Sanità privata sotto attacco, le prove generali con Villa Pini

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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Sanità privata sotto attacco, le prove generali con Villa Pini
CHIETI. Una seconda interrogazione sulla gestione della sanità abruzzese da parte del deputato Daniele Toto, l'incontro di lavoratori e sindacati di Villa Pini con il Prefetto di Chieti alla presenza dell'assessore regionale Lanfranco Venturoni (accompagnato dal sub commissario Giovanna Baraldi). * IL CURATORE FALLIMENTARE:«ANGELINI MESSO IN CRISI DAI RITARDI DELLA REGIONE» * L’ INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA DI DANIELE TOTO (Pdl)  
E poi le reazioni piccate della Giunta regionale all'iniziativa di Toto, che però aspetta risposte dal Governo.
La Pasqua non ha allentato la tensione sulla sanità e sul Gruppo Villa Pini, mentre si annunciano all'orizzonte grossi nuvoloni per tutte le cliniche private chiamate a sottoscrivere i contratti con la Regione, pena la sospensione degli accreditamenti.
Proprio di questo Toto chiede conto al Governo, ripercorrendo il modo irrituale con cui il sub commissario Giovanna Baraldi ha imposto condizioni capestro agli imprenditori privati, senza tener conto delle sentenze sfavorevoli del Tar contro la Regione.
Ma l'interrogazione si sofferma anche sulla crisi di Villa Pini e sulla difficoltà di assicurare in Abruzzo i “Lea”, cioè i livelli essenziali di assistenza.
Poco soddisfacente la risposta a mezzo stampa da parte dell'assessore Venturoni (e non di Chiodi) che difende l'operato del commissario (sempre Chiodi) con la giustificazione che comunque il Governo sapeva e sa tutto della sanità abruzzese e condivide le scelte fin qui operate.
Addirittura il Governo si sarebbe congratulato con Chiodi per i progressi registrati nel piano di rientro dai debiti che, come noto, si poggia sulle tasche dei cittadini abruzzesi, sulla cancellazione della spesa per Villa Pini e sui tagli all'assistenza (mentre altrove, per esempio nel Lazio, il neo-eletto governatore Polverini parla apertamente di una rinegoziazione del Piano).
L'impressione sgradevole è che l'Abruzzo sia sotto tutela e che non abbia possibilità di autonome iniziative in sanità, sotto il rigido controllo di Sacconi prima e Ferruccio Fazio oggi.
Come se l'ala socialista del Pdl nazionale avesse preso in appalto la sanità abruzzese in vista di future scorribande e per sperimentazioni sul campo di un modello centralista di sviluppo sanitario che affossa gli ospedali pubblici e privilegia le cliniche private, ma non quelle locali.

UN PIANO PER FIACCARE L'ALTRA SANITÀ PRIVATA?

Perché se il Governo “sa e condivide” quello che succede nella sanità abruzzese attraverso i commissari (prima Gino Redigolo, oggi Giovanni Chiodi), il piano elaborato a livello nazionale potrebbe essere stato questo: guardare con simpatia l'arrivo in Abruzzo del San Raffaele di Milano, di cui il ministro alla sanità Ferruccio Fazio è sicuramente tifoso.
Tramontata poi questa idea (troppe beghe in Abruzzo per il decisionismo di don Verzè), ne è venuta subito un'altra: c'è sempre pronto ad arrivare il gruppo Villa Maria, di cui – secondo alcune interrogazioni parlamentari - è tifosa il sub commissario Giovanna Baraldi.
La quale, in stretto contatto con il ministro Fazio, stando a quello che la Giunta regionale fa sapere, taglia gli accreditamenti a Villa Pini, propone contratti capestro alle altre cliniche private, non eroga le somme dovute alle cliniche e fiacca così la resistenza di tutto il settore privato, nel quale si teme per gli stipendi da pagare al personale, come già avvenuto per Villa Pini.
Così diventano inadempienti anche le altre cliniche private e si toglie l'accreditamento anche a loro: altrimenti perchè Angelini sì e Pierangeli o Spatocco no? Con gli accreditamenti in mano, la Regione potrà effettuare una redistribuzione, non dimenticando che c'è l'ospedale di Sant'Omero da potenziare o un altro gruppo privato da sostenere, dopo il collasso per sfinimento di tutte le cliniche oggi esistenti.

