Morte in carcere: anche in Abruzzo un "caso Cucchi"?

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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Morte in carcere: anche in Abruzzo un "caso Cucchi"?
AVEZZANO. Anche l’Abruzzo ha il suo caso Cucchi? Niki Aprile Gatti come Stefano, il ragazzo morto in carcere a Roma dopo l’arresto e della cui vicenda si sta occupando la procura di Roma per capire i reali motivi del decesso?

Non è chiaro, ma di certo ad Avezzano c'è una donna, Ornella Gemini, mamma di Niki, che ha perso suo figlio, morto in carcere dopo l'arresto e che non si è ancora rassegnata.
La donna non crede ai risultati dell'autopsia che parlano di suicidio; si è opposta all'archiviazione dell'inchiesta; ha attaccato i giornali locali che non si occupano più di tanto della "misteriosa" vicenda.
Il caso è quello del giovane Niki Aprile Gatti, 26 anni, di Avezzano, che il 23 giugno del 2008 viene trovato senza vita nel carcere di Sollicciano, provincia di Firenze, in cui era rinchiuso da quattro giorni.
Oggi si riapre il sipario su questa storia e la mamma del giovane sarà questa sera alle 21.45 in collegamento con Sky Tg 24 davanti alla libreria Mondadori di Avezzano in via Monsignor Bagnoli.
La trasmissione televisiva si occuperà proprio delle morti sospette nelle carceri italiane.
Fin da subito i genitori del ragazzo avevano chiesto che il caso non venisse archiviato come suicidio, perché loro non hanno mai creduto realmente a questa ipotesi.

UNA INCHIESTA DALLE DIMENSIONI ENORMI

Gatti, che viveva a San Marino ed era responsabile di una società informatica, è stato arrestato il 19 giugno alle 23 a Cattolica con l'accusa di aver commesso una truffa con prefissi a peso d'oro (899).
Valore complessivo del raggiro: 10 milioni di euro e nell'inchiesta finirono in tutto 18 persone.
Il 23 dello stesso mese , alle 11 di mattina, il ragazzo è stato trovato senza vita, impiccato alla finestra del bagno con un paio di jeans e un numero imprecisato di lacci da scarpe.
Madre e padre hanno più volte ripercorso le drammatiche fasi che hanno preceduto la morte del ragazzo.
Niki, mai stato in carcere prima di allora, aveva chiesto di essere messo in una cella con detenuti italiani e non violenti.
Era stato invece rinchiuso in una cella della quarta sezione con due detenuti extracomunitari per i quali era stata disposta una sorveglianza assidua.
Uno dei due, in una precedente detenzione, aveva minacciato di tagliare la gola al compagno di cella. Ma e' anche la dinamica della morte a non convincere i genitori del ragazzo.
«L'utilizzo di un solo laccio e' di per sè idoneo a causare la morte per strangolamento di una persona –scrissero qualche mese fa- ma certamente non idoneo a sorreggere il corpo di Niki del peso di 92 chili».
Secondo i genitori, inoltre, «non si comprende come possa essere stata consumata l'impiccagione quando nel bagno non vi era sufficiente altezza tra i jeans e il piano di calpestio del pavimento tale da poter garantire il sollevamento e il penzolamento del corpo. In tal caso -sostengono i genitori del ragazzo- il decesso e' più riconducibile a uno strangolamento con successiva simulazione di impiccagione».

a.l. 18/11/2009 17.39

IL RACCONTO DELLA MAMMA DI NIKI AL BLOG DI BEPPE GRILLO




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