Scontri all'Heaven, parla uno degli arrestati: «non avevo fatto nulla»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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TERAMO. «Nessun “branco che aggredisce poliziotti”, nessuna “notte brava”, nessun oltraggio, alcuna resistenza, nessuna violenza hanno caratterizzato quella notte».


Luca Falcone, uno dei giovani arrestati il 13 marzo scorso fuori la discoteca Heaven ricorda quella notte e vuole ristabilire la sua verità dei fatti.
Luca era stato arrestato insieme ad altri due trentenni nei pressi del locale con l'accusa di lesioni, resistenza, violenza, minaccia, danneggiamento aggravato e rifiuto di fornire le proprie generalità.
Una rissa tra alcuni giovani e l'arrivo della polizia allertata da un buttafuori del locale: anche Luca finisce nel mucchio e viene arrestato.
Se ne sono scritte tante, sostiene oggi il giovane, ma la realtà sarebbe ben diversa da quella descritta poche ore dopo il fatto dai giornali locali.
«Già due giorni dopo», racconta Falcone, «la Procura della Repubblica ha ritenuto che la ricostruzione della vicenda meritava un maggiore approfondimento alla luce delle tante incongruenze emerse in sede di udienza di convalida, rispetto alla versione cosiddetta ufficiale».
«E' mai possibile», si chiede oggi il giovane, «che si finisca in prima pagina senza aver commesso nulla? E' mai possibile essere arrestati per aver adempiuto ad un sacrosanto dovere civico? Evidentemente sì, visto che l'unica colpa della quale io personalmente mi sarei macchiato, e della quale ho dovuto rispondere di fronte ai giudici, è stata quella di aver adempiuto, prima da semplice spettatore e poi da onesto cittadino, ad un preciso dovere civico, ovvero quello di indignarmi alla vista di una ragazza spinta in terra da un operatore della Polizia di Stato».
E qui inizia il racconto del giovane: «durante il normale deflusso dal locale, in una situazione di assoluta tranquillità, in compagnia di altre persone totalmente estranee alla vicenda, alla caduta della ragazza ho pensato di chiedere conto di tale gesto, complice anche lo stato d'indignazione generale per una situazione che, di fatto, non meritava di essere risolta con tanta aggressività, visto che non vi era pericolo alcuno per persone, cose, nè tanto meno per gli operatori di Polizia coinvolti. La risposta degli agenti, alla mia richiesta di chiarimenti», continua il ragazzo, «è stata quella di afferrarmi energicamente per il collo e scaraventarmi nell'auto di servizio, così come è accaduto agli altri due ragazzi coinvolti».
Da lì l'inizio dell'incubo per il giovane: «ringrazio gli operatori sanitari, agli stessi detenuti della casa circondariale, i quali, con molta umanità mi hanno fin da subito manifestato la loro incondizionata solidarietà per l'abuso subito».

30/03/2010 9.31