La testimonianza: «Tutti sapevano della discarica di Bussi»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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La testimonianza: «Tutti sapevano della discarica di Bussi»
LA TESTIMONIANZA. BUSSI SUL TIRINO - «Tutti sapevano e oggi fanno finta di essere sorpresi. Gli interessi economici erano troppo elevati per portare in luce il disastro ambientale che andava a consumarsi, e si è preferito rimanere in silenzio e vedere il fiume Tirino morire tra gli scarichi tossici». Rivelazioni che potrebbero definirsi choc, quelle di un ex medico di fabbrica operante dal 1965 al 1971 negli stabilimenti di Bussi Officine. LE FOTO E GLI INTERVENTI SULLA DISCARICA
Il dottor Aurelio Argento più volte dice di aver tentato di denunciare la grave situazione che caratterizzava l'area nei pressi della stazione ferroviaria dove proprio lunedì mattina è stata rinvenuta la più grande discarica abusiva di materiale tossico presente in Abruzzo.
Secondo lui ed altri indizi disseminati la pericolosità del luogo per sostanze tossiche era nota da anni e cristallizzata anche in documenti ufficiali.
«Si cercava di nascondere tutto – sostiene il dottor Aurelio Argento – e, quotidianamente, era una battaglia per cercare di eseguire il mio lavoro. I capi reparti cercavano di rendermi la vita impossibile sollevandomi dagli incarichi. Secondo loro mi intromettevo troppo, ma io volevo fare solo il mio lavoro. Quando arrivarono gli inglesi della ditta 'Octel' – continua Argento – mi fecero molti complimenti per il mio modo di operare; io non mi limitavo solo a fare semplici visite mediche, ma visitavo anche i luoghi dove i vari dipendenti passavano gran parte del tempo. Erano ambienti malsani e a rischio contaminazione; è vero erano altri tempi e c'era anche una diversa sensibilità verso il problema ma tutta la zona era piena di sostanze tossiche come mercurio, piombo, trielina e acido cloridrico, sostanze pericolosissime per la salute dell'uomo», sostiene il medico.
Il racconto del sanitario affonda le radici in tempi lontani quando il polo di Bussi calamitava interessi economici ma soprattutto dava lavoro a moltissime persone del circondario in quell'Abruzzo che era ancora più simile a quello del dopoguerra che a quello di oggi.

«Più volte – spiega il medico di fabbrica – ho cercato di dimostrare come quei luoghi erano pericolosi e come l'area della stazione ferroviaria era diventata la zona dei depositi tossici, ma ogni volta ero osteggiato e nessuno ha mai avuto il coraggio di rispondermi apertamente. In quegli anni l'ambiente lavorativo si era fatto ostile ed io preferii trasferirmi a Popoli con l'incarico di ufficiale sanitario; anche da lì continuavo a sapere dei traffici illeciti portati avanti da quelle fabbriche, ma mai nessuno è intervenuto seriamente sul problema».
«Ricordo – continua Argento – che solo una volta riuscii a fare delle osservazioni sul caso al magistrato dell'epoca riguardo ai seppellimenti di scorie di lavorazione, ma non fu abbastanza».
Le dichiarazioni del medico di fabbrica descriverebbero una situazione drammatica per molti anni tenuta nascosta, e che solo oggi si è trasformata nella più incredibile bomba ecologica che abbia colpito l'Abruzzo.

Ivan D'Alberto

LE INDUSTRIE DI BUSSI NEL SECOLO SCORSO

All'inizio del '900 Bussi sul Tirino era considerata la prima città operaia abruzzese.
Forte della vicinanza con il fiume, considerato per decenni il più limpido d'Italia, il paese ha visto il suo primo insediamento industriale a valle nel 1898 quando, la società Franco-Svizzera "Elettrochimica Volta" iniziò i rilievi per la derivazione del fiume per le centrali idroelettriche per ottenere energia con la quale realizzare impianti elettrochimici e produrre prodotti chimici di base.
Nel 1902 partì l'avvio dell'impianto di Elettrolisi del Cloruro di Sodio, primo in Italia. «Il raccordo ferroviario», si legge ancora oggi nel sito del Comune, «consentiva l'agevole spedizione dei prodotti: Soda caustica liquida e solida, Cloruro di Calce, Ipoclorito di Sodio, Idrogeno, Acido Cloridrico ottenuto da Cloro gas».
Qualche anno dopo giunge un nuovo primato: nel 1907 Bussi rappresenta la prima produzione in Italia dell'Alluminio con il metodo Elettrochimico, utilizzando la Bauxite di Lecce dei Marsi (AQ).
Dopo la Prima Guerra Mondiale il polo industriale si concentra sulla produzione di Ferro-Silicio (corazze per le navi), Clorati (per esplosivi), Fosgene (da Tetracloruro di Carbonio per gas asfissianti), Ioduro e Cloruro di Benzile (gas irritanti e lacrimogeni), Acido Benzoico (irritanti).
Nel dopoguerra, dopo un periodo in discesa, Bussi torna protagonista nel panorama della chimica nazionale con idrogeno e azoto, (da qui arrivò l'idrogeno che permise al dirigibile "Norge" e al comandante Nobile di raggiungere il Polo Nord).
Nel 1921 la svolta definitiva per Bussi Officine con la "Società Elettrochimica Novarese" che porta alla completa industrializzazione dell'Alta Val Pescara.

