara e non Chieti. 

Così sarà per la rianimazione e per altri reparti, e così sarà anche per il Pronto soccorso. Perché di fatto da una parte beneficia di questa classificazione perché riduce il numero dei ricoveri attivati direttamente, dirottando questi pazienti direttamente nei reparti, e dall’altro rischia anche perché risulterà come un reparto che lavora poco, molto meno di altri se questa classificazione c’è solo a Chieti. Ed il pericolo è anche un altro: se i dati sui ricoveri sono “drogati” da queste scelte di classificazione, chi ha la responsabilità di decidere tagli e istituzione di reparti, avrà a disposizione dati non molto veritieri. Senza dire che nei reparti interessati esistono le liste di attesa per i ricoveri programmati, che sono un’altra cosa rispetto ai malati acuti che vengono trasformati burocraticamente in “prenotati”, solo perché c’è una telefonata del Pronto soccorso che chiede la disponibilità di un letto. In sostanza sarebbe come se i pazienti chiamassero l’ospedale e concordassero con l’Utic o con la rianimazione il loro arrivo: “allora mi faccio venire l’infarto o l’ictus la prossima settimana, diciamo di martedì, così evitiamo l’affollamento del lunedì?” Se c’è l’ok, quella mattina si presentano al Pronto soccorso e di qui vengono smistati nei reparti di competenza. Naturalmente non è così, ma alla fine questo errore di registrazione – già segnalato alla direzione generale della Asl di Chieti - rischia di avere ripercussioni pesanti sull’ospedale.

Senza dire che oltre che un danno per la sanità teatina, questa classificazione è anche un grave vulnus per la professionalità dei cardiologi o dei rianimatori, che pur prodigandosi per le emergenze appaiono come paciosi medici ambulatoriali alle prese con i programmi di prevenzione e non con i drammatici, quotidiani interventi salvavita di questi reparti di emergenza. La domanda che sorge spontanea allora è questa: si tratta di un errore burocratico che può essere sanato in tempi brevi, oppure dappertutto si fa così? Il timore è che si ripeta quello che è successo alla Cardiochirurgia teatina (tanto per restare in tema di cuore): è bastato ritardare l’apertura della nuova struttura dedicata (che pure è pronta da due anni) o diminuire le sale operatorie e le stanze per la degenza post-intensiva, per far precipitare questo reparto di eccellenza nel limbo delle strutture che lavorano poco. E se lavorano poco, perché tenerle aperte?

Sebastiano Calella