IN PERICOLO LA SOPRAVVIVENZA DELLE ALTRE CLINICHE

Ma siccome il Governo sapeva e conosce tutta la situazione, quello che non quadra in questa vicenda è perché la Regione affidi il suo pensiero ai comunicati stampa o alle interviste e non alle delibere o alle determine.
Sarebbe perciò interessante (lo chiede Toto nella sua interrogazione) conoscere cosa pensa il Governo della delibera del 18 febbraio, quella dei tagli alle cliniche, cosa pensa della redistribuzione (come sembra) dei fondi destinati a febbraio ad Angelini verso altre cliniche e cosa argomenta sulla mancata sottoscrizione dei contratti non concordati (come previsto dalla normativa), il che provocherebbe la fine degli accreditamenti e la chiusura di tutte le altre cliniche.
E' stata una delibera “normale”, di quelle concordate con il Governo, oppure si è trattato di una delibera di straordinaria urgenza di quelle che il Governo conosce solo dopo?
Per l'onorevole Daniele Toto, che - pur essendo dello stesso partito di Chiodi - lo scrive nella sua seconda interrogazione, questa è una delibera «non sottoposta al parere preventivo dei ministeri della salute e dell'economia e delle finanze per asserite ragioni di urgenza».
E inoltre il punto è anche un altro: questa delibera risponde pienamente ai criteri «individuati nella deliberazione del Consiglio dei Ministri dell'11 dicembre 2009 di nomina del Commissario ad acta»?
Insomma da che parte stanno Tremonti e Fazio?
Basta saperlo prima. Perché se stanno sulla stessa linea del commissario Chiodi, ciò significa che se il Tar L'Aquila darà ragione al curatore fallimentare sugli accreditamenti, il Commissario continuerà sulla sua strada, come è avvenuto per le altre sentenze. E le vicende di Villa Pini saranno solo l'antipasto del futuro assetto della sanità privata abruzzese.

GIORNI DECISIVI PER VILLA PINI: UNA BANCA È DISPOSTA A SOSTENERLA CON UN FIDO

Finora ha detto sì solo una banca locale. O meglio l'agenzia di Chieti di un grosso istituto di credito nazionale ha dato la sua disponibiltà per un affidamento bancario di 700 mila euro a favore dell'esercizio provvisorio di Villa Pini.
Altre banche locali sono ancora in fase di studio e probabilmente correranno in soccorso del curatore fallimentare solo quando sarà chiaro se vincerà il braccio di ferro con la Regione per gli accreditamenti da restituire alla Clinica fallita.
E nella partita potrebbe avere qualche influenza anche il risultato elettorale al Comune di Chieti, dove il primo degli eletti nel Pdl è stato Domenico Di Fabrizio (torna la corrente della Cassa di Risparmio, come ai tempi della DC?), che con i suoi 849 voti ha staccato impietosamente il capolista senatore Fabrizio Di Stefano che di voti ne ha presi 607.
Detto in altre parole, il gruppo che fa capo a lui non ha sostenuto il capolista ed ha mantenuto una linea autonoma, che potrebbe essere tale anche nella vicenda Villa Pini.
Ciò significherebbe il via libera, con la concessione di un fido, alla sopravvivenza dell'esercizio provvisorio per il quale la Regione e l'altra parte del Pdl non hanno mostrato finora molta simpatia.
Perché fino ad oggi, al di là delle giustificazioni più o meno fondate sulla mancata revoca della sospensione degli accreditamenti, la scelta del Tribunale fallimentare di dare un futuro ai lavoratori della Clinica attraverso l'esercizio provvisorio è stata vanificata dai ritardi della Regione che ha deciso nei fatti e nelle delibere di tagliare totalmente la spesa di Angelini, in attesa di tagliare in parte anche i fondi per le altre cliniche private.

