Bussi: la tomba dei veleni d’Italia

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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Bussi: la tomba dei veleni d’Italia

L'INCHIESTA. BUSSI. E' stata definita come la discarica più grande d'Europa, una bomba dall'altissimo potenziale di morte. Un'enorme distesa di terreno (4 ettari) che nel corso di molti decenni sarebbe stata la tomba di un numero imprecisato di sostanze tossiche contenute in rifiuti e scarti industriali ancora non chiaramente identificati. Una pratica molto "antica" se è vero che molte delle sostanze originariamente "palabili", cioè a metà fra stato liquido e solido, sono state ritrovate cristallizzate.



Una vicenda che probabilmente è iniziata più di un decennio fa e che sarebbe terminata solo da qualche anno. Ma sono sempre più gli indizi che fanno credere ad una attività consolidatasi in oltre un cinquantennio, forse addirittura un secolo nel quale nei dintorni di Bussi sono stati scaricati e nascosti milioni di tonnellate di sostanze altamente tossiche.
La scoperta del Corpo forestale dello Stato nei pressi di Bussi sul Tirino, a due passi dal fiume e dello storico polo industriale, è stata una notizia che ha destato molto scalpore.
Nei giorni seguenti ha suscitato qualche conseguenza concretizzatasi in interrogazioni a ministri e al presidente della Regione Del Turco. Il pubblico ministero che segue le indagini, Aldo Aceto, è stato anche sentito dalla commissione bicamerale che vigila sui rifiuti.
Il 27 marzo scorso, poi, c'è stata una riunione a L'Aquila con il commissario di bacino, Adriano Goio, competente per materia, per fare il punto della situazione e decidere come intervenire al più presto.
E, infatti, le priorità al momento sembrano due: la ricerca dei responsabili che si sono macchiati di un reato così grave e incivile e la bonifica profonda e immediata del luogo.
Per il primo aspetto gli inquirenti della procura di Pescara stanno lavorando alacremente e sarebbero sulle giuste tracce per scoprire i responsabili: occorreranno forse ancora una decina di mesi per raccogliere le prove e avere nomi e responsabili. Al momento però nessuno è iscritto sul registro degli indagati.
L'attuale dirigenza della Solvay -che da pochi anni ha rilevato parte del complesso industriale chimico- si è affrettata a precisare di essere assolutamente estranea alla vicenda, d'altronde anche il pubblico ministero nella conferenza stampa aveva precisato chiaramente come l'industria chimica che opera in Abruzzo non c'entrasse.
Di non semplice risoluzione, invece, il secondo problema della bonifica del luogo in quanto le sostanze contenute nei quasi 4 ettari di terreno, stimate approssimativamente in 240.000 tonnellate, avrebbero bisogno di una discarica molto ampia ed attrezzata a riceverle e non facile da trovare.
Inoltre, per una bonifica così imponente occorrerebbero almeno € 60 milioni, cifra enorme che dovrebbe essere stralciata o dai bilanci degli enti pubblici come la Provincia o la Regione o dai 10 milioni stanziati per il disinquinamento del fiume Pescara e la valorizzazione territoriale.
A parole però il Governo e la Commissione bicamerale si sono detti pronti a fare la loro parte.
Ma per quanto possa essere urgente togliere al più presto di lì quei veleni occorrerà molto tempo.
Intanto su quel terreno bucherellato in oltre 20 punti dalle ruspe indaganti ci sta piovendo da settimane e le nuove infiltrazioni si mescoleranno più in fretta con i veleni mentre il terreno assorbe e rilascia al fiume i residui.
Quanto tempo allora dovrà ancora passare per rivedere in quell'angolo di paradiso nuovamente le pale meccaniche ed i camion per portare la morte altrove?
Intanto si registrano malumori e forze divergenti che starebbero rallentando il lavoro degli addetti mentre, è chiaro, il mondo politico preferirebbe un meno dignitoso silenzio sulla vicenda.

