Carcere Castrogno, il testimone del pestaggio morto per «tumore al cervello»

Alessandro Biancardi

Reporter:

Redazione PdN

Letture:

4113

TERAMO. Ad uccidere Uzoma Emeka, il detenuto nigeriano di 32 anni morto venerdì nel carcere di Castrogno di Teramo dopo essersi sentito male in cella, sarebbe stata una formazione maligna al cervello. SINDACATO DI POLIZIA PENITENZIARIA: «NON ABBIAMO NULLA DA NASCONDERE»

L'autopsia disposta dalla Procura della Repubblica di Teramo, effettuata ieri sera, ha stabilito la presenza di un ernia cerebrale la quale avrebbe esercitato una compressione fatale.
Dunque sarebbe la conferma di una morte naturale nonostante i sospetti delle prime ore.
Emeka, infatti, era il testimone oculare del presunto pestaggio di un detenuto, che sarebbe avvenuto il 22 settembre scorso ad opera degli agenti di polizia penitenziaria all'interno del penitenziario.
La vittima dell'aggressione è stata un altro detenuto, come riferito in una registrazione audio dal deposto comandante degli agenti delle guardie penitenziarie della casa circondariale di Castrogno. La morte del detenuto nigeriano aveva alimentato sospetti, perché avvenuta in una struttura nell'occhio del ciclone, sovraffollata per rinchiusi, sottodimensionata per numero di agenti e bollata dalla vicenda del "corvo" che ha diffuso la spiata sul pestaggio di settembre ai danni di un detenuto napoletano.
«Speriamo che le indagini della magistratura confermino l'ipotesi di morte naturale, resta in ogni caso inspiegabile il suo mancato trasferimento in un altro istituto», ha commentato il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella.
Gonnella ricorda come nella registrazione diffusa a inizio novembre del colloquio tra due poliziotti ci si riferisse a Emeka come il «negro» che aveva «visto tutto» e per questo «avrebbe potuto subire pressioni di ogni tipo, come vari drammatici episodi del passato testimoniano».
Secondo Gonnella la mancanza di protezione istituzionale per i testimoni di violenze in carcere da parte della polizia «é complice della stessa omertà e mancanza di trasparenza cui abbiamo tristemente assistito nel caso di Stefano Cucchi».
I detenuti di solito, ricorda Gonnella, «non denunciano i maltrattamenti visti o subiti perché l'amministrazione non si preoccupa di farli uscire da questa condizione di debolezza».
Il presidente dell'associazione per le libertà "A buon diritto", Luigi Mancino , parla invece di «abbandono terapeutico»
Manconi afferma che «48 ore prima del malore che ha portato infine Uzoma Emeka - con colpevole e gravissimo ritardo - al ricovero in ospedale, il detenuto già si era sentito molto male. Dunque, i segnali di una condizione particolarmente compromessa, in un soggetto tossicodipendente e depresso, erano già tutti riconoscibili. Ma il carcere di Teramo è, sotto tutti i profili, un autentico disastro».
Intanto la deputata Rita Bernardini (Radicali-Pd), della Commissione Giustizia, e il senatore Francesco Ferrante (Pd), hanno presentato due distinte interrogazioni al ministro della Giustizia, Angiolino Alfano, nelle quali si chiede, tra l'altro, un'indagine amministrativa interna per accertare «le effettive cause della morte del detenuto nigeriano»
«Lo Stato - afferma la Bernardini - ha il dovere istituzionale, politico e morale di non lasciare nulla di intentato per garantire ai detenuti condizioni di vita conformi al dettato costituzionale».
La deputata - che aveva compiuto una visita al carcere teramano dopo il pestaggio - evidenzia che si tratta di «un carcere senza direttore, dove sono stipati 400 detenuti in spazi che potrebbero contenerne 230, dove gli agenti in servizio sono solo 155 a fronte di una pianta organica che ne prevede 203, e oltre il 50 per cento dei reclusi è malato».
Ferrante, dopo avere evidenziato la «situazione drammatica»" delle carceri italiane, chiede al ministro di «riferire al più presto in Senato sulla consistenza del drammatico fenomeno delle morti nelle prigioni» e di «stanziare fondi adeguati per migliorare le condizioni di vita sia delle guardie carcerarie che dei detenuti» e quando saranno realizzati i nuovi penitenziari previsti dal cosiddetto 'Piano carceri'.

22/12/2009 8.32

SINDACATO DI POLIZIA PENITENZIARIA: «NON ABBIAMO NULLA DA NASCONDERE»


«Ci ripugna leggere e sentire di morti “sospette” nelle carceri italiane perché questo vuole dire rappresentare i penitenziari italiani come luoghi fuori dalle regole della democrazia e delle leggi in cui accade “di tutto, di più”».
E' quanto scrive Donato Capece, segretario generale del sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe, la prima e più rappresentativa organizzazione dei Baschi Azzurri, in una nota diretta al Ministro della Giustizia Angelino Alfano ed al Capo dell'Amministrazione Penitenziaria Franco Ionta in relazione agli esiti delle autopsie su alcuni detenuti morti in carcere che hanno escluso eventuali responsabilità di terzi nei decessi.

Prima dell'esito si erano adombrate pesanti ombre su quanto accaduto nei penitenziari d'Italia, soprattutto nel caso accaduto nel carcere di Teramo, dove a morire (per cause naturali, ha detto l'autopsia) è stato uno dei testimoni di un presunto pestaggio avvenuto all'interno del penitenziario di Castrogno.

Per Capece, però, «è importante per il Paese conoscere il lavoro svolto dai poliziotti penitenziari, è importante che la società riconosca e sostenga l'attività risocializzante della Polizia Penitenziaria e ne comprenda i sacrifici sostenuti».
«Siamo noi i primi a chiedere che il carcere sia una casa di vetro», continua il rappresentante, «perché non abbiamo nulla da nascondere. Non è accettabile il gioco al massacro all'onorabilità della Polizia penitenziaria e dei suoi appartenenti che va in scena da ormai molte settimane».
«Il nostro Corpo è costituito da persone che credono nel proprio lavoro, che hanno valori radicati e un forte senso d'identità e d'orgoglio».




22/12/09 16.04