IL TRIBUNALE FALLIMENTARE HA DIFESO IL RUOLO DEL GRUPPO VILLA PINI IN DIFESA DELL'OCCUPAZIONE

Che questa sia la strategia della Giunta Chiodi, lo dimostra anche la resistenza in giudizio davanti al Tar contro il ricorso del curatore: le ultime notizie danno per quasi certa una decisione del Tribunale amministrativo dell'Aquila il giorno 14 aprile. L'esito di questo scontro è importante per un altro fatto nuovo che intanto si è verificato.
Come tutti sanno, la Procura della Repubblica ha chiesto il fallimento di tutte le altre società del Gruppo Angelini e di questo il Tribunale fallimentare dovrà discutere a fine mese, quando già era stata convocata un'udienza da parte del presidente Geremia Spiniello su sollecitazione di un paio di creditori.
Salvo naturalmente l'intervento del Prefetto di Chieti che si è impegnato con i sindacati ed i lavoratori a chiedere un'accelerazione dei tempi del Tribunale.
La scelta del Tribunale finora è sembrata quella di tutelare i dipendenti e le prestazioni sanitarie di Villa Pini ed ora con la decisione sul fallimento di tutto il Gruppo Angelini, si prefigura la volontà di estendere anche agli altri lavoratori queste tutele.
Il progetto sembra cioè quello di conservare insieme tutte le società ex Angelini per creare un polo unico che possa fronteggiare l'arrivo di imprenditori esterni. La domanda è: se fallisce tutto il gruppo, cosa farà la Regione?
Taglierà anche qui gli accreditamenti, continuando il suo braccio di ferro con il Tribunale?
E se li manterrà, ciò significa che il nemico da abbattere era solo la clinica? E perché? Troppe domande spesso hanno una sola risposta: c'era un piano di attacco studiato a tavolino mesi fa e che ora sembra difficile attuare o da cambiare in corsa.
Il fatto nuovo e non previsto è la mobilitazione di tutto il fronte delle cliniche private dell'Aiop: di fatto cioè Luigi Pierangeli & c. si trovano ad essere ora gli alleati più forti di Angelini che prima era il loro nemico giurato.

Sebastiano Calella 06/04/2010 10.11

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IL CURATORE FALLIMENTARE:«ANGELINI MESSO IN CRISI DAI RITARDI DELLA REGIONE»

L'operazione “strangolamento per dilatazione dei tempi” su Villa Pini in particolare (ma il meccanismo sembra essere lo stesso anche per le altre cliniche), lo denuncia il curatore Giuseppina Ivone nel suo ricorso al Tar.
Premesso che il commissario Chiodi si era impegnato a far conoscere dopo l'incontro con il Governo del 17 marzo sia la possibilità del ripristino degli accreditamenti (anche se in forma ridotta) sia i debiti delle Asl verso Villa Pini, «il curatore si è visto costretto ad adire il Tar per tutelare i creditori», non essendo pervenuta nessuna comunicazione dalla Regione, salvo un comunicato stampa che non è un atto deliberativo.
Il primo punto del ricorso si basa sull'errata applicazione della legge 27 del 2009, entrata in vigore il 26 novembre scorso: la sospensione degli accreditamenti – dice la legge - scatta quando per tre mesi l'imprenditore non paga stipendi e contributi. Ma i tre mesi, secondo il curatore, vanno calcolati dopo la pubblicazione della legge e non per il passato, perché nessuna legge può essere retroattiva.
E addirittura prima della scadenza dei tre mesi previsti dalla legge, a Villa Pini si era già provveduto a pagare i dipendenti. Senza dire che la sanzione della revoca è stata un po' frettolosa, in quanto dovrebbe arrivare al termine di un'istruttoria che non c'è stata. Però il fatto più rilevante, sottolinea il curatore nel ricorso, è che mentre Villa Pini deve avere dalla Regione circa 150 milioni di euro, questi soldi non sono mai arrivati mettendo in crisi la Clinica e fornendo il pretesto per la revoca degli accreditamenti in quanto non sono stati erogati stipendi e contributi. “La non estraneità della Regione al prodursi della situazione di obiettiva difficoltà finanziaria di Villa Pini – si legge nel ricorso al Tar - avrebbe dovuto necessariamente indurre la Regione stessa” a non irrogare la sanzione della sospensione degli accreditamenti. Insomma una misura “del tutto irragionevole e sproporzionata” che andrebbe cancellata: infatti la ragione che ha ispirato la legge è quella di punire l'imprenditore che si comporta male e di tutelare i lavoratori che non sono stati pagati (mentre oggi si verifica il contrario).