I VELENI PRESENTI

In quel terreno dei veleni sono stati rilevate abbondanti tracce di cloroformio, tetracloruro di carbonio, esacloroetano, percloroetilene, esaclorobutadiene, pentaclorobutadieni, tetracloroetano, composti organici clorurati, composti organici alogenati, idrocarburi policiclici aromatici, metalli pesanti, idrocarburi paraffinici, tricloroetilene, tetracloroetilene, triclorobenzeni.
Sarebbero tutti scarti di lavorazione di industrie chimiche che tuttavia sono molto comuni sul territorio nazionale. Gli inquirenti non escludono però nemmeno il fatto che possano aver viaggiato anche per centinaia di chilometri prima di finire intombati in Abruzzo.
Per questo «i danni prodotti all'ambiente sono incalcolabili e, fermo restando la situazione di fatto, dureranno migliaia di anni» ha dichiarato il sostituto procuratore Aceto.
Tuttavia nonostante i reati contestati siano anche «inquinamento delle acque destinate all'uso pubblico» gli inquirenti hanno tenuto a tranquillizzare l'opinione pubblica dicendo che «l'acqua che beviamo è potabile e non ha subito contaminazione».
Dietro tutto questo precise «strategie aziendali». Il terreno è di proprietà di una società immobiliare che farebbe capo alla galassia Montedison.

L'AREA E' MOLTO PIU' ESTESA

Intanto continuano i prelievi ed i sondaggi per definire con maggiore precisione la mappa dei veleni ed è certo che l'area possa arrivare anche a 6 ettari, forse molti di più.
Dunque, anni e anni di rifiuti industriali gettati a marcire; miliardi e miliardi risparmiati per quelle ditte che hanno potuto beneficiare di questo particolare "bonus" sul bilancio di chissà quanti anni.
Una operazione di sicuro vasta e compiuta alla luce del sole. Ma se pure i camion si muovevano di notte le ruspe avrebbero dovuto preparare per giorni i profondi sbancamenti ed il letto sul quale poggiare la marea di veleni. Possibile che nessuno abbia visto?
Volendo anche concedere che tutto si sia svolto di notte, per centinaia di notti, le luci dei mezzi sarebbero state comunque visibili.
Ma facciamo finta che lavorassero al buio per anni è stato visibile comunque il terreno smosso dove non è cresciuta l'erba per molto, chiazze enormi che avrebbero dovuto far sorgere domande, dubbi.
Dove erano i cittadini di Bussi?
E l'amministrazione comunale?
I consiglieri?
Possibile che non si siano mai accorti di nulla?
Nessuno ha mai sollevato il problema o posto quesiti?
Sorge il sospetto dell'omertà ma siamo in Abruzzo dove «l'omertà non può esistere perchè qui le persone collaborano tutte con le forze dell'ordine» ha ripetuto spesso di recente il presidente della Regione Del Turco.
Allora vorrà dire che Bussi non passerà alla storia per avere la discarica più tossica e grande d'Europa ma come il paese più distratto del mondo.
Eppure c'è chi continua a sostenere che tutto fosse chiaro e risaputo in paese, che "tutti sapevano" come spesso si dice dopo che il "fattaccio" è stato scoperto… mai prima.
Ma dove sono le persone che hanno protestato, i sindacati, le Rsu, le associazioni ambientaliste che hanno fatto cortei per protestare contro la deprecabile pratica, dove sono le denunce presentate alle autorità inquirenti?

«CI COSTITUIREMO PARTE CIVILE»

Come naturale la vicenda ha sconvolto le amministrazioni locali che a breve dovranno decidere come agire.
«Valuteremo nei prossimi giorni la portata del danno ambientale prodotto nel territorio di Bussi sul Tirino», ha commentato a caldo il presidente della Provincia di Pescara Giuseppe De Dominicis, originario di Bussi e lì residente.
«Ho già dato mandato ai legali della Provincia, nel caso in cui il danno fosse accertato e si dovesse arrivare ad un giudizio, di procedere alla costituzione dell'ente come "parte civile"».
Anche il Comune non starà a guardare: «Di fronte alle notizie che vengono diffuse in queste ore», ha commentato il sindaco Chella, «valuterò la possibilità, in caso di accertamento di un danno ambientale e per la salute dei miei concittadini, e di avvio di un giudizio, per la costituzione
dell'amministrazione comunale come "parte civile"».

