Fauna marina, successo dell’oasi di ripopolamento di Pescara

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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«Un considerevole incremento sia delle specie ittiche autoctone, tipiche dei fondali sabbiosi, come sogliole, pannocchie e le cosiddette “gallinelle”, che di quelle solitamente osservabili nei fondali rocciosi, come scorfani, ombrine e mormore».
E' il primo risultato prodotto dalla barriera artificiale sommersa, che è stata piazzata a tre miglia dalla costa pescarese per scoraggiare la pesca a strascico illegale, favorire il ripopolamento della fauna marina e realizzare, infine, un'area subacquea riservata alla piccola pesca, all'acquacoltura, al “fishwatching” e alla pesca sportiva.
Il progetto decennale, che la Provincia di Pescara sta conducendo nel tratto di litorale compreso tra via Sabucchi, in corrispondenza della Chiesa Sant'Antonio e la foce del fiume Saline, interessa uno specchio d'acqua rettangolare di circa 14 chilometri quadrati, delimitato da 268 “campane” di calcestruzzo che fungono da oasi di protezione e riproduzione per pesci, mitili, crostacei e molluschi.
L'intervento, finanziato con il Docup 2000-2006 per un importo totale di oltre 742mila euro (85mila a carico dell'amministrazione guidata da Giuseppe De Dominicis e 657mila dell'Unione Europea), è al primo anno di sperimentazione e mostra già segnali incoraggianti per la salute del mare pescarese e per il futuro del patrimonio ittico.
«I fori di varie forme e dimensioni e le irregolarità presenti sulla superficie delle campane sottomarine, alte due metri e del peso di cinque tonnellate, hanno funzionato da richiamo anche per nuove tipologie di organismi, favorendo la sopravvivenza e il rinfoltimento delle colonie esistenti, seriamente minacciate della pesca a strascico, che è vietata sotto le tre miglia dalla costa, e aumentando al contempo la biodiversità» spiega Carla Giansante, ricercatrice dell'Istituto Zooprofilattico sperimentale dell'Abruzzo e del Molise “Caporale”, al quale è stato affidato il monitoraggio biologico della zona protetta.
Il sistema messo a punto dai settori Ambiente e Lavori Pubblici della Provincia si è rivelato efficace anche contro le incursioni dei pescatori di frodo, che rinunciano ad entrare nel bacino delimitato dai moduli a campana per non rimanere impigliati con le reti. Dalle analisi di laboratorio effettuate dal Centro di Biologia delle Acque di Giulianova, confrontando la situazione dentro e fuori il perimetro dell'oasi ecologica, sono emersi risvolti positivi che incoraggiano l'istituzione, nel lungo periodo, di un parco marino dove praticare la piccola pesca, immersioni, attività di molluschicoltura e ricerche scientifiche.
«Sulle campane – conclude la Giansante – abbiamo trovato perfino ostriche di taglia commerciale: questo ci fa ipotizzare che anche prima dello scadere dei dieci anni di monitoraggio si potrà creare un sistema sostenibile di produzione, raccolta e vendita delle risorse ittiche, a vantaggio del nostro habitat costiero e di tutta la filiera della pesca».
20/06/2006 9.06