06/04/2010 10.12

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L' INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA – DANIELE TOTO (Pdl) -

TOTO. - Al Ministro della salute, al Ministro dell'economia e delle finanze. - Per sapere - premesso che:
molteplici provvedimenti della Giunta regionale dell'Abruzzo e del Commissario ad Acta per la Realizzazione del Piano di Rientro Dai Disavanzi del Settore Sanità della Regione Abruzzo, in materia di sanità, sono stati impugnati innanzi alla giustizia amministrativa esitandone l'annullamento totale o parziale dei medesimi; nel solo scorcio del corrente anno, due sentenze del T.A.R. hanno annullato quattro deliberazioni, tre del Commissario ad acta e una della Giunta regionale;

la gestione commissariale, con deliberazione del Commissario ad acta del 18 febbraio 2010 n° 14/2010, definiti, per ciascun erogatore, i tetti di spesa programmati per l'acquisto di prestazioni sanitarie da privati provvisoriamente accreditati alle prestazioni ospedaliere per l'anno 2010 ha “offerto” agli erogatori privati contratti da stipulare entro il termine massimo del 20 aprile 2010 dietro “minaccia” dell'automatica sospensione, “nei confronti degli erogatori privati che non intenderanno stipulare il contratto offerto”, dell'accreditamento predefinitivo con inibizione, a decorrere dalla data del 21 aprile 2010, dell'erogazione di prestazioni a carico del Servizio Sanitario, per l'asserita statuizione dell'“art.8 quinquies, comma 2 quinquies, del D. L.vo 502/92 e successive modificazioni e integrazioni”, in tal senso interpretato;

da notizie correnti, confermate da mezzi di comunicazione che ne hanno dato ampio risalto, risulta che i principali erogatori privati provvisoriamente accreditati operanti sul territorio muovano numerosi, cospicui e pregiudiziali rilievi in ordine a questioni sia procedimentali, lamentando, in specie, fondamentali deficienze di informazioni in fase precontrattuale, oggetto anche di un ricorso al T.A.R., a seguito del denegato accesso alla documentazione occorrente per la prescritta “negoziazione” partecipativa, che sostanziali, in particolare per “l'imposizione” di un modello contrattuale adottato nella citata deliberazione n° 14/2010 del Commissario ad acta;

invero, detta deliberazione commissariale, di cui il “modello di contratto negoziale” (tale qualificato in deliberazione) “per le prestazioni di assistenza ospedaliera, erogate dalle strutture private provvisoriamente accreditate” è parte integrante, appare di una ostinazione sesquipedale sul piano politico-istituzionale, di una temerarietà improvvida su quello amministrativo e di una dannosità potenziale sull'altro ancora, economico, per la disinvoltura con la quale si ripropongono una modalità procedimentale e uno schema contrattuale già censurati e travolti da precedenti sentenze della giustizia amministrativa, di annullamento delle deliberazioni che li adottavano;