IL FIUME INQUINATO

E il vicino fiume Tirino che di lì a poco si confonde con il Pescara come sta?
Che il fiume Pescara sia in "agonia" lo si sa da sempre. Lo scriveva già Legambiente nel 2001.
«Un intero corso d'acqua gravemente snaturato da un pesante impatto antropico non più sostenibile, che ne compromette lo stato ecologico. I mali del fiume Pescara sono da individuare ancora una volta nell'inquinamento delle acque, prodotto da un'indefinita moltitudine di scarichi civili e industriali, spesso abusivi, che riversano i loro veleni direttamente nel fiume senza alcun tipo di trattamento».
Poco chiaro?
«Il quadro», aggiungeva Legambiente, «è ancora più critico se analizzato dal punto di vista dell'efficienza del sistema di depurazione esistente, ancora fortemente inadeguato e insufficiente. Un fiume usato quindi come grosso collettore fognario, ma anche come risorsa idrica da spremere fino all'ultima goccia. È questo lo scandalo del "fiume rubato"».
Da allora sono migliorate le cose?
Non sembrerebbe se lo Stato ha nominato un commissario di bacino addetto a sovrintendere e vigilare su come spendere oltre 10 milioni di euro che sono ancora lì e servono proprio per il disinquinamento.
Viste le numerose sostanze presenti nell'acqua, gli stessi inquirenti ammettono che i veleni della discarica sono finiti e continuano a finire nel fiume, dunque nel mare. Chissà quanti di questi residui industriali sono andati più in profondità a lambire qualche falda.
Oltre alle decine di scarichi abusivi ora conosciamo un'altra fonte di inquinamento del Pescara.
Ma almeno in quest'ultimo la prescrizione non scatterà visto che la procura ha ipotizzato un reato continuato, dunque i responsabili sono punibili a tutti gli effetti, ancora oggi.

OGGI LA SOLVAY

E l'aria come va?
Da alcuni anni la Solvay sta lavorando per la riconversione del sito e per il ridimensionamento del polo industriale attraverso progetti di rilancio portati avanti dalla Provincia di Pescara. A tal proposito nel 2006 è stato costituito l'Osservatorio provinciale sulla chimica. Anche la Regione Abruzzo ha assicurato l'impegno a individuare particolari condizioni per rendere "attrattivo" il sito industriale per nuovi investitori.
Ma appena l'anno scorso in un altro dossier di Legambiente venivano riscontrate "zone calde" per quanto riguarda l'inquinamento atmosferico e nello specifico: mercurio.
«La prima zona era sulla strada pubblica», scriveva Legambiente, «che costeggia il lato sud del sito, proprio a ridosso del muro della sala celle, ove sono presenti le bocche di aerazione. Qui si sono registrati valori molto alti di concentrazione di mercurio in atmosfera, fino a circa 7.700 ng/m3. L'altro sito a nord ovest, vicino al corso d'acqua, in presenza di un cantiere con lavori in corso e terreno movimentato appena sotto le tubature con vapori a 180 °C della centrale termoelettrica. In questa zona, distante dall'impianto cloro-soda e sopra vento, si è osservato un valore di picco di 1.700 ng/m3».
Scopriamo certo l'acqua calda se diciamo che Bussi è da sempre un sito degno di particolari attenzione dal punto di vista della pericolosità ambientale (non a caso è inserito nella lista del Ministero che elenca le industrie ad alto potenziale di rischio).
Ancora una volta, dunque, non si spiega tutta la sorpresa suscitata dal ritrovamento della mega discarica. In fondo non sembra essere il posto più impensabile.


LA STORIA INDUSTRIALE DI BUSSI

Bussi è stato da sempre considerato un sito interessante grazie all'acqua, così nel 1901 la società Franco-Svizzera di Elettricità, divenuta poi Società Italiana di Elettrochimica, ottenne la
concessione di installare impianti per la produzione di cloro, sfruttando il fiume sia per il fabbisogno di acqua dell'industria stessa che per la produzione di energia elettrica.
Nel 1907 Bussi rappresenta la prima produzione in Italia dell'Alluminio con il metodo Elettrochimico, utilizzando la Bauxite di Lecce dei Marsi.
Dopo la Prima Guerra Mondiale il polo industriale si concentra sulla produzione di Ferro-Silicio (corazze per le navi), Clorati (per esplosivi), Fosgene (da Tetracloruro di Carbonio per gas asfissianti), Ioduro e Cloruro di Benzile (gas irritanti e lacrimogeni), Acido Benzoico (irritanti).
Nel dopoguerra, dopo un periodo in discesa, Bussi torna protagonista nel panorama della chimica nazionale con idrogeno e azoto, (da qui arrivò l'idrogeno che permise al dirigibile "Norge" e al comandante Nobile di raggiungere il Polo Nord).
Nel 1921 la svolta definitiva per Bussi Officine con la "Società Elettrochimica Novarese" che porta alla completa industrializzazione dell'Alta Val Pescara.
Secondo alcune testimonianze si sarebbe prodotto intorno al 1930 anche l'Iprite, il gas nervino che provocava ustioni terribili e distruzione delle cellule.
Era stata messa al bando dalla Convenzione di Ginevra fin dal 1925 conosciuto anche come «gas mostarda», impiegato secondo alcuni studiosi anche da Mussolini nella guerra d'Etiopia.
Negli anni '30 gli impianti passarono sotto la gestione della Montecatini che dal 1960 concentrò lo sfruttamento degli impianti per la produzione di cloro, clorometani, cloruro ammonico, piombo tetraetile e trielina.
Nel luglio del 1966 venne costituita la SIAC (Società Italiana Additivi per Carburanti) che assunse, nel gennaio del 1967, la gestione del settore produttivo piombo-alchili di Bussi; contemporaneamente il 50% del capitale della SIAC venne acquisito dalla Associated Octel Company di Londra e da questa joint-venture trasse notevole impulso la produzione di piombo tetraetile e poi quella di piombo tetrametile, cessata nel 1993 a seguito dell'espansione del consumo di benzine senza piombo.
Nel 1975 fu realizzato l'impianto per la produzione di metasilicato di sodio, tra il 1989 e il 1994 furono potenziati gli impianto per l'acqua ossigenata e per il clorometano, fu avviato un nuovo impianto per il cloruro di metile, per il perborato di sodio e per il di silicato, nel 1995 fu installato un nuovo impianto per la produzione di detergenti domestici con la caratteristica di
esercitare a freddo l'effetto sbiancante a cui si uniscono le proprietà battericide.