LA BUSSI OFFICINE

Nel 1929 l'Azienda controlla 44 società, dà lavoro a 18.000 operai, produce l'80% delle Piriti Italiane, il 55% dell'Acido Solforico, il 62% dei Perfosfati, il 65% del Solfato di Rame, poco meno dell'80% dell'Acido Citrico e il 66% dei Concimi Azotati.
«Ai dipendenti di Bussi Officine», si legge in un articolo di Pino Greco pubblicato sul Messaggero nel 1995 «fu riservata un'attenta politica aziendale, finalizzata ad aumentare la produttività ed a promuovere l'intesa tra direzione e dipendenti, senza pensare (a quei tempi non vi era questa coscienza) ai disastri ambientali e alle morti premature che la catena di produzione chimica innescava».
«Venne realizzato inoltre un vero e proprio villaggio operaio di Bussi Officine completato nel 1926, le abitazioni si trovavano all'entrata principale della Fabbrica. Bussi Officine era per quei tempi un' "oasi felice"» . Nel 1928 ci fu poi «l'esplosione di un gasometro di Acetilene; nel 1930 per avvisare dell'incendio del gasometro a Idrogeno con conseguente evacuazione degli abitanti di Bussi Officine e di Bussi Paese; nel 1935, per lo scoppio di un serbatoio di Cloruro (2 morti); nel 1938, a causa dell'esplosione del reparto A.T.D. (2 morti); nel 1954 per il grave incidente da Cloro con la fuoriuscita di 3-4 tonnellate di sostanza con molti intossicati da esalazioni tra cui la maestra Lola Di Stefano che morì in conseguenza del cloro respirato per mettere a riparo i suoi allievi». Secondo testimonianze di archeologia industriale a Bussi si sarebbe prodotto intorno al 1930 anche l'Iprite, il gas nervino che provocava ustioni terribili e distruzione delle cellule. Era stata messa al bando dalla Convenzione di Ginevra fin dal 1925 conosciuto anche come «gas mostarda», impiegato secondo alcuni studiosi anche da Mussolini nella guerra d'Etiopia. Doveva il nome alla cittadina belga di Ypres, dove venne impiegato per la prima volta dagli Imperi Centrali nella Grande Guerra ma sembra sia stato utilizzato anche durante la seconda guerra mondiale dagli italiani. Nel 1974 venne poi effettuata la bonifica dell'intero sito guarda foto)
COS'E' L'IPRITE
 
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15/03/2007 9.43



LA PROVINCIA DI PESCARA: «PIENI POTERI AL COMMISSARIO GOIO»

«L'area fluviale del fiume Aterno-Pescara è soggetta già all'azione di un commissario, dotato di pieni poteri e di consistenti risorse finanziarie».
Lo ricorda il presidente della Provincia di Pescara, Giuseppe De Dominicis, in una lettera indirizzata al presidente del Consiglio dei ministri, Romano Prodi, al ministro dell'Ambiente e Tutela del territorio e del mare, Alfonso Pecoraro Scanio, al capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, al presidente della Regione, Ottaviano Del Turco e al commissario delegato per il bacino dell'Aterno-Pescara, Adriano Goio.
Da Bertolaso, inoltre, il presidente della Provincia – dopo un contatto telefonico - ha ottenuto la convocazione nei prossimi giorni di un tavolo istituzionale per la discussione delle misure necessarie a fronteggiare l'emergenza che si è creata in alta Val Pescara.
Secondo De Dominicis, insomma, esiste già una figura dotata di pieni poteri per affrontare la grave emergenza che si è creata: «Ricordo che il decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 14 dicembre del 2005, con il quale è stato proclamato lo stato di emergenza in relazione alla crisi socio-economico-ambientale del bacino del fiume Aterno, e del quale il fiume Pescara costituisce la parte principale è stato così motivato: “Considerata la grave situazione determinatasi nell'asta fluviale del bacino del fiume Aterno, a causa della presenza di sostanze inquinanti e pericolose per la salute dell'uomo e per l'ambiente rilevate nei reflui scaricati”».
A spingere De Dominicis su questa strada, la constatazione che risalire attraverso l'azione della magistratura, alle effettive responsabilità dell'inquinamento del sito, prevede necessariamente tempi lunghi.
Difficilmente compatibili con l'esigenza di interventi tempestivi che tutta l'opinione pubblica pescarese ritiene invece necessari:
«I costi ipotizzati per la bonifica, ad una prima stima ammonterebbero a circa 50–60 milioni di euro, somma che non è assolutamente nelle disponibilità immediate né del Comune di Bussi sul Tirino né della Regione Abruzzo. Mentre, al contrario, il commissario dispone di risorse dedicate ad interventi urgenti per il risanamento ambientale dell'alveo fluviale, a forte rischio di contaminazione da parte della discarica».

15/03/2007 11.13