in effetti, il T.A.R. Abruzzo, con sentenze n.264/2009 e n.22/2010, ha già puntualizzato di non potersi “sostenere che, al verificarsi del fatto oggettivo costituito dalla mancata sottoscrizione, possa conseguire, in via di automatismo, la sospensione dell'accreditamento”, così inficiando di illegittimità “conseguenza sanzionatoria minacciata” per l'erogatore dissenziente non disponibile alla sottoscrizione del contratto “unilateralmente predisposto”, mentre nella citata sentenza n.22/2010 quel T.A.R. ha pure richiamata la pronuncia della Corte Costituzionale, laddove, consacrandosi il principio secondo cui “la natura negoziale di questi accordi”, quelli, appunto, tra Regioni-ASL competenti e strutture private, “esclude (…) il preteso carattere di arbitrarietà delle scelte poste in essere in questo settore dalle amministrazioni competenti, cosicché appare insussistente anche la censura formulata in riferimento ai canoni di buon andamento e imparzialità”, “è stata valorizzata”, sostiene il T.A.R. Abruzzo, “la fase negoziale di (effettivo) confronto tra l'autorità sanitaria e le strutture accreditate prevista dall'art. 8 quinquies del d.lgs 229/1999”;

si configura come dirimente, dunque, ai fini di una corretta e legittima definizione dei rapporti con le strutture sanitarie private, la prodromica concessione di garanzie partecipative a favore di quest'ultime, il preventivo confronto tra le medesime e la Regione, nell'ambito di una procedura partecipata, appunto, e che sostanzi la natura “negoziale” della regolamentazione contrattuale dei rapporti tra erogatori privati e pubblica amministrazione;

rispetto ai principi statuiti nelle richiamate sentenze, appare, quindi, come una perniciosa “libido succumbendi”, l'inclusione, nell'atto commissariale di cui è evidenza, di fattispecie ad elevato rischio caducatorio, all'esito di eventuali impugnative. Connotazione fatalmente acconcia per quelle clausole caratterizzate, tra l'altro, da meccanismi di consenso “obbligato”, già giudizialmente censurate, contenute in un modello di contratto unilateralmente predisposto al quale si è pervenuti per determinazione autoritativa del Commissario ad acta, con l'adozione della deliberazione in argomento, in relazione alla quale emergono esiziali difetti di consensualità, idonei a preconizzarne una sorte effimera, se impugnata, avendo introdotto regole, di per sé pur indispensabili, in violazione, tuttavia, di quelle altre, altrettanto fondamentali, desumibili dall'ordinamento e dal “diritto vivo” di natura giurisprudenziale. Di tal guisa che ne sortisce una contrapposizione di “regole”, nella quale è manifesta una contraddizione fattuale e in termini non funzionale al perseguimento degli obiettivi dichiarati in narrativa della citata deliberazione;

in proposito e incidentalmente, è d'uopo rilevare che a fronte della pluralità di pronunce giudiziali che ha cassato deliberazioni e decisioni della Giunta regionale o del Commissario ad acta, il Presidente della Giunta regionale d'Abruzzo e Commissario ad acta per l'attuazione del piano di rientro dai disavanzi della sanità, ha ritenuto di dover esporre una strategia di contrasto che, oggettivamente, stupisce, inquieta e preoccupa, non foss'altro per l'indubbia stravaganza istituzionale e per la velleitaria inutilità del proponimento, riassunta in questi termini: “andremo a dire loro”, rivolto ai giudici amministrativi, “che se dovessero continuare ad emanare pronunce favorevoli alle case di cura, farebbero saltare il piano di rientro”…! In altri termini, secondo l'assunto, le pronunce giudiziali non dovrebbero essere ancorate alle disposizioni ordinamentali e al “diritto vivo”, sopra richiamato, ma orientate e condizionate dall'esito della simulazione degli probabili o verosimili effetti che produrrebbero, talché un amministratore pubblico potrebbe ritenersi tutelato da supposte superiori ragioni “di stato” rispetto alle violazioni amministrative, specie se abnormi, commesse nell'adozione di atti. In sintesi, un' “esimente” di assoluta singolarità, teorizzata, ancorché, in ipotesi, involontariamente, tenendo totalmente in non cale ogni e qualsivoglia rilievo eccepibile da chi vi abbia interesse;

