E' morto il professor Leonardo Vecchiet

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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CHIETI. Era lo storico medico dello staff sanitario della nazionale italiana durante i mondiali vittoriosi di Spagna '82. Leonardo Vecchiet, nato 73 anni fa a Trieste era professore Ordinario di Medicina Interna presso l'università di Chieti, Direttore del Dipartimento di Medicina e Scienze dell'Invecchiamento e responsabile del Centro universitario di medicina dello sport (Cums) dell'Università d'Annunzio, situato nell'area del complesso sportivo "Le Naiadi" di Montesilvano e responsabile della sezione medica del Centro Tecnico di Coverciano.
Nel 1985 Vecchiet ha istituito il Centro per le cefalee ed il dolore cranio-facciale, nel 1991 ha istituito il Laboratorio di Fisiopatologia del dolore viscerale e nel 1998 il Centro per lo studio del dolore miofasciale.
E' stato autore di oltre 600 lavori originali, comprensivi di relazioni e comunicazioni, libri e capitoli di libri pubblicati in Italia e all estero.

Vecchiet visse anche una tragedia personale, per una ingiusta detenzione, riconosciuta come tale dalla Suprema Corte nel 2003, per cui non ha mai ricevuto alcun risarcimento. Rimase in carcere dal 7 aprile del '94 al 27 giugno dello stesso anno.
Il medico era imputato per corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio e assolto, per insussistenza del fatto, con sentenza del tribunale di Roma del giugno del 2003.
In particolare, come si legge nella sentenza, «la vicenda giudiziaria che ha coinvolto il professor Vecchiet si inserisce nel contesto delle complesse indagini che hanno riguardato ipotesi di corruzione formulate a carico di Duilio Poggiolini, all'epoca direttore generale del servizio farmaceutico presso il Ministero della Salute».
Secondo l'accusa, che si rivelò infondata, l'ex medico della Nazionale aveva ricevuto dal presidente della casa farmaceutica Sigma-Tau «indebiti compensi al fine di accelerare presso la commissione unica del farmaco, di cui Vecchiet era componente, la trattazione e la positiva valutazione delle pratiche relative ad alcuni prodotti farmaceutici».
A luglio del 2006 aveva commentato dalle pagine del quotidiano Il Centro la vittoria della Nazionale di calcio appena divenata Campione del Mondo.

L'ULTIMO SALUTO A VECCHIET

Si è spento questa mattina, all'età di 73 anni, presso l'Ospedale Santissima Annunziata di Chieti, il professor Leonardo Vecchiet.
Per portare l'ultimo saluto al professor Vecchiet, è stata allestita la Camera Ardente presso Il CUMS (Centro Universitario di medicina sportiva), a Chieti Scalo, in viale Abruzzo 322; i funerali si svolgeranno domani, alle ore 15.00, nel Duomo di San Giustino, a Chieti.

Leonardo Vecchiet, nato a Trieste il 2 maggio 1933, si è laureato a Firenze nel 1957 e lì è entrato in contatto per la prima volta con lo studio del dolore, particolare campo di ricerca della scuola fiorentina, che il professore, una volta trasferitosi in Abruzzo, nel 1967, ha continuato ad approfondire alla “d'Annunzio”, portando alla realizzazione dei Centri per le cefalee e il dolore cranio-facciale.

«Sviluppare il concetto dell'utilizzazione dell'attività fisica per tutti: questo è l'insegnamento di Leonardo Vecchiet», dicono alla D'Annunzio, «e questo è alla base della realizzazione di un centro come il Cums, il centro universitario di medicina sportiva di cui è stato direttore fino allo scorso anno, della scuola di specializzazione di Medicina fisica e della riabilitazione, del corso di laurea in Fisioterapia e dei due corsi di aggiornamento in Chinesiologia e Chinesiologia rieducativa.
L'amore e l'entusiasmo per il proprio lavoro di docente e studioso non sono mai stati intaccati, fino alla fine dal male che lo ha colpito. La Sua profonda umanità, la Sua vasta cultura che spaziava in campi molto diversi e distanti da quelli più strettamente professionali, la Sua onestà di uomo e di scienziato rimarranno sempre vive nel ricordo di quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo».