SCURCOLA MARSICANA UNA BOMBA ANCORA SOTTO I PIEDI

Quello di Scurcola Marsicana è un lampante esempio di come, dopo gli scandali, le "bombe ecologiche"continuano a fare danni indisturbati e nel silenzio più totale delle istituzioni.
Probabilmente saranno in molti a ricordarsi i titoloni dei giornali che nel 1996 annunciarono il sequestro dello stabilimento della società Biolite srl da parte dei carabinieri del nucleo operativo ecologico.
La società che aveva ricevuto un'autorizzazione della Regione per la creazione di compostaggio dai rifiuti urbani in realtà utilizzava il sito per stoccaggio e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi.
Dopo le indagini della Forestale si scoprì come all'intero dello stabilimento non finivano soltanto fanghi (risultato della depurazione di rifiuti civili) ma nel compost finivano sostanze tossiche di scarichi di molte industrie alimentari, farmaceutiche, manifatturiere, della concia delle pelli.
Il sito, una volta accertata la sua pericolosità, non è mai stato bonificato.
Alcuni anni dopo sul luogo abbandonato furono effettuati dei prelievi e delle analisi chimiche.
La studiosa Mariagrazia La Monica per oltre un anno raccolse campioni di terreno facendo scoperte sconcertanti: terreno e acqua erano fortemente contaminati.
Non solo ma anche le piante avevano subito una mutazione genetica.
«I campioni testati in alcuni casi», scriveva La Monica, «presentano effetti di inibizione dalla germinazione e dell'allungamento radicale».
Venne fatta crescere una piantina di "Lactuca sativa" sul terreno tossico, anche in questo caso i dati hanno evidenziato forti mutamenti genetici.
Nelle conclusioni dello studio si può leggere come il sito «abbia ricevuto forti mutamenti dai materiali tossici che sono stati stoccati. Ma anche la vegetazione è stata influenzata dalla composizione chimico-fisiche del materiale presente nei cumuli di rifiuti».
Danni ambientali studiati, verificati, accertati ma che da 10 anni continuano a pesare sulle spalle delle istituzioni come una cambiale che accumula, giorno dopo giorno, una quantità sempre maggiore di interessi pagare.