in realtà, la concomitante evenienza della procedura fallimentare che interessa una delle principali strutture sanitarie private che operano sul territorio, la Casa di Cura “Villa Pini d'Abruzzo”, per la quale la Curatela fallimentare attende, con prospettive al momento frustrate dalla gestione commissariale, la revoca della sospensione dell'accreditamento, fattore decisivo per orientare, volenti, nolenti o indifferenti, l'assetto economico di una struttura che oltre a dare lavoro a un rilevante numero di persone, da ormai un anno circa in attività lavorativa senza percepire uno stipendio, in barba ad ogni precetto, dalla Carta costituzionale in giù, pur considerando il contemperamento, molto parziale, derivante dalla fruizione, per i soli addetti della casa di cura “Villa Pini”, della cassa integrazione guadagni in deroga, è suscettibile di ingenerare una parossistica acutizzazione delle obiettive, enormi difficoltà del sistema sanitario regionale abruzzese, sia con riguardo prioritario alla capacità di erogazione delle prestazioni sanitarie richieste sia relativamente all'aggravamento dei conti del settore;

il rischio paventato, già elevato nella situazione data, è insito nella statuizione iugulatoria, che lo rafforza ulteriormente, della sanzione applicativa della sospensione dell'accreditamento in caso di mancata sottoscrizione del contratto “offerto” agli erogatori privati, recata dalla richiamata deliberazione commissariale del 18 febbraio 2010; dal 21 aprile 2010, infatti, ogni mancata sottoscrizione contrattuale da parte dei singoli erogatori determinerebbe una contrazione repentina della quantità di prestazioni erogabili, con un vulnus comunque certo per la salute dei pazienti, sia di quelli residenti nella regione che dei sempre meno numerosi extra regionali, in primis, e, nel contempo, anche per i disavanzi sanitari della regione, per il perverso e combinato effetto di una pluralità di fattori implementati a catena a partire dall'allungamento aggiuntivo delle liste d'attesa, già oggi “pazzesche”, secondo l'opinione espressa dall'assessore regionale alle politiche della salute, in un suo intervento pubblico, che indurrebbe chi può e costringerebbe ad arrangiarsi, se e come può, chi dovrebbe, a rivolgere la propria domanda di prestazioni sanitarie, per diagnosi e cura, a strutture pubbliche o private “convenzionate” fuori regione, col risultato di un geometrico incremento di disavanzo nei conti della sanità regionale, il cui aumento è, peraltro, già in atto;

relativamente ai rischi per la salute dei pazienti sul territorio, posto che l'attuale erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza avvenga nel rispetto delle condizioni di appropriatezza e di efficienza nell'utilizzo delle risorse, è necessario almeno chiedersi, tempestivamente e preventivamente, se con l'eventuale, ulteriore ridimensionamento della parte privata del sistema sanitario locale si erogheranno, e come e da chi, le prestazioni stesse ricomprese tra i LEA; considerato che, per esemplificare l'ordinaria e inaccettabile realtà sanitaria regionale, una paziente affetta da un tumore al sistema linfatico, diagnosticato nel mese di novembre, non riusciva a prenotare,per il successivo mese di dicembre, un esame tomografico computerizzato (TAC), di controllo, prescritto per un intervallo temporale coincidente con le festività natalizie, occorrendo quell'esame per ulteriori decisioni terapeutiche, al termine di un primo periodo di quattro settimane di somministrazione di farmaci antiblastici;