IL RETTORE CUCCURULLO

«Ci incontravamo tutte le domeniche, da sempre, tanto che non riesco più a ricordare la prima volta che ci siamo conosciuti», lo ricorda oggi il rettore dell'Università Franco Cuccurullo, «sono arrivato a Chieti il primo gennaio del 1980 e, da allora, quell'incontro domenicale è stato una costante. Il caffè era la scusa per non rinunciare a un momento di confronto, a una autoconfessione reciproca, per dirci le cose che non avremmo mai detto a nessuno. Nei momenti di insicurezza, Leonardo mi dava il sostegno che cercavo e io stesso ero un sostegno per lui. A volte mi rimproverava; è successo persino negli ultimi giorni, e mi diceva “Franco risparmiati, lavori troppo”. L'ultimo incontro con Leonardo è avvenuto l'ultima domenica di gennaio. Era assopito a causa dei sedativi che gli venivano somministrati per lenire il dolore. Dopo il mio saluto, appena sussurrato, si è illuminato in un sorriso e ha pronunciato il mio nome. E' l'ultimo ricordo che ho di lui, in vita. Ma tutti gli altri ricordi rimarranno per sempre custoditi nel mio cuore».

IL DIRETTORE GENERALE, MARCO NAPOLEONE:

«Non so se ho conosciuto i giorni più belli. Non so se ho conosciuto le cose più belle. So che ho conosciuta una delle più belle figure di uomo. Pur addolorato, per aver assistito ancora una volta all'implacabile teatro della vita, conserverò nel mio cuore la serenità e la bontà che ti sono sempre appartenute».

IL PRESIDE DELLA FACOLTÀ DI MEDICINA E CHIRURGIA, CARMINE DI ILIO

«Ricordo la sua grande passione e la voglia di lavorare per quelle cose che aveva costruito. Anche dopo essere andato in pensione, Vecchiet ha continuato a collaborare con me per seguire le attività del Cums, il Centro di Medicina sportiva da lui creato. Negli ultimi tempi stavamo preparando insieme il convegno annuale per i medici di Medicina sportiva che si erano laureati a Chieti con lui. Avevamo ancora bisogno dei suoi consigli e del suo lavoro. Soprattutto mancherà, l'amico personale a cui ci si poteva rivolgere per un un parere, un aiuto, con la sicurezza di averlo sempre disponibile, paziente, attento, partecipe».


La scorsa estate il professor Vecchiet venne intervistato dal quotidiano Il Centro in occasione della storica vittoria della nostra nazionale ai mondiali di Germania

ECCO QUELLA INTERVISTA

E' quasi un'istituzione: ha ricoperto numerosi ruoli nella Federcalcio, nella Fifa e nella Federazione medico-sportiva italiana. Da parecchio tempo è docente universitario e ha anche diretto per 14 anni il Centro di medicina dello sport dell'Università G.D'Annunzio a Chieti. Tra le onorificenze conseguite, spiccano il titolo di Cavaliere di Gran Croce e la Stella d'Oro al merito, assegnata dal Coni.

Cos'ha provato quando Fabio Cannavaro ha alzato la coppa del mondo a Berlino?
«Ho provato un grande entusiasmo. E' stata una vera impresa. L'affermazione di un gruppo eccezionale. D'altronde, quando non funziona il gruppo, risultati straordinari come questo non arrivano».

Un collettivo affiatato e ben organizzato, non ci sono dubbi. Nei momenti cruciali, però, ad essere decisivo è stato proprio un abruzzese.
«Al momento di rompere gli equilibri, anche le caratteristiche individuali hanno giocato un ruolo importante. Sono abituato ai campioni, ne ho visti molti quando ero nello staff della Nazionale, però Fabio Grosso mi ha impressionato. Non tanto per le sue giocate eccezionali, quanto per la facilità con cui le ha realizzate. In Nazionale non si arriva se non si ha una marcia in più. Resto, comunque, della mia idea: non si va lontano senza l'apporto del gruppo e dell'allenatore. E' lui il vero leader».

Lippi è stato un ottimo leader.
«Ha amministrato la rosa alla perfezione, fino all'ultimo».

Ha impiegato anche giocatori che non avevano un passato illustre. E' un peccato, però, che lo stesso Grosso sia esploso solo in età avanzata. Non pensa?
«Perchè dice questo? A 29 anni un giocatore è nel pieno delle sue capacità. Altre quattro stagioni ad alti livelli sono garantite. Il fisico di un calciatore, mediamente, risponde senza problemi fino a 33 anni, se non è usurato dall'eccesso di partite o da traumi del passato».

Non tutti i giocatori sono uguali.
«Certo. Il fattore genetico conta per un buon 40%, ma è lo stile di vita a fare la differenza. Un corretto modo di allenarsi, unito a una sana alimentazione e alle ore necessarie di sonno, aiutano l'organismo a invecchiare più lentamente».