L'ABRUZZO AL CENTRO DEL TRAFFICI DI RIFIUTI

La nostra regione, forse per la sua conformazione e posizione geografica, è stata sempre al centro delle attenzioni dei trafficanti di rifiuti e degli speculatori del settore.
Ormai da più di vent'anni vi sono centinaia di segnali e indizi: lampi che rischiarano a giorno per un pò un singolo aspetto di questo mondo sommerso.
Ci si deve, dunque, accontentare di questi "fari" che ci danno una comprensione parziale ma approfondita su singoli tentativi (scoperti) di violare la legge.
Sono allora moltissime le inchieste e le operazioni di polizia che in tutti questi anni ci hanno detto molto su dove e come si smaltiscono i rifiuti, come ci si guadagna e come la si può far franca.
Tutti i segnali di allarme, però, dopo comprensibili giorni di scalpore non sembra siano stati presi con la dovuta cautela.
Così l'Abruzzo da sempre è al centro dei traffici di rifiuti dal Nord, dalla Puglia o dalla Campania facendo parte di quella famigerata "rotta Adriatica" di cui si è parlato negli anni ‘90.
Ma se solo una piccolissima parte dei traffici e delle discariche sono state scoperte dalle forze dell'ordine a gettare sconforto è il fatto che la maggior parte delle persone incriminate se la sono invece cavata o per inadeguatezza delle norme o per la prescrizione dei reati.
Nei primi anni '90 sporadiche interrogazioni parlamentari accennano alla «pericolosa commistione tra rifiuti e mafia» o come si chiama oggi "ecomafia" con propaggini che finivano in un modo o nell'altro anche in Abruzzo, con infiltrazioni malavitose provenienti dalla camorra.
Il 24 febbraio 1998 a L'Aquila arriva la commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti.
In quella occasione lo scenario era chiaro: «Dai sopralluoghi effettuati e dagli incontri svolti finora abbiamo acquisito la consapevolezza che quella abruzzese è una situazione particolarmente allarmante, con riferimento sia agli smaltimenti illeciti sia alla penetrazione delle associazioni a delinquere nel traffico dei rifiuti».
Si precisava tuttavia che non si disponeva di «elementi di certezza in merito ad una possibile presenza della criminalità organizzata in questo settore», ma si considerava comunque la situazione dell'Abruzzo «particolarmente preoccupante», tanto da spingere a rivolgere a tutte le autorità «una pressante istanza affinché i controlli, per quanto possibile, siano più efficaci e penetranti».

ALCUNE INCHIESTE ECLATANTI

Zona calda fin dalla fine degli anni '80 divennero le cave nella Marsica, divenute «sito elettivo di discarica».
Tutto ad opera della «camorra casertana che si appoggiava a clan satelliti locali».
Spostandosi, invece, nella zona di Lanciano si ricorda un'operazione ("Mori") che fece emergere con chiarezza «sia fenomeni di collusione amministrativa per il rilascio di autorizzazioni alle discariche, sia l'esistenza di collegamenti (mediante i noti meccanismi di smaltimento) tra attività di traffico illecito di rifiuti ed attività di gestione di cave per l'estrazione di materiale inerte per l'edilizia». Nel centro di smaltimento della ditta coinvolta nelle indagini, localizzato a Cerratina di Lanciano, formalmente veniva condotta un'attività di cava, in realtà si utilizzava la cava per seppellire rifiuti.
Altre vicende significative sono quelle relative alla gestione della cava Masci, in provincia dell'Aquila, dove risultano smaltimenti illeciti di rifiuti pericolosi provenienti da altre regioni.
Ci fu poi il caso nel 1995 che interessò il depuratore di Montesilvano, nel quale sono stati smaltiti rifiuti industriali provenienti da diverse zone del nord Italia, in prevalenza stoccati presso un impianto di Forlì e trasportati da un indagato, che nel piazzale di sua proprietà aveva creato un abusivo allaccio alla pubblica fognatura con sversamento direttamente dai mezzi.
Emerge, invece, uno spaccato del traffico transregionale dei rifiuti che coinvolge anche la discarica di Ancarano (Te). Il traffico, finalizzato principalmente allo smaltimento di rifiuti solidi urbani, interessava anche rifiuti speciali e/o tossico-nocivi, provenienti dalle aree del nord-est.
La procura della Repubblica di Chieti, invece, indagò alla fine degli anni '90 su rifiuti pericolosi che avevano come epicentro Tollo.
Per avere un altro piccolo tassello da aggiungere al mosaico si pensi che soltanto nel 2000 sono state sequestrate diverse discariche abusive che contenevano circa 200 tonnellate di materiale di risulta, insetticida liquido e 1.800 litri di olio esausto. Tutto fu portato alla luce dalla Guardia di finanza di Vasto in due discariche abusive a Fossacesia e Fresagrandinaria.
Si è conclusa, infine, con 16 condanne da parte della magistratura di Avezzano l'operazione denominata "Ebano" avviata nel dicembre del 1996, riguardante un giro di rifiuti speciali e industriali provenienti dal Nord Italia e smaltiti illegalmente in sei discariche abusive
della Marsica.
Lo scorso anno l'operazione "Mare Chiaro" che ha messo in luce come invece le sostanze tossiche dagli impianti della Ciaf Ambiente di Atessa finissero nel mare pugliese dopo un viaggio clandestino.
Si può dire, dunque, che l'Abruzzo convive da sempre con discariche abusive e traffici di rifiuti. Forse bisognerebbe, per il futuro, magari, distrarsi solo un po' di meno.

Alessandro Biancardi 12/04/2007 8.04