lo scenario configurato dall'insieme degli elementi rappresentati, prospetta almeno due rilevanti questioni sulle quali occorre che il Governo fornisca elementi di chiarezza e che attengono, rispettivamente, alla legittimità degli atti posti in essere dal Commissario ad acta, nei quali sembra reiterarsi il difetto di aderenza ai dettati normativi, almeno nel senso e nei limiti, invero ampi, descritti nelle succitate sentenze dei giudici amministrativi, i cui assunti non pare trovino riscontro e attenzione nelle decisioni ulteriormente assunte dalla pubblica amministrazione, nel caso di specie, dal Commissario ad acta, apparendo, pertanto, suscettibili di eventuali rinnovate censure dalle superiori istanze giudiziali, ove esperite, e al pericolo che la “politica sanitaria” presentemente attuata dalla gestione commissariale, sia idonea a precostituire minaccia di gravi disservizi, oltre quelli quotidianamente affrontati, in Abruzzo, dai pazienti, nell'erogazione delle prestazioni del servizio sanitario regionale e alla capacità stessa del servizio sanitario regionale di garantire le prestazioni e i servizi contemplati nei livelli essenziali di assistenza (LEA), previsti e definiti nella normativa nazionale, in particolare ai sensi dell'articolo 1 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 e successive modificazioni;

è, inoltre, opportuno dissipare ogni dubbio per escludere che la fase, già avviatasi, di cospicua contrazione del ruolo della sanità privata nel panorama regionale, non predetermini, singolarmente, l'agevolazione per una futura sua riespansione in un mutato assetto imprenditoriale, anche sull'onda di ragioni emergenziali, nel frattempo pienamente maturate, posto che la parte pubblica del sistema sanitario regionale già oggi, palesemente, mostra di non essere in grado di poter sempre fornire prestazioni e servizi in tempi ragionevoli o prescritti o, relativamente a una sequela di esigenze diagnostiche e terapeutiche, semplicemente essenziali per la salute dei pazienti, donde, oltretutto, l'incremento della mobilità sanitaria interregionale passiva, registrato per l'Abruzzo :-

se, nell'attualità, i LEA risultino, e in che misura, soddisfatti nel territorio regionale abruzzese;

se, il Governo, alla luce delle richiamate sentenze di annullamento totale o parziale delle deliberazioni della Giunta regionale dell'Abruzzo o del Commissario ad acta per la realizzazione del Piano di rientro dai disavanzi del settore sanità della Regione Abruzzo, non ritenga di dover impartire al Commissario ad acta governativo, con formale e idoneo atto, opportune linee guida per disporre la corrispondenza degli eventuali deliberati adottandi alle massime sentenziate e, fatto salvo il diritto di appello, per imporre l'ottemperanza delle sentenze, anche in funzione della prevenzione di inutili aggravi di costi e, in generale, di possibili danni economici, individuandole quali azioni ricomprese tra quelle specificative della funzione attribuita al Commissario;

se, rispetto alla possibile evoluzione del quadro di assetto del sistema sanitario regionale, in particolare alla luce della deliberazione del Commissario ad acta del 18 febbraio 2010 n° 14/2010, non ritenga di dover dar luogo ad una convocazione straordinaria del Commissario ad acta medesimo perché, illustrandone le modalità, dia ampie, motivate assicurazioni sulla capacità di erogazione delle prestazioni sanitarie da parte del sistema locale e, parimenti, sulla loro continuità, successivamente al 20 aprile 2010, nell'eventualità dell'applicazione della sanzione minacciata della revoca dell'accreditamento per gli erogatori privati che rifiutassero, entro quella stessa data, di sottoscrivere i contratti “offerti” col medesimo, citato atto deliberativo del Commissario ad acta;

se il Governo ritenga che gli interventi attuati dalla gestione commissariale del Piano di rientro dai disavanzi del settore sanitario della Regione Abruzzo, in particolare la più volte citata deliberazione del 18 febbraio 2010 n.22 del Commissario ad acta, non sottoposta al parere preventivo dei ministeri della salute e dell'economia e delle finanze per asserite ragioni di urgenza, rispondano pienamente a quelli individuati nella deliberazione del Consiglio dei Ministri dell'11 dicembre 2009 di nomina del Commissario ad acta.