Allarme rosso tributi: a Pescara opera società «pericolosa» messa al bando

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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IL CASO. PESCARA. «Fideiussioni ‘fantasma’, incassi non riversati al Comune, controlli inesistenti, lavoratori senza stipendi».
Il consigliere regionale Carlo Costantini e quello comunale Adelchi Sulpizio lanciano l'allarme su Trubuti Italia S.p.A, società di riscossioni con 1.200 dipendenti in Italia, che svolge il compito di riscossione di tributi per 500 Comuni della penisola.
Tra questi anche quello di Pescara.
Forse, però, non tutti sanno che la società in questione è stata travolta da una bufera giudiziaria che ha coinvolto le casse di centinaia di amministrazioni pubbliche.
Si parla di cifre stratosferiche: il non versato ammonterebbe a 90 milioni di euro, ma si teme un crack di 200 milioni di euro.
Insomma la società avrebbe riscosso tributi dai cittadini ma poi non avrebbe girato l'ammontare agli enti pubblici.
In più il ministero delle Finanze avrebbe già sospeso Tributi Italia, con sede legale in via Veneto a Roma, dall'Albo dei riscossori e, quindi, da ieri non avrebbe più i titoli e non sarebbe legittimata ad incassare un euro per conto degli enti pubblici.
«A Pescara nessuno ne parla», denunciano preoccupati Costantini e Sulpizio, «e, soprattutto, la ‘Tributi Italia S.p.a.' continua a operare come se nulla fosse accaduto».
«Le carte», spiega Costantini, «rivelano un intrigo di omissioni, di mancati controlli, di violazione delle norme previste negli atti convenzionali e nella legislazione nazionale, di relazioni tecniche degli uffici con allegate garanzie di società cancellate da mesi dall'Albo degli intermediatori finanziari».
Un vero e proprio disastro, con danni probabilmente già irreversibili per le casse del Comune di Pescara e con danni potenziali ancora tutti da verificare, considerato che i soldi dei contribuenti pescaresi continuerebbero a transitare sui conti correnti di ‘Tributi Italia S.p.a.'.
«Il sindaco», chiedono i due consiglieri, «convochi per domani stesso un Consiglio Comunale straordinario, quantomeno per tentare di evitare che al danno si aggiunga la beffa”».
E di questa società parla effettivamente tutta Italia.
Sarebbero 4,8 i milioni gli euro già riscossi dai cittadini che l'azienda deve al Comune di Bologna, stando a quanto si legge sulla stampa locale.
Ma casi analoghi si sarebbero verificati anche nel Lazio e precisamente nei comuni di Aprilia, Pomezia e Nettuno.
«Mentre i cittadini pagavano regolarmente Ici e Tarsu o altre tasse comunali», ricostruisce il sito internet Linkontro, «la società incassava il denaro pubblico e non lo versava».
Il Comune di Pomezia sarebbe riuscita anche a far sequestrare beni mobili ed immobili, oltre a quote di partecipazione societarie per un valore di oltre 8 milioni di euro a causa di una mancanza di oltre 140 milioni di euro nelle casse del Comune.
Un blitz della Gdf c'è stata anche a Chiavari, nella sede operativa della Tributi Italia, dove sono stati sequestrati beni mobili per oltre 8,1 milioni euro.
Sui soldi che deve ottenere il Comune di Pescara, invece, non si hanno dati certi. Solo l'amministrazione pubblica può fare luce sulla vicenda.
Proprio ieri il sito Teleradioerre ha scritto che secondo la commissione Finanze della Camera la Tributi Italia è «una società pericolosa».
«Da tempo le somme riscosse», si legge, «spariscono nel nulla, con la conseguenza che decine di Comuni sono sull'orlo del crack e più di mille posti di lavoro a rischio».
In grave difficoltà anche i dipendenti che da tre mesi non ricevono gli stipendi e per i quali si teme anche il mancato pagamento dei contributi e a questo punto anche il posto di lavoro.

IL GIOCO DELLE SCATOLE CINESI

Prima di chiamarsi Tributi Italia, ricostruisce il Corriere di Bologna in un articolo dello scorso febbraio, quando il capoluogo di regione dell'Emilia Romagna era già stritolato dai problemi, la società di riscossione si chiamava San Giorgio e prima ancora Publiconsult. «Ma i nomi di chi amministra restano sempre gli stessi». L'azienda era socia anche della Gestor e Finholding, poi arrivò la fusione nel 2008.
E la storia della Gestor porta ad un nome, quello di Giuseppe Saggese, già arrestato a Pomezia per corruzione e sotto processo a Latina per peculato e frode.
In Abruzzo dovrebbero essere una decina i comuni che si sono affidati a questa società.

LA LISTA DEI CREDITORI

La lista dei creditori, secondo il quotidiano La Stampa, sarebbe composta da almeno 150 Comuni. «A vantare crediti», scrive il quotidiano torinese, «sono grandi città come Bari (2,2 milioni), Bergamo (2,2), Bologna (2), Forlì (2) e Cagliari (1,6). Ma sono soprattutto le realtà minori a soffrire: Pomezia è in credito per 21,4 milioni (ma per la Finanza il «buco» sarebbe addirittura di 137), Aprilia per 20 (solo per il 2008), e poi ci sono Augusta (5 milioni), Nettuno (3,2) e Fasano (1,9). Ma la lista dei clienti-creditori è sterminata: va dalla Sicilia al Lazio (15 almeno i comuni inguaiati), dalla Puglia (Foggia, Fasano, Bisceglie) alla Campania, dal Piemonte (Vercelli, Rivalta, Grugliasco, Saluzzo) a Lombardia (Trezzano e Meda), Emilia e Liguria (Spotorno, Noli)».
In più le procure di Bari, Bologna, Brindisi, Napoli, Saluzzo, Velletri, Latina, Sassari e Siracusa hanno avviato indagini per peculato.
A Bologna la procura ha ipotizzato anche reati come falso, frode e truffa aggravata dopo che Gestor-Tributi Italia aveva presentato fidejussioni false. Stesse accuse sono state mosse anche dai magistrati di Alghero.

a.l. 03/12/2009 16.56

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