Villa Pini: la Asl non paga. Confindustria attacca:«subito gli accreditamenti»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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Villa Pini: la Asl non paga. Confindustria attacca:«subito gli accreditamenti»
CHIETI. Gli avvocati di Chieti? Non sono quattro fessacchiotti, incapaci perfino di opporsi ad un decreto ingiuntivo.... * ZAVATTARO:«ABBIAMO CREDITI E NON DEBITI CON VILLA PINI»
Eppure la Asl teatina si è rivolta ad un legale di Bologna per opporsi all'ingiunzione del curatore fallimentare di Villa Pini che chiedeva all'azienda sanitaria 2 milioni di euro a suo tempo congelati da un sequestro, diventato poi pignoramento, da parte di alcuni creditori.
Ed il curatore dovrà ora rivolgersi al Tar.
Come già abbiamo scritto nei giorni scorsi, Giuseppina Ivone, per dare contenuti “economici” all'esercizio provvisorio deciso dal Tribunale fallimentare, ha cercato di recuperare questi 2 milioni circa di euro bloccati nelle casse della Asl.
Insomma ha tentato di trovare le risorse necessarie all'attività della clinica attraverso lo strumento del decreto ingiuntivo, come deve fare un curatore che si rispetti.
Forse si è fidata anche del fatto che ripetutamente la Asl di Chieti e la Regione (soprattutto con l'ex manager Mario Maresca) avevano promesso l'erogazione di fondi per pagare i dipendenti, anticipando i pagamenti per le prestazioni effettuate. Tutto a posto? La Asl paga?
Macché.
Non solo non paga, ma si oppone al decreto.
E per farlo si rivolge, come sembra, ad un avvocato di Bologna, lasciando chiaramente intendere che una cosa sono i proclami perditempo della Giunta regionale “faremo, vedremo, pagheremo”, un'altra è la dura realtà dei documenti con l'aggiunta della sfiducia nei confronti degli avvocati locali.
Questi 2 milioni erano ossigeno vero per le casse dell'esercizio provvisorio, che oggi potrebbe essere in difficoltà a pagare anche un piccolo acconto per i 200 dipendenti rimasti in servizio e che assicurano la continuità assistenziale per i malati intrasportabili e per tutti quelli che le Asl non vogliono e non sono in grado di ospitare.
E invece no.
Messa alla prova, la Regione sceglie la via più lunga per avere ragione o torto: ha presentato le solite eccezioni di rito con il rischio di allungare fino a 120 giorni l'azione esecutiva.
Non è bastato che fosse stato il giudice a bloccare il pagamento ai creditori precedenti, ora c'è un'istanza per sospendere l'erogazione richiesta dal curatore.
E non se ne discuterà domani, perché il giudice – come è giusto che sia – affronterà il problema più o meno presto, secondo gli impegni già in calendario.
Come dimostrazione di disponibilità da parte di Asl e Regione non c'è male.
C'è però un'altra strada da percorrere per evitare i tempi biblici che mal si conciliano con la disperazione dei dipendenti senza stipendio da un anno: il curatore sta pensando ad un ricorso al Tar che potrebbe pronunciarsi (anche “inaudita altera parte”, cioè senza ascoltare la Asl) tenendo conto dell'urgenza e del possibile grave danno per i ricorrenti.
Insomma la magistratura, questa volta amministrativa, è chiamata ancora una volta a sostituirsi alla politica distratta e superficiale che cincischia da mesi sulla soluzione del problema Villa Pini.
Una classe politica pasticciona, che ieri ha incassato anche la sonora bocciatura di Confindustria di Chieti e di Pescara per la mancata sospensione della revoca degli accreditamenti.
Una scelta, quella regionale, di cui non si capisce il motivo «né in termini legali né di opportunità, essendo di fronte alla coraggiosa scelta dell'esercizio provvisorio».
Ma allora, si chiede Confindusia, vogliamo «ridurre la clinica ad un semplice patrimonio immobiliare di limitato appeal? Senza dire che i mancati accreditamenti sono un danno incalcolabile per i creditori e per le professionalità che andranno disperse».