Secondo lei, i talenti brasiliani hanno rispettato queste precauzioni basilari in occasione dei mondiali 2006?
«A vederli si direbbe di no. Sembravano avere un certo grado di sufficienza, proprio in relazione alla loro superiorità tecnica. A questi livelli puoi essere bravo quanto vuoi, ma se non conduci una vita adatta, incontri chi corre molto di più».

E' anche vero che le manifestazioni più importanti arrivano al termine di stagioni ricche di impegni gravosi per i giocatori.
«Sì. Infatti i ct hanno la responsabilità di decidere chi mettere in rosa. Sono affiancati da ottimi preparatori che valutano lo stato di forma dei giocatori. Mentre i medici intervengono in occasione di traumi e infortuni. Posso dire di essere stato io a proporre la medicina dello sport applicata al calcio. Ne abbiamo parlato nelle riunioni di Coverciano a partire dagli anni '70. Adesso nella medicina dello sport ci sono specialisti di altissimo livello, come, per esempio, l'attuale staff medico della Nazionale».

Quest'anno come 24 anni fa, i giocatori sono entrati in forma piuttosto tardi, non le pare?
«Per fortuna. A mio avviso, le prime partite devono essere di assestamento. E' meglio che la forma arrivi in modo graduale, altrimenti si sprecano tutte le energie all'inizio, com'è accaduto in Argentina. Ero nello staff della Nazionale anche nel '68, quando abbiamo vinto gòli Europei. Sia in quell'occasione che ai Mondiali di Spagna l'Italia è partita in sordina per poi esplodere».

Come hanno recuperato la forma i campioni di Spagna '82?
«Avevamo un grande nemico: il caldo. Il compito dello staff medico era quello di ricostituire la riserva idrica dei giocatori. Siamo andati avanti a sali minerali, spremute e passati di verdura».

I successi e l'alimentazione, insomma, vanno di pari passo.
«Come dicevo in precedenza, una buona alimentazione conta moltissimo. Noi italiani siamo avvantaggiati dalla dieta mediterranea, molto equilibrata».

La vera passione dei calciatori non è il cibo, ma sono le donne.
«Bearzot scherzava sempre sull'argomento, ma in ritiro non gradiva la presenza femminile. Diceva che per lui era già difficile tenere a bada la sua squadra, figurarsi mogli e fidanzate».

Il sesso può compromettere l'attività sportiva?
«Non penso, ma è anche vero che i giocatori italiani rendono di più quando fanno sacrifici e sono consapevoli di averli fatti. Per sublimazione, insomma. E' fondamentale per andare in campo tranquilli e sicuri di se'. Certo, quando la pressione psicologica e forte, un po' di stacco non farebbe male. Allora ben venga qualche pausa in compagnia dei propri cari».

Durante eventi importanti, gli atleti a volte perdono la testa, proprio com'è accaduto a Zinedine Zidane quando ha colpito Marco Materazzi. Dipende dallo stress?
«Siamo abituati a definire lo stress come un fatto negativo, ma lo stress è sinonimo di adattamento, ogni azione lo determina. Può essere positivo o negativo. Ora, non so bene cosa sia successo nella mente di Zidane. Non me l'aspettavo da un giocatore di quel livello. Ho affrontato degli studi sul dolore e posso solo fare un'ipotesi. L'infortunio alla spalla nei minuti precedenti, il conseguente dolore e lo stato di tensione, possono aver modificato le sue capacità reattive. Credo non sia riuscito a gestire un allarme psicologico».

Col passare dei minuti diminuisce la possibilità di dominare le proprie reazioni?
«Di solito non succede, però ci sono delle eccezioni dovute all'ambiente circostante e all'importanza dell'evento. Per i tiri dal dischetto il discorso è diverso. La personalità e la determinazione dominano sulla stanchezza. I rigoristi italiani si sono dimostrati più lucidi e tranquilli dei francesi, per esempio».

E avevano una grande "fame".
«Sì, Lippi aveva ragione, ma la fame di vittoria non basta per vincere, occorre freddezza. Noi abbiamo segnato tutti i rigori a disposizione».

E' stata una grande vittoria. Molto bello anche il gesto di affetto dei giocatori azzurri, quando hanno dedicato la vittoria all'ex giocatore Gianluca Pessotto. Ha seguito il suo dramma?
«Non conosco personalmente Pessotto, ma la sua vicenda mi ha colpito. La cosa che mi ha più impressionato, è che sia caduto con un rosario in mano. Mi ha profondamente commosso. Lo trovo un gesto di attaccamento alla vita e alla speranza».

09/02/2007 13.51