I DIPENDENTI :«LA REGIONE È SCOMPARSA, DOMANI SIT IN A PESCARA»

Per questo si respirava aria di delusione profonda nell'assemblea sindacale che si è tenuta ieri pomeriggio a Villa Pini.
Ed è stato difficile per gli organizzatori incanalare al protesta su binari meno barricadieri di quello che i partecipanti volevano.
Si è parlato di rifiuto dei certificati elettorali, di ritiro delle candidature nelle varie liste, di occupazione di autostrade e stazioni, il tutto poi tradotto in un'iniziativa di protesta prevista per mercoledì 17: tutti a Pescara, alla Regione, per aspettare il presidente Chiodi di ritorno da Roma con – si spera – la buona novella del ripristino degli accrediti.
In realtà si è toccato con mano che i sindacati debbono sudare sette camicie per tenere a freno le iniziative spontanee per una protesta più accesa.
Si è parlato anche delle dimissioni dei malati ricoverati, proprio per l'impossibilità di continuare a lavorare in questo modo.
Si è trattato di una provocazione di Alberto Cerasoli, un medico sindacalista suo malgrado, che però non è stata condivisa da tutti e che poneva sul tappeto un dato reale: se il presidente Chiodi e l'assessore Venturoni hanno sostenuto che tutto sommato il sistema degli ospedali ha retto bene all'arrivo improvviso dei malati trasferiti da Villa Pini (ma chi lavora in ospedale sa che non è così) «allora, portiamo i nostri malati al Pronto soccorso – ha detto Cerasoli - e vediamo che succede per i ricoveri e per le degenze».
Questa la comunicazione che secondo lui andrebbe spedita alla Giunta: «i lavoratori stremati da un anno di lavoro senza stipendio, dopo aver comunque operato in condizioni di autoprecettazione etica e deontologica nonostante inenarrabili umiliazioni umane, professionali e nella propria dignità, sono arrivati al punto di non essere più nelle condizioni psichiche e fisiche di garantire la sicurezza e la salute propria e dei propri assistiti. Pertanto comunicano che prossimamente, in mancanza di una soluzione definitiva ai loro problemi, saranno costretti ad affidare i pazienti che ancora assistono alle Strutture del Servizio Sanitario Pubblico. Si prega pertanto di allertare i Servizi di Pronto Soccorso e gli Ospedali d'Abruzzo a gestire questa eventuale emergenza sanitaria».
Proposta bocciata, perché è prevalsa la responsabilità di curare i pazienti e di non usarli come forza di pressione.
«Ma così non si può andare avanti – ha sottolineato una fisioterapista del San Stefar, con le lacrime agli occhi dopo l'intervento molto applaudito dai colleghi – ci dicono: che problema c'è per la chiusura del centro di Viale Europa per sfratto esecutivo. Andate a Chieti Scalo. Nessuna parola per i disagi dei malati, naturalmente. Ma Chieti Scalo hanno staccato il telefono. Ed allora siamo costretti a chiamare le famiglie degli assistiti con le nostre schede. Che vergogna....prima ce la prendevamo con Angelini e con la figlia Chiara per come hanno disprezzato noi lavoratori: no stipendi, no contributi, no contratti, no straordinari. E nessuno dice niente agli altri Istituti che ci rubano i malati, “tanto San Stefar chiude”. Ma questa Giunta regionale è peggio, è scomparsa come nel telefilm. Missing Angelini? Direi meglio Missing Chiodi».


Sebastiano Calella 16/03/2010 8.52

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ZAVATTARO: «ABBIAMO CREDITI E NON DEBITI CON VILLA PINI»


CHIETI. L'Azienda sanitaria locale Lanciano-Vasto-Chieti non ha alcun debito nei confronti di Villa Pini.
A chiarire i termini della querelle sorta in questi giorni a seguito di un'ingiunzione del curatore fallimentare del gruppo che chiede alla Asl 1,9 milioni di euro, è il direttore generale, Francesco Zavattaro, il quale precisa i termini di una vicenda sicuramente complessa e dai risvolti drammatici per i soggetti che ne sono coinvolti.
«E' vero che esiste un procedimento di pignoramento per il quale la Asl ha accantonato la cifra che ora il curatore richiede – spiega il manager –, ma quei soldi rappresentano ben poca cosa rispetto alla somma di cui siamo creditori nei confronti di Villa Pini, che deve restituire all'Azienda diversi milioni di euro per prestazioni inappropriate o rese senza autorizzazione, come documentato dalle verifiche eseguite dagli uffici su fatturazioni fino al primo semestre 2009. Alla luce di questi sviluppi, la scelta dell'opposizione al decreto ingiuntivo è stata dettata dal preciso dovere di tutelare gli interessi dei contribuenti, pur comprendendo appieno le ragioni dei lavoratori».
In sostanza la direzione non ritiene di dover sborsare i quasi due milioni di euro perché dal canto suo ne dovrebbe avere molti di più, e non possiede oggi alcuna certezza sulla reale possibilità di incassare il credito.
Questa la posizione dell'Azienda, ampiamente motivata anche nel dossier di opposizione all'ingiunzione, al quale si è aggiunto anche un altro ricorso, presentato al Tribunale per chiedere la sospensione dei termini di immediata esecuzione dell'atto di precetto, che è stato formulato ignorando la prerogativa della pubblica amministrazione di ottemperare entro 120 giorni.

16/03/